Padre Bernardo Cervellera, intervistato da Oasis spiega a che condizioni le tradizioni religiose possono continuare a essere il patrimonio vivo di una società
Padre, secondo lei che se senso può avere parlare di tradizione all’interno di società in sempre più rapida trasformazione e all’interno di un processo di incontro, e talvolta scontro, tra popoli e culture come quello attuale?
La tradizione è sempre un valore aggiunto. Trasmessa di generazione in generazione, essa costituisce il patrimonio e di ogni comunità e ne garantisce la continuità. Non si può pensare la vita di una persona, né quella di una civiltà scollegata da questo legame con la storia, con il passato.
Lei si occupa di molti anni dei paesi e delle società dell’Asia. Come vengono vissute le tradizioni, in particolare quelle religiose, in quel continente?
Penso di poter dire che in molti popoli asiatici le tradizioni sono un po’ indurite: questo avviene in alcune società islamiche, ma anche in altre religioni. Per esempio ci sono modi di trasmettere le credenze buddiste o quelle indù che, diciamo così, si sono un po’ anchilosati. Si trasmettono cioè cose da fare o valori morali, staccati però dalla la vita di queste comunità religiose. In generale questo spinge molto spesso i giovani ad assumerle in modo critico e a ritenerle una zavorra più che una risorsa. In Iran per esempio, molti giovani, proprio perché si vedono proporre una tradizione affermata in modo schematico, in modo acritico, diventano di fatto atei. Lo stesso avviene, per esempio, anche in India con l’Induismo, pesantemente scalfito dall’influenza del secolarismo. Qui le tradizioni vengono rinnegate per far posto ad altri valori: la carriera, la vita in città, l’individualismo. In fondo il problema irrisolto è quello del rapporto tra la religione e la modernità. D’altra parte il secolarismo mina tutte le tradizioni, anche la tradizione cristiana. Tanti cristiani che vivono nei villaggi e si trasferiscono nelle città, soprattutto nelle grandi città cinesi, indiane o del medio oriente, si trovano in difficoltà a vivere la propria tradizione. Ma se viene meno la tradizione come comunicazione di una vita, allora diventa difficile anche incontrare le altre religioni.
In questo senso, si può tracciare un parallelo tra le società secolarizzate europee e alcuni paesi dell’Asia?
Tutte le tradizioni religiose si trovano a dover fare i conti con un rapido processo di secolarizzazione, con una cultura e di un tipo di vita per principio ostile alla fede e alla religione. Ecco perché soprattutto i giovani vivono una scissione tra la tradizione che viene loro trasmessa e i valori dai quali si trovano attratti: la carriera, il pragmatismo, i soldi o una vita individualista. Molto spesso scelgono questi ultimi invece di cercare di vivere la tradizione religiosa dentro l’ambiente della città, dentro l’ambiente della modernità.
Il rischio opposto è quello di abbracciare completamente una tradizione anche quando questa viene riproposta in una maniera quasi sclerotica, come avviene nel caso del fondamentalismo. Quali i paesi, nell’area asiatica, sono più esposti a questa deriva?
Credo che questo rischio sia presente in molte società. Un paese simbolo è l'Arabia Saudita, dove il divieto posto alle religioni diverse da quella islamica sunnita di esprimersi pubblicamente impedisce alla popolazione di confrontarsi con altre comunità. Un altro esempio sono alcuni stati dell'India, per esempio l’Orissa, nel quale si è assistito a violenze terribili verso i cristiani ad opera di comunità indù che rifiutano a priori la testimonianza dei cristiani. Non accettano quello che potremmo definire il carattere trasformante che il cristianesimo ha nei confronti della società moderna.
Durante l’incontro del Comitato scientifico di Oasis si è parlato di interpretazione culturale della tradizione, cioè della capacità di leggere quest’ultima alla luce delle circostanze storiche nelle quali si è calati. Secondo lei questa è una via praticabile anche nei paesi asiatici?
Penso che questo sia necessario. È impossibile comunicare la propria tradizione, la propria fede senza passare attraverso la cultura. Il problema è che un approccio fondamentalista finisce per “congelare” i valori della tradizione e della cultura in uno schema rigido invece di proporli in un paragone continuo con ciò che la persona desidera .
Quali sono, a suo avviso, le vie d’uscita da questa situazione?
Credo si debba lavorare su due aspetti: il primo è la valorizzazione dell'educazione e la promozione della scuola libera. Sia della scuola libera per i musulmani in Europa o in America, sia dei cristiani nei paesi islamici. Su questo cristiani e musulmani dovrebbero fare un lavoro comune.
L'altro aspetto è la sfida che il secolarismo pone ai credenti di tutte le religioni. Ci sono tante tematiche, per esempio il valore della famiglia o il valore della vita su cui cristiani e musulmani e altri religioni potrebbero trovare un accordo molto forte. Ma per poter lavorare insieme cristiani e musulmani devono innanzitutto rinunciare alla violenza.
* Intervista a cura di Michele Cisco