Mohammad-Ali Amir-Moezzi, Christian Jambet, Qu’est-ce que le shîʽisme ?, Fayard, Paris, 2004
Anche quest’estate si riparla di sciiti e non è una novità. Se non sono le piazze iraniane a fare notizia, qualche nuova tragedia in Iraq o una manovra di Hezbollah nello scacchiere libanese riaccendono i riflettori mediatici. Naturale quindi che abbondino le pubblicazioni, nel tentativo di raccontare un’attualità drammatica e in perenne ebollizione.
Il libro di Amir-Moezzi e Christian Jambet assume un punto di vista diverso: non l’ennesimo reportage su come vivono gli sciiti, ma un tentativo di capire in che cosa essi credono, attraverso un’esposizione rigorosa del nucleo della loro fede. La prospettiva è certamente impegnativa per il lettore, che deve accettare di addentrarsi in un orizzonte mentale estraneo alle sue categorie abituali, ma il risultato ripaga ampiamente le fatiche: nel fluire spesso caotico degli avvenimenti, anche recenti, si cominciano a discernere alcune tendenze di fondo.
La tesi dei due studiosi, riconosciuti esperti in materia, è chiara: lo sciismo originario, quale si sta rivelando negli ultimi decenni attraverso il paziente lavoro di ricercatori occidentali e iraniani, è tutto centrato sul rapporto tra il fedele e l’imâm. Questi sarebbe la rivelazione suprema di Dio, resasi storicamente presente nei discendenti carnali di Maometto attraverso Ali. I testi più antichi sarebbero abbastanza espliciti, pur tra comprensibili cautele, sul fatto che l’imâm rappresenti “il Volto di Dio indirizzato al mondo”, cioè quanto è conoscibile nella divinità (per l’Islam infatti la Vita intima di Dio non è accessibile alle creature). La figura dell’imâm possiederebbe poi un forte carattere messianico, essendo legata alla lotta per l’instaurazione di un Regno di Giustizia, che tuttavia viene rapidamente proiettato in un tempo escatologico.
Quando alla fine del IX secolo la catena degli imâm storici s’interrompe, la fede degli sciiti entra in crisi: progressivamente si fa strada nella maggioranza l’idea che gli imâm abbiano delegato il loro potere ai dottori della Legge e che, in forza della legittimità di questi ultimi, non tutti i regimi politici temporali siano necessariamente cattivi. Nella seconda parte, il libro segue lo sviluppo di queste dottrine e la parallela crescita d’importanza del clero sciita fino a Khomeini e all’incontro con il rivoluzionarismo occidentale. Nell’ultima parte invece gli autori mettono in luce il contributo di alcuni filosofi che, mantenendo viva l’eredità neoplatonica, hanno sviluppato un tipo di sciismo non politico. Per questi maestri il rapporto con l’imâm dopo la sua scomparsa (o “Occultazione”, come afferma la fede sciita) è possibile attraverso un’illuminazione interiore.
Chi ha ragione? «Tra obbedienza e speranza, le scelte dividono il fedele e lo separano da lui stesso: deve ascoltare solo l’imâm interiore, nella solitudine dell’iniziazione silenziosa? Deve immischiarsi degli affari di questo mondo per cambiarlo e così soddisfare l’insegnamento profetico e imamologico? In che cosa consiste questo cambiamento? Come si realizza? Attraverso una trasformazione interiore che agisce pazientemente sulla storia o attraverso una trasformazione esteriore, di tipo sociale e politico?» (pp. 359-360). [Entre l’obéissance et l’espérance, les choix partagent le fidèle et le séparent de lui-même : doit-il n’écouter que l’imâm intérieur, dans la solitude de l’initiation silencieuse ? Doit-il se mêler de changer le monde pour complaire à l’enseignement prophétique et imamologique? En quoi consiste ce changement ? Comment se réalise-t-il ? Par une transformation intérieure agissant patiemment sur l’histoire ou bien par une transformation extérieure, de type sociale et politique ?] Gli sciiti non hanno ancora finito di rispondere a questa domanda.