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Oasis 2015: dalla descrizione alla valutazione critica*

Dopo dieci anni di storia, tre attenzioni rinnovate di Oasis: la proposta di un giudizio culturale più esplicito, il rilancio del metodo di ricerca: parlare “con” i musulmani, non su di loro, l’assunzione di quanto avviene nell’Islam come una provocazione radicale per l’Europa.

Da sinistra: card. Angelo Scola, imam Abd al-Wadoud Gouraud, imam Yahya Pallavicini

A me tocca tracciare il filo rosso del cammino che abbiamo compiuto, che in realtà non risale a dieci anni fa, bensì a quindici. Per struttura i cristiani, e in generale gli uomini che hanno il senso delle cose, sono ascoltatori della realtà e così il primo spunto da cui tutto è nato fu un incontro a Damasco nel maggio del 2000 (allora la situazione della Siria non era nella terribile tragedia in cui versa oggi). Un incontro a tavola – perché la convivialità ha sempre un grande peso – organizzato dal nunzio in Siria con i sette rappresentanti dei diversi riti mediorientali. A pranzo si accese una discussione molto serrata, tanto che a un certo punto mi trovai accerchiato da tutti i miei confratelli vescovi e oggetto di una critica molto dura che in sostanza era: «Voi in Occidente in realtà non fate quasi nulla per aiutare noi cristiani a vivere dentro questo contesto a maggioranza musulmana. Siete ignoranti del Cristianesimo nei suoi diversi riti e siete ancora più ignoranti dell’Islam. Noi non abbiamo neanche a disposizione – dissero – i documenti fondamentali, le catechesi del Papa del mercoledì, le encicliche». Timidamente obiettai: «Ma come? Tutti voi leggete l’inglese, queste cose sono tradotte». E lì la critica divenne ancora più dura nei miei confronti rilevando la mia abissale ignoranza di quel mondo e della loro difficoltà a prescindere dalle lingue locali nella comunicazione non soltanto nei confronti del popolo ma anche nei confronti del mondo intellettuale, per una certa comprensibilissima fatica a superare tanto tempo di colonialismo e di invasione politico-culturale dell’Occidente. Tornai allora a casa un po’ sottosopra e tentai di vedere cosa si poteva fare.

Come rettore del Laterano mantenni i rapporti, visitai spesso quei luoghi (anche perché una delle cose belle che c’è tuttora a Beirut è che il Laterano ha aggregato l’Università della Sagesse, in cui le principali facoltà sono le due di diritto canonico e civile, e dove più di duemila studenti musulmani ricevono dal vescovo-rettore la firma della laurea), ma non riuscii a fare niente di più. Nominato Patriarca di Venezia, proprio per la storia di Venezia intravvidi la possibilità di fare un primo passo: e così nacque Oasis. Ecco che da questo punto di vista Oasis festeggia i suoi dieci anni, ma senza questo antefatto, che fu una provocazione intelligente da parte dei miei confratelli vescovi, Oasis non sarebbe nata. Come sempre, si deve assecondare la realtà: dapprima questa circostanza e poi quella del Patriarcato di Venezia. Da qui il primo elemento: per noi è sempre stato molto importante superare un pregiudizio, tutto intra-cattolico, per cui le Chiese cristiane e cattoliche di diverso rito in Medio Oriente avrebbero un atteggiamento rigido di non comprensione del mondo islamico e che quindi non sarebbero state utili per capire i fenomeni in atto. Questo pregiudizio si sta forse sfatando un poco adesso, ma certamente era predominante all’inizio del 2000, quando noi abbiamo cominciato. Abbiamo deciso allora di fare il contrario e cioè di passare sempre attraverso di loro, attraverso chi stava vivendo sul campo l’esperienza di essere minoranza, nel testimoniare la fede come affronto globale della vita. Questo è un criterio dal quale siamo partiti. Oggi la situazione per i nostri fratelli cristiani è evidentemente molto molto tragica, ma in questa tragedia la potenza di testimonianza di fede che genera giudizio, cultura, valutazione, in un certo senso – evidentemente bisogna dare equilibrio alle parole che sto per usare – è in grande crescita. Ciò che possiamo leggere per esempio nel libro-intervista appena pubblicato dal patriarca dei caldei Sako “Non dimenticatevi di noi” in cui descrive quello che è successo dal giugno dell’anno scorso fino a qualche mese fa. Lo sto leggendo, anche perché devo andare a trovare il patriarca Sako adesso, ed è imponente la potenza e la chiarezza di giudizio sull’Europa e sul mondo occidentale che emerge dall’interno di un’esperienza di tanti fratelli buttati fuori dalle loro case, spesso uccisi e così via. Quindi questo resta il punto di partenza a cui noi vogliamo attenerci con molta scrupolosità, cura ed attenzione.
Il secondo elemento, citato dal direttore Fontana, è l’introduzione del tema del meticciato che io definii all’inizio come “meticciato di culture e di civiltà”.

