Intervento alla 35.ma Conferenza Generale dell’Unesco
Monsignor Francesco Follo
Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'Unesco
Signor Presidente della Conferenza Generale
Signore e Signori
In questi momenti cruciali per le vite di milioni di persone, rese fragili a causa della crisi finanziaria, economica e sociale che oggi investe il mondo intero, non possiamo che rallegrarci nel vedere come l’UNESCO, fedele alla sua intuizione fondatrice, cerchi di partecipare con più efficacia all’umanizzazione di tutti e all’educazione dei più poveri. Il mezzo scelto oggi è quello di salvaguardare e di aumentare il budget educativo dell’UNESCO, in particolare il programma « Educazione per tutti ».
Ciononostante, bisogna forse contentarsi, nell’ambito all’UNESCO, di limitarsi a definire delle priorità, fossero anche degne di lode come quelle dedicate all’Africa, continente povero e dimenticato, e alla promozione della donna ? Se l’UNESCO vuole poter favorire l’universalità e l’efficacia delle norme etiche sullo sviluppo di tutti attraverso l’educazione, particolarmente quella dei più svantaggiati, bisogna, come negli altri dibattiti, che essa osi impegnarsi in una riflessione più fondamentale sull’esigenza universale del rispetto per l’essere umano e sul tipo di educazione per tutti che ciò presuppone. Infatti, il punto debole della moltiplicazione delle priorità che oggi si definisce è quello di ridurre il problema filosofico ed etico dell’educazione e dello sviluppo umano a questioni puramente tecniche. Solo una riflessione fondamentale sulla « educazione integrale » e sull’antropologia che essa presuppone ci dovrebbe condurre a progettare qualcosa che sia effettivamente umanizzante per tutta l’umanità e particolarmente per i più poveri e per le donne.
Ma che cosa si intende per « educazione integrale » ? Adottando questa espressione ci riferiamo all’accezione usata nel 1993 nel Documento finale della Conferenza mondiale sui Diritti dell’uomo organizzata dalle Nazioni Unite, nel quale si chiedeva « di orientare l’educazione verso la piena fioritura della persona e il rafforzamento dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Si tratta di un’educazione integrale capace di preparare dei soggetti autonomi e rispettosi della libertà altrui. » Lungo questa linea, lo sappiamo, la difesa e la promozione del diritto all’educazione di cui l’UNESCO ha fatto il suo principale interesse, riguardano non solo la possibilità che ciascun essere umano si coltivi, sviluppi i suoi talenti e con essi partecipi alla vita pubblica, economica e sociale, ma anche la capacità di umanizzarsi veramente e di godere in pieno della dignità inerente a tutte le persone umane. Non si tratta dunque solo di godere di un’educazione interculturale ove bambini e adolescenti di etnie, razze, culture e sessi diversi apprendano a rispettarsi attraverso il dialogo -- anche se un obiettivo di educazione interculturale prende sul serio le carenze e gli ostacoli all’uguaglianza e alla giustizia risultanti dalla categorizzazione etnica. L’educazione integrale deve anche comprendere l’apprendimento della vita in comune, della solidarietà ; cosa che passa attraverso l’apprendimento delle responsabilità.
Una seconda accezione di « educazione integrale » non è troppo lontana da quella sostenuta dall’ONU. Si tratta di quella evidenziata dalla Chiesa cattolica nella definizione del suo progetto educativo come «educazione integrale della persona umana». Questo progetto educativo mira a formare la persona nell’unità integrale del suo essere, intervenendo con i mezzi dell’insegnamento e dell’apprendimento lì dove si formano « i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti d’interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita » . Questo progetto educativo sostiene che, « nel contesto della mondializzazione, conviene formare dei soggetti capaci di rispettare l’identità, la cultura, la storia, la religione e, soprattutto, le sofferenze e i bisogni altrui, nella coscienza che tutti siamo veramente responsabili di tutti » ).
In tale contesto, diventa particolarmente urgente offrire ai giovani un percorso di formazione scolastica che non si riduca all’uso individualista ed istituzionale di un servizio che avrebbe come fine il solo ottenimento di un diploma. L’immenso vantaggio di questo progetto educativo è che esso esiste già in pratica nel mondo, ricco di tutta una storia, di energia di immaginazione e di creatività. Nonostante le reali difficoltà economiche o politiche, questo progetto educativo si intende come corresponsabile dello sviluppo sociale e culturale delle diverse comunità e dei popoli dei quali fa parte la scuola cattolica, condividendo le loro gioie e le loro speranze, le loro sofferenze, le loro difficoltà ed il loro impegno per un autentico progresso umano e comunitario. In quest’ottica, bisogna menzionare il prezioso contributo offerto da questo tipo di educazione integrale allo sviluppo spirituale e materiale dei popoli più svantaggiati, nel mettersi a loro servizio. Esperienze come quella messa in opera dai frati delle scuole cristiane in Camerun con il programma EVA (educazione alla vita e all’amore per evitare l’AIDS) dimostrano il vasto potenziale di questa educazione integrale : si tratta qui di trasformare il comportamento sessuale dei giovani in conformità con i grandi centri di azione mondiali e regionali, tenendo conto del contesto psicoaffettivo, sociale, culturale, religioso e familiare.
Perché questa educazione integrale possa permettere ai bambini e ai giovani non solo di acquisire una maturità umana, morale e spirituale, ma anche di impegnarsi nella trasformazione della società, la Chiesa cattolica invita ad una profonda riflessione sull’antropologia che la sostiene. « Si vuole dimenticare che l’educazione presuppone ed implica sempre una determinata concezione dell’uomo e della vita. Alla pretesa neutralità scolastica corrisponde più sovente l’allontanamento pratico dei riferimenti religiosi dal campo della cultura e dell’educazione. Ci si appella invece ad una visione pedagogica adeguata per muoversi sul terreno più decisivo degli obiettivi, preoccupandosi non solo del ‘come’, ma anche del ‘perché’, sorpassando l’errore di una educazione asettica e rendendo al processo educativo quel carattere unitario che impedisce la dispersione nella diversità delle conoscenze e delle acquisizioni, mettendo al centro la persona nella sua identità globale, trascendentale e storica. » Non si può educare l’uomo quando, per esempio, lo si riduce ad una antropologia derivata dall’idea che l’uomo non è altro che libertà, decisione e soggettività separate dalla trascendenza e dalla verità. Non si può educare l’uomo quando non si arriva ad articolare l’uguaglianza dei soggetti nelle loro differenze culturali e sessuali. Pertanto, come si è spesso osservato, la differenza è dunque un fatto quando l’uguaglianza si scosta dalla norma. Il principio di differenza non è quindi allo stesso livello del principio di uguaglianza. Nessuno immagina che l’uguaglianza sia un fatto.
Nel territorio culturale occidentale, le filosofie rimangono speso incapaci di comprendere l’uguaglianza nella differenza ; l’uguaglianza dei sessi è un esempio di questa difficoltà. Ma non si può dire altrettanto della Bibbia e del messaggio trasmesso dalla Chiesa. Il testo originale che contiene « le verità fondamentali dell’antropologia», come notava il papa Giovanni Paolo II in Mulieris dignitatem §6, è quello della Genesi : « Dio ha fatto l’uomo (l’essere umano) a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li ha creati ; » (Gn 1, 27). La definizione dell’essere umano è percettibile solo in tutti e due i sessi : « l’uomo e la donna ad uno stesso livello, tutti e due creati ad immagine di Dio ». La fede cristiana nutre dunque la convinzione che nessuno possa mai negare ad un essere umano, uomo o donna, il valore costitutivo che Dio ha concesso a ciascuno e che non toglierà mai. Esso garantisce i diritti dell’uomo per riferimento all’amore divino che ci fonda e costantemente ci ricrea.
In conclusione, questa educazione integrale, che rappresenta l’accesso dell’uomo alla sua piena umanità, è una strada difficile ma necessaria, « una necessità primordiale per la lotta contro la povertà », perché l’économia sia al servizio dell’uomo. L’Educazione è una priorità, ma deve essere integrale, perché « una informazione tecnica e scientifica non è sufficiente per educare uomini e donne responsabili nelle loro famiglie ed a tutti i livelli sociali » .
L’educazione integrale è come un cantiere aperto, difficile e necessario.
- Un cantiere aperto, perché deve essere un avvenimento, un approccio sistematico che aiuti a vivere l’educazione come incontro dialogico con altre persone (del passato e del presente) e di altre culture, non solo come istruzione e apprendimento di dati fissi.
- Un cantiere difficile, poiché implica un approccio critico alla selezione delle conoscenze insegnate ed ai rapporti con esse. Le varie discipline non presentano solo delle informazioni da acquisire ma dei valori da assimilare e delle verità da scoprire.
- Un approccio critico all’interpretazione dei valori fondamentali delle società occidentali secolarizzate : il diritto della persona a ricevere un’educazione adeguata secondo la sua libera scelta deve essere assicurato.
- Un approccio critico, infine, riguardo alla natura sociale dello spazio scolastico : la comunità educativa, presa globalmente, è chiamata a promuovere l’obiettivo di una scuola come luogo di formazione integrale attraverso la relazione interpersonale e la responsabilità.
- Un cantiere necessario : la corrente di pensiero sull’educazione integrale si fa carico particolarmente della contraddizione, evidente nella vita politica ma scarsamente considerata nel campo dell’educazione, tra, da una parte, le tensioni identitarie e le discriminazioni ; dall’altra, i valori della comunione all’interno del corpo sociale e politico. E’ dunque una di queste correnti che può alimentare la riflessione, oggi ricchissima, sull’educazione alla cittadinanza.
Grazie della vostra attenzione.