I minareti in Svizzera, il burqa in Francia, il posto dell’Islam nei Paesi Bassi e in Danimarca, la caccia agli immigrati in Italia. Da qualche mese un clima curioso attraversa l’Europa. Un po’ ovunque, la paura condiziona il dibattito. Paura dell’immigrazione. Paura dell’Islam. Paura del comunitarismo. Ogni paese alimenta il dibattito culturale con la sua storia, ma ovunque domina lo stesso sentimento. In discussione sarebbe l’identità, essendo quella degli altri percepita per lo più come una minaccia.
In Francia (deve sorprendere?) è lo Stato che si è fatto carico della questione. In due modi. Innanzitutto organizzando un ampio dibattito sull’identità nazionale sotto l’egida di un ministero il cui portafoglio è in sé tutto un programma: ministro dell’immigrazione, dell’integrazione e dell’identità nazionale. Questo ministro ha proposto una sorta di check-up alla nazione allo scopo di dire meglio, nel 2010, cosa significhi essere francesi. Non sulla repubblica o sul vivere insieme. Ma sull’“identità”. Anche i prefetti sono stati mobilitati per organizzare il dibattito. Il dettaglio rivela il calcolo politico del presupposto sicuritario. È al rappresentante della forza pubblica che è stato affidato l’incarico di riflettere sul “vivere insieme”. La cosa fa sorridere. I prefetti francesi non rilasciano solo carte di identità, ma devono diventare filosofi.
Strumentalizzazione politica alla vigilia delle elezioni regionali per qualcuno, dibattito appassionante per gli altri, l’appello alla riflessione sull’identità ha suscitato numerose prese di posizione sulla stampa e su internet. Non senza derive xenofobe. Perché allo stesso tempo il governo ha innescato un altro dibattito esplosivo sulla necessità o meno di introdurre una legge che proibisca di indossare il burqa nello spazio pubblico. Ed ecco partire il dibattito in ogni direzione, sospinto dai tempi mediatici che, il più delle volte, funzionano in modo pulsionale. Identità, burqa, repubblica, islam, immigrazione. Malgrado gli sforzi di discernimento di tale intellettuale o tal altro, il miscuglio e la paura hanno finito per avere il sopravvento.
La Francia non è la sola a confrontarsi con questo tipo di dibattito che, di fatto, ha cominciato a prendere piede all’inizio degli anni 2000, sotto l’effetto combinato di diversi fenomeni. L’Europa tentava allora di dotarsi di una costituzione e fu il dibattito sulle radici cristiana ad aprire le danze. Gli attentati del 2001 e la diffusione del terrorismo islamista hanno occupato il proscenio. Parallelamente, la spinta migratoria si è fatta così forte e improvvisa da rendere ineluttabile una riflessione sulla pluralità culturale. E allo stesso tempo la precarizzazione del lavoro e le difficoltà delle giovani generazioni a diventare padrone del loro destino economico hanno contribuito a rendere l’atmosfera un po’ più tesa. Risultato: vecchie categorie sono riemerse. Il miscuglio, il capro espiatorio, l’integralismo. Si è parlato allora di ripiegamenti identitari, peraltro alimentati da nuovi ideologi.
In un tale contesto, strani paradossi emergono quotidianamente. La polizia francese moltiplica gli ostacoli per il rinnovo delle carte di identità dei francesi nati all’estero o da genitori stranieri, mentre il paese è governato per la prima volta da un presidente con origini familiari diverse. Negli Stati Uniti, affermare la propria identità d’origine e aderire al nation building sono complementari. In Francia, sembrano incompatibili. È questo a spiegare la difficoltà di parlare del ruolo pubblico delle religioni in un paese in cui la laicità, figlia remota dell’Editto di Nantes e per molto tempo garante del pluralismo, si è poco a poco fissata sulla rimozione della tradizione culturale o religiosa. In tutto questo dibattito, manca una parola. Eppure essa definisce, da due secoli, la strada francese al dibattito sulla coesione sociale, al di là delle appartenenze sociali, etniche o religiose. È la parola cittadinanza. Strana assenza.
Collegamenti:
[1] http://www.oasiscenter.eu/it/node/5501