Tema: Cristiani d'Africa

L’immigrazione in Algeria: il mondo trasformato dall’azione degli esclusi

Ali Bensaâd  31/05/2010

Inedita e occultata dal discorso ufficiale, l’immigrazione proveniente dalla regioni africane a sud del Sahara si afferma oggi come un fatto sociale di primaria importanza in Algeria.

A forte impatto mediatico nella sua dimensione di transito verso l’Europa, la sua realtà è piuttosto quella di un movimento che riguarda innanzitutto e essenzialmente il territorio algerino, in particolare il Sahara, dove la sua presenza costante è anteriore all’attrattiva europea, apparsa solo a metà degli anni ’90, cioè piuttosto di recente. Ma questa nuova realtà sociale si afferma in Algeria mentre quest’ultima è allo stesso tempo centro di sviluppo di migrazioni irregolari dei suoi propri cittadini (harraga). Tali migrazioni, irregolari e avventurose, assumono forme spettacolari per la pericolosità degli itinerari e l’esplosione quantitativa, al punto di diventare fattore di destabilizzazione e, per effetto boomerang, trovarsi nella morsa della repressione messa in atto dai maghrebini contro i migranti subsahariani.

Uno dei risultati paradossali di questa repressione maghrebina è che essa si ritorce innanzitutto contro i propri cittadini, come dimostrano i tanti giovani detenuti algerini nelle prigioni tunisine o libiche e il numero crescente di morti a causa di itinerari sempre più pericolosi. Al pari dei suoi effettivi, è tramite la sua presenza crescente e sempre più diversificata sul terreno economico che si afferma e si verifica la realtà dell’immigrazione subsahariana nel Maghreb. Se il suo peso è innegabile e visibile nel Sahara, dove costituisce una parte essenziale della mano d’opera, essa si estende ormai a tutto il territorio, comprese le metropoli più importanti del litorale.

Nonostante l’evidenza della sua presenza, questa immigrazione è relegata all’informalità, o addirittura negata. L’atteggiamento della autorità, oscillante tra la tolleranza e la repressione, è caratterizzata da un’ambiguità che riguarda soprattutto lo statuto legale, con la conseguenza della casualità e della fragilità estrema delle condizioni di lavoro e soprattutto con le provocazioni della polizia, il ricatto dei datori di lavoro e l’escalation della xenofobia. Quest’ultima trova eco tanto tra i funzionari che legittimano il proprio coinvolgimento nelle operazioni di repressione richieste dall’Europa, presentando la società algerina come vittima di flussi migratori e lo straniero come una minaccia, quanto tra la popolazione permeabile a questo discorso, come dimostrano le “cacce all’immigrato” del 2005 a Orano, o gli immancabili articoli della stampa indipendente.

La stigmatizzazione del migrante africano si radica ugualmente in una memoria storica collettiva che essa riattiva, rinviando a quel periodo del commercio transahariano che ha strutturato, per più di un millennio, le relazioni tra il mondo arabo-berbero e il mondo nero-africano e in cui il commercio di schiavi, vettore essenziale, ha modellato gli immaginari e le rappresentazioni, come la designazione dei migranti attraverso la riattivazione delle espressioni ‘abd (schiavo) o sûdânî (nero, del paese dei neri, il bilâd al-sûdân, parte dell’Africa occidentale in cui si è sviluppato questo commercio transahariano arabo) dimostra. La xenofobia verso i migranti africani rivela la continuità dei meccanismi mentali che ancora alimentano l’ostracismo nei confronti delle popolazioni nere autoctone, di ascendenza in generale servile, e fanno vacillare quel mito dell’omogeneità socio-culturale della popolazione che rimane in Algeria uno dei tabù più intoccabili.

Mentre l’Algeria è, per via dell’effetto di reazione all’onda d’urto prodotta dalla colonizzazione, preda dal momento dell’indipendenza di un monolitismo culturale e religioso che ha evacuato ogni dimensione cosmopolita, le migrazioni subsahariane reintroducono un cosmopolitismo marginale, quello di un’africanità che, pur con i tratti di un’alterità radicale, ha tuttavia molti punti in comune con le società locali di cui rappresenta, in molti suoi aspetti, una dimensione sedimentata nella cultura locale maghrebina (canti, rituali religiosi popolari, ecc.).

Ma l’effetto più inatteso di questo cosmopolitismo è il ritorno (o l’introduzione) della lingua francese o inglese e della religione cattolica (e protestante). Tale effetto si esprime già nella riattivazione delle Chiese, precedentemente ridotte a “presenze testimoniali”, rianimate dalla presenza di migranti in maggioranza cristiani. In un Maghreb ripiegato sulla propria identità, la presenza di questi migranti nel panorama culturale e cultuale maghrebino diventa un fattore di distensione che, moltiplicando i prismi dell’alterità, rompe il faccia a faccia con l’Occidente, unico specchio di fronte al quale si costruisce la domanda maghrebina sul sé.

Mentre la questione migratoria è sempre stata un elemento molto sensibile delle relazioni euromaghrebine, la presenza di migranti subsahariani in Maghreb aggiunge dei nodi di ulteriore tensione. I paesi maghrebini, tra cui l’Algeria, organizzano il respingimento dei migranti direttamente assistiti dalle polizie europee nella sorveglianza dei flussi migratori, trasformando così il Sahara in una sorte di limes in cui giocano il ruolo di “sentinelle avanzate” e facendo dei migranti una merce di scambio con i paesi europei.

La moltiplicazione dei dispositivi repressivi non è riuscita a soffocare i tentativi di migrazione ma solo a farne crescere i rischi: tutti sono ormai unanimi nel riconoscere che dal 2006 il numero di morti si è moltiplicato. Tuttavia, anche se localmente e transitoriamente conosce dei riflussi e se è obbligato ad adattarsi continuamente tramite cambiamenti di itinerari, il movimento migratorio resta globalmente stabile, in continua crescita, e si inserisce nella durata nonostante le onde di repressione. Con una tenacia fuori dal comune, i migranti riescono a forzare i punti deboli del dispositivo attraverso i micro-territori avanzati dell’Europa ai margini del Continente africano (Ceuta e Melilla, le isole Canarie, Lampedusa, Malta), rivelando tanto una particolare capacità di adattamento, notevole da parte di un movimento spontaneo e frammentato, quanto il carattere determinato e fattivo dei migranti come attori in tutto e per tutto del loro destino, al prezzo del rischio cosciente della morte.

Una determinazione che ha generato un “disordine” utile e salutare sulla scena internazionale e che ha scosso sia le opinioni pubbliche sia i responsabili europei, rimettendo la questione della mobilità al centro delle agende internazionali. Dunque il mondo si trasforma anche “dal basso”, attraverso “l’interstizio” e l’azione degli esclusi. Non c’è tragedia che non sia anche una speranza.