Mi aspettavo la forte reazione che poi avemmo di fronte a questa idea: una reazione legata alla classica paura contro il sincretismo, come se fosse possibile concepire a tavolino una sintesi di tutte le religioni per poi applicarla ai nostri fratelli che vengono dai paesi musulmani. È chiaro che non pensavamo a questo, ma pensavamo al meticciato come un processo in atto. La storia viene dai processi e i processi non suonano il campanello per domandare il permesso! Arrivano, e l’unica cosa che puoi fare è orientarli criticamente. Ma nel frattempo le cose sono cambiate: oggi basta andare nelle nostre parrocchie in via Padova piuttosto che nel Gallaratese per vedere fisicamente il meticciato, non solo come meticciato di culture. Perché vedi appunto le fisionomie dei bambini e, come quando ero a Venezia, li senti parlare un dialetto veneto perfetto. Poi ti accorgi che hanno la faccia nera, piuttosto che gli occhi a mandorla o la carnagione tipica dei nostri fratelli del nord Africa o del Medio Oriente. Quindi il meticciato come processo, con un’ambivalenza intrinseca: si tratta di orientarlo, di vedere come affrontarlo. Ci accorgiamo di questo e soprattutto si tratta di avere la pazienza creativa - non da ignavi - e costruttiva che è necessaria perché ogni processo si dispieghi nella storia e trovi il suo giusto assestamento. Giusto assestamento perché anche ISIS è meticcio, conta sono numerosi foreign fighters che vengono dall’Occidente. Allora cosa dobbiamo voluto fare? Esattamente quello che la professoressa Shahrzad Houshmand ha detto: noi abbiamo voluto creare uno strumento di reciproca conoscenza: Oasis (come rivista e poi tutto quello che è venuto in seguito) ha come scopo la conoscenza reciproca. Non è uno strumento di dialogo interreligioso, che domanderebbe un tipo di specialistica molto più avanzato, anche se se ne occupa, non è uno strumento per intellettuali: è il tentativo e il desiderio di conoscerci meglio perché l’ignoranza reciproca è strepitosa. Nonostante negli ultimi anni i giornali abbiano fatto molto, una conoscenza che vada oltre la superficie non esiste.

Ho la percezione che noi europei non abbiamo fatto crescere il desiderio di capire di più, di sapere di più. Ad esempio la lettura di ISIS come pura lotta tra l’Islam, genericamente inteso e senza alcuna distinzione, e il Cristianesimo inteso come Occidente, senza alcuna comprensione dei fenomeni di dialettica interni all’Islam, è assolutamente normale. Quale sia la dialettica tra sciiti e sunniti e come essa sia alla radice profonda delle tensioni nell’Islam, sono aspetti ignorati dalla stragrande maggioranza degli occidentali. Per fare questo, per una conoscenza reciproca, abbiamo voluto costruire, oltre a taluni strumenti, un soggetto comunitario nella convinzione che ho sempre avuto, fin da ragazzo e sulla scorta di una grande affermazione del filosofo Maritain, che il primo fatto di cultura è un soggetto che si pone nella realtà: il primo fatto di cultura non è una questione di libri o di studio o di riflessione teoretica, ma è un soggetto che affronta l’esperienza normale comune a tutti gli uomini secondo una visione, a partire da una visione. Perché l’esperienza contiene in sé un logos, una ragione; non c’è l’esperienza bruta che poi io investo con una ragione. Questo ci ha spinti a coinvolgere persone, dapprima intellettuali di varie realtà e poi amici del mondo musulmano, dentro uno stile di scambio e ascolto reciproco. Allora perché viriamo, cosa vuol dire questa svolta? Perché evidentemente 10 anni fa c’erano appena stati gli attentati di Madrid, Saddam Hussein si nascondeva nella clandestinità, Facebook era stato fondato da poco, Twitter non esisteva, la crescita economica sembrava per definizione inarrestabile, in Medio Oriente i regimi erano saldamente al potere. Non si può non cambiare perché altrimenti vuol dire essere fuori non solo dal tempo presente ma anche da passato prossimo. Qual è il passo in più che vogliamo fare? Lo chiamerei così: dalla descrizione in vista della reciproca conoscenza alla valutazione critica dei fenomeni e dei dati. È un passo verso un tentativo di giudizio per il quale, come diceva già Hegel, serve anche la fatica del pensiero. Cioè qualche cosa che vada al di là del puro racconto, perché il racconto autentico nasce da un’esperienza, ma un’esperienza si comunica solo attraverso la sua ratio e il suo logos altrimenti resta solo una cosa singolare: l’hai fatta tu, roba tua, io ho altro modo di vedere e guardare le cose. Se invece si arriva alla logica che ci sta sotto allora si può comunicare e la conoscenza si approfondisce. Io penso che questa fatica dobbiamo farla come occidentali, come cristiani e come musulmani.

Dobbiamo tener conto di un dato: uno dei fattori pratici che ha determinato la grande prova che la Chiesa sta attraversando è stata la crisi dei grandi ordini religiosi. Per molti decenni la Chiesa mondiale è vissuta su un tripode di eccellenza straordinaria: l’esperienza di popolo nel mondo latino, Italia e Spagna soprattutto, ma anche Baviera; l’approfondimento culturale del mondo francese (cosa sono stati il gesuitismo e il domenicanesimo di Francia per tutto il mondo è qualche cosa di letteralmente impressionante), e l’approfondimento tecnico scientifico e accademico del mondo della teologia tedesca e della teologia biblica americana. Con la crisi degli ordini religiosi tutto questo è praticamente sparito costringendoci oggi a ricominciare da capo: c’è un grande lavoro che sta sulle nostre spalle e che è tutto da inventare. Questa è la prima radice della svolta che vorremmo, con l’aiuto di tutti e se siamo capaci, compiere. La seconda cosa è già stata richiamata: parlare con, non parlare su. Resistere a ogni tentazione di presa di distanza che la paura genera: la paura è sempre cattiva consigliera anche se va presa molto sul serio e va fatta evolvere attraverso delle ragioni. Vogliamo continuare con questo sguardo effettivamente ecumenico nella consapevolezza e nella convinzione che c’è un disegno di Dio sulla storia e che questo disegno è buono. Certo, questo disegno confronta la libertà di Dio con la libertà dell’uomo e con la libertà del maligno (la scena del gran teatro del mondo è sempre il risultato di questa tensione e di questa dialettica). In questa convinzione, senza ingenuità, attraverso un lavoro di conoscenza vogliamo andare realmente verso una situazione di amicizia civica con i popoli islamici, superando il puro confronto con gli intellettuali e mirando di più a un Islam di popolo. Adesso ci sono certe condizioni, anche in Europa, affinché questo sia possibile. Questo è un secondo elemento. Infine, per chiudere, io credo che questa sfida che ci viene dall’Islam sia anche una provocazione provvidenziale alla fatica di noi europei. È vero che la categoria della paura è la più giusta da invocare per descrivere la situazione in cui siamo, ma la paura è cattiva consigliera e produce sempre, alla lunga, inconvenienti. L’accoglienza degli uomini e delle donne che vengono da tutti i mondi, il fenomeno di meticciamento dell’Europa e di Milano, e in esso il fenomeno musulmano che è stimato oggi in quasi 20 milioni di persone in Europa, è qualcosa che deve ridisegnare il cittadino europeo. Questo pone una domanda a noi, uomini e donne un po’ stanchi: chi vuole essere l’uomo del Terzo Millennio? Questa domanda ha assunto, come dico sempre, il carattere di una scommessa pascaliana: non è più scontato rispondere, i fenomeni si intrecciano, le strabilianti scoperte della scienza e della tecnologia sembrano allontanarci sempre di più dal valore della persona e del soggetto spirituale e dalla dignità che ne consegue, creando una confusione terribile a livello del tema dei diritti. Infatti il rigoroso metodo scientifico, che non può procedere per “verifica” ma solo per “falsificazione”, può facilmente farci cadere nel delirio per cui l’uomo sarà il risultato di quello che noi attraverso le scienze e le tecnologie riusciamo a rendere. L’uomo sarà solo il suo proprio esperimento e quindi la persona con la sua dignità diventa zavorra antica, categorie che utilizzavamo quando non potevamo conoscere (come dicono certi autori, che però sono già calati di moda anche loro. Fino a tre anni fa se uno non citava Deleuze o Derrida sembrava fuori dal mondo, adesso i ragazzi di oggi non se ne fanno nulla, non solo non li leggono, ma non se ne fanno proprio nulla come posizione). Allora questo per noi europei, la provocazione che viene dagli Islam è una chiamata al risorgimento, al risveglio.

*Trascrizione dell’intervento pronunciato il 5 giugno a Milano, alla presentazione di Oasis 21, non rivista dal relatore.


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