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Rassegna stampa

In nome di Dio vanno fermati

Gli spot dello Stato islamico, i doveri del mondo

Per capire l’abisso in cui gli assassini del jihad globale cercano di spingere la loro religione – in nome di una aberrante interpretazione dei precetti islamici – basterebbe riflettere su come sia cambiata la percezione dei venerdì nel mese di Ramadan: da giornata simbolo della purificazione e dell’avvicinamento a Dio, a momento di massima allerta e pericolo, durante il quale più facilmente si scatena il terrore; il giorno in cui un Paese musulmano come la Tunisia decreta la chiusura di decine di moschee o nelle monarchie del Golfo si presidiano i luoghi di culto sciiti quasi fossero fortilizi, per evitare nuove stragi. La febbre del settarismo e del radicalismo violento che affligge l’islam contemporaneo non si arresta. Anzi, i successi e la capacità mediatica dello Stato islamico (Is) alimentano un processo emulativo che insanguina tre continenti, dall’Europa all’Africa al Medio Oriente.
Quanti altri attentati dovremo subire, allora, quanti civili saranno ancora massacrati mentre pregano, si riposano, fanno spesa, quante comunità nel Levante saranno ancora spazzate via perché odiate dal "califfo" e dai suoi sgherri, prima di prendere atto dell’insufficienza dei nostri sforzi?


Si osserva – e molto giustamente – che la leva militare non può e non deve essere né l’unica, né quella principale. Realtà innegabile: la storia ci ha dimostrato innumerevoli volte come una soluzione che sia solo repressiva non produce mai buoni frutti. E che non si possano raggiungere risultati duraturi senza una politica a tutto tondo, che sostenga positivamente gli sforzi di chi – come in Tunisia – cerca un non facile compromesso politico, o di chi, lungo le tante sponde del Mediterraneo promuove il dialogo e l’incontro fra religioni diverse, dentro una stessa confessione e anche verso chi non crede.
Ma è altrettanto innegabile che il fascino perverso che suscita Is in migliaia di giovani musulmani è causato dalla sua forza non contrastata da parole "credenti" e da scelte di campo di altrettanto incisivo impatto. Si dirà, però, che il potere del "califfo" è più propagandistico, cioè apparente, che reale, ma questo non muta la sostanza.


Il proliferare di tante nuove cellule – che nascono continuamente e quasi in franchising – è facilitato dal permanere di una sorta di vero e proprio stato autonomo di Is nel Levante. Colpire e difendersi dai nuovi germogli è inutile se non si agisce con decisione contro i suoi gangli principali. Se permettiamo che le minoranze vengano sterminate o sradicate dalla loro terra o che predicatori, centri islamici e governi nostri formali amici (dalla Turchia a talune monarchie del Golfo) mantengano politiche ambigue e contraddittorie verso il radicalismo violento, allora non possiamo aspettarci che una recrudescenza di questi attacchi.


È tempo, insomma, di ripensare la nostra strategia – bombardare non serve e non basta, come aveva dolorosamente previsto papa Francesco – per scongiurare il radicamento violento e distruttivo dell’autoproclamato Stato islamico. E perciò è tempo di chiedere conto delle contraddizioni dei Paesi occidentali che consentono ai mercanti di armi di fare affari e di quelle, altrettanto gravi e sempre più manifeste, dei nostri alleati in Medio Oriente. E senza demonizzare un’intera comunità per colpa di pochi e nel silenzio di troppi. Va urgentemente promossa una riflessione politica e culturale partendo dall’idea che Dio è presente nelle nostre vite quotidiane e nel reale, per quanto ciò irriti le vestali del "politicamente corretto". Consapevoli prima di tutto che nessuno può usare la violenza in nome di Dio, né giustificare pubblicamente chi lo fa.

Avvenire

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