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Medio Oriente e Africa

Quel Nobel “alla carriera” per la società civile tunisina

Chi sono gli avvocati, i sindacalisti, gli attivisti laici che da decenni sfidano il potere in Tunisia

I rappresentati del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino, vincitori del Nobel per la Pace

Per un curioso intreccio di destini, il Quartetto per il dialogo nazionale (UGTT, UTICA, Lega per la difesa di diritti dell’uomo e Ordine degli Avvocati) ha vinto il Nobel per la Pace nello stesso anno in cui è morto Abdelkader Zghal, uno dei pionieri della sociologia tunisina e maghrebina. Zghal, nato nel 1931 e per anni animatore del Centro Studi e Ricerche sull’economia e la società di Tunisi (CERES), è stato uno dei più attenti indagatori di quella società civile che il Comitato norvegese ha voluto premiare. Le coordinate teoriche elaborate da Zghal sono oggi uno strumento per comprendere il protagonismo del Quartetto e le sue radici storiche.

Gli anni della critica al partito unico

Gli studi di Zghal sul concetto di società civile traggono spunto dall’evoluzione dello spazio pubblico tunisino a partire dalla seconda metà degli anni ’70. È un momento in cui la politica e la filosofia dei diritti umani stanno riacquisendo vigore sulla scena internazionale, come dimostra tra le altre cose il posto occupato dal tema dei diritti umani nella Conferenza di Helsinki del 1973-1975. In Tunisia l’autoritarismo di Bourguiba vive una degenerazione burocratica e alterna fasi di apertura e repressione. In questo contesto le associazioni iniziano a prendere coscienza del loro ruolo di istanza critica nei confronti del Partito unico. Lo fa per esempio l’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini. Creata nel 1946 dalla confluenza di varie sigle sindacali, l’UGTT partecipa alla lotta di liberazione nazionale. Dopo l’indipendenza essa svolge un importante funzione di collegamento tra la società e il partito-Stato di Bourguiba e, in una tensione costante tra subordinazione e autonomia, garantisce nell’assenza di pluripartitismo uno spazio di relativa libertà. Benché sia più propensa alla mediazione che al confronto diretto, a partire dalla metà degli anni ’70 l’UGTT inizia a sfidare il regime. Intanto, tra il 1976 e il 1977 nasce la Lega dei Diritti dell’uomo, prima associazione di questo tipo nel mondo arabo, e luogo in cui confluiscono tendenza politiche diverse unite dall’opposizione ideale all’autoritarismo.

Tra il 1978 e il 1984, si verificano in Tunisia tre gravi crisi sociali e politiche. Nel gennaio del 1978, uno sciopero generale lanciato dall’UGTT si trasforma in una rivolta popolare. Per sedare la sommossa Bourguiba è costretto per la prima volta nella storia repubblicana a fare intervenire l’esercito. L’intervento si ripete altre due volte, nel gennaio del 1980 e nel gennaio del 1984. Come nota Zghal in un articolo del 1990, in quella particolare congiuntura si pone il problema della capacità del sistema politico tunisino di salvaguardare la sua natura non militare. Il concetto di società civile si impone allora sia negli ambienti politici sia in quelli accademici proprio per indicare quella rete di organizzazioni autonome dallo Stato che mette al riparo quest’ultimo dai colpi di Stato militari.

A tutela della laicità

Nel frattempo, nel 1987 un colpo di Stato effettivamente si verifica, ma è quello “medico” con cui Ben Ali subentra a Bourguiba. Sembra l’avvento di una nuova stagione di apertura democratica, a cui partecipano anche gli islamisti di An-Nahda. Questi ultimi sