Tema: Democrazie e religioni

Il tribolato marzo post-elettorale iracheno

Fondazione Oasis  29/03/2010

Lo scorso marzo è stato un mese ad alta tensione per l’Iraq uscito dalle elezioni. Nonostante l’attenzione dei media si sia presto spenta, le scintille uscite dalle cabine elettorali hanno continuato a tener vivo, teso e incerto il clima civile e politico del Paese. La questione calda è relativa al conteggio dei voto: dopo una prima richiesta di verifica attuata, la Commissione elettorale ha respinto il 24 marzo l’istanza avanzata dal premier Nouri al Maliki e dal presidente Jalal Talabani favorevoli a un nuovo conteggio dei voti. I risultati confermano il sorpasso della lista governativa che fa capo a Maliki da parte di quella del rivale Allawi, provocando uno scambio dei ruoli: se Allawi aveva parlato in principio di brogli e Maliki di voto trasparente, i due si sono infine trovati su opposte posizioni.

Eppure le elezioni erano state salutate da tutti, dai media occidentali fino a giornali quali l’algerino Al Watan, come un grande passo in avanti del Paese martoriato da una lunga stagione di terrorismo e di assestamento democratico dopo la caduta di Saddam Hussein.

In un pezzo dal titolo evocativo, non proprio positivo, The Days After del 15 marzo il New York Times ha parlato della possibilità che i risultati elettorali portassero a una «lunga battaglia per il potere tra la coalizione Sciita di Maliki e la rivale laica di Allawi», che per quanto non sia «sorprendente», tuttavia resta preoccupante. Se non sono certo emerse particolari novità dalle urne, si è avuta la conferma del bisogno - secondo il quotidiano di New York – e degli iracheni e degli americani di una transizione legittima a un nuovo governo a Baghdad. Fulcro dell’analisi dell’editoriale consiste nell’affermazione che i leader dell’Iraq sono chiamati ora definitivamente a «guardare oltre i loro riferimenti settari ed etnici e dimostrare di avere la capacità di governare l’intero Iraq». E Washington ha tutto l’interesse ad aiutarli in questo.

Per il Wall Street Journal solo un cinico può restare indifferente rispetto alla dimostrazione di un simile passo avanti compiuto dal popolo iracheno in questa tornata elettorale. Si legge il 9 marzo scorso: «Le bombe e i missili, le minacce di Al Qaeda, la guerra non sono riusciti a trattenere milioni di iracheni di tutte le sette e le regioni dall’andare a esercitare un diritto raro nel mondo arabo». Addirittura viene usata la parola «trionfo» presa a prestito da un funzionario Onu.

Tutto sommato anche l’incertezza che ha accompagnato il voto e il seguito è per il WSJ «il segno di una crescita democratica», una lezione per i Paesi vicini come l’Iran. Il timore avanzato dal WSJ è quello di una Hezbollah-ization dell’Iraq: il governo di Teheran è divenuto abile in Libano nell’arte dello sfruttare le divisioni tra gruppi per creare problemi e starebbe tentando di replicare l’azione in Iraq, sostenendo con armi e denaro gli estremisti sciiti.
«Noi iracheni non conosciamo il nostro futuro, ma oggi per noi le bombe sono delle inezie» : con queste parole di un elettore ha aperto il suo pezzo di cronaca sulla giornata elettorale Al Watan, rimarcando il coraggio del popolo iracheno chiamato alle urne.

Un successo è definito il giorno elettorale iracheno anche dal sito del Council of Foreign Relations, dove si riporta un intervista a Brett McCurk, esperto in Affari internazionali. Un successo in quanto le elezioni sono state interamente organizzate dagli iracheni e dalle forze di sicurezza irachene. Un numero in particolare aiuta a cogliere la differenza tra questa tornata elettorale e la precedente: quello delle forze militari americane impiegate per la sicurezza: nel 2005 furono 160.000 soldati, nel 2010 “solo” 95.000. Solo che anche il CFR ammette in questa intervista che la stagione più ardua è quella che si apre dopo il voto, in cui i voti vanno conteggiati, in cui si apre la lota per la trasparenza e si devono compiere una serie di passi: il parlamento eletto si deve riunire a Baghdad, sceglie il presidente, una volta scelto il presidente incarica il gruppo con il numero maggiore di voti di nominare il primo ministro e di produrre un programma di governo, cui segue un voto di fiducia… In definitiva è un percorso lungo e aperto a diverse variabili.

Tale lungo percorso è richiamato anche dall’AFP, ripresa dal Figaro, che parla di un “testa a testa” tra Maliki e Allawi a due settimane dal voto, il primo che ha giocato la sua partita puntando sui voti sciiti e sul suo impegno attuato in passato, negli anni peggiori della violenza, per garantire la sicurezza del Paese, il secondo su un’immagine “nazionalista” dell’Iraq, capace di superare le divisioni interne tra comunità, ottenendo il favore dei sunniti.

Mentre Le Monde ha richiamato in tutto questo gli interessi petroliferi in gioco in un articolo del 7 marzo intitolato Le retour de l'Irak va modifier le jeu pétrolier: prima delle elezioni Baghdad ha deciso di rilanciare la produzione aprendo il Paese alle grandi imprese straniere, in qualche modo ridestando il ricordo delle glorie passate, vivo negli anziani: fu in Iraq che fu fondato l’OPEC, e fu dopo le guerre dell’80 e del ‘90 che iniziò il declino dell’influenza politica del Paese presso la comunità internazionale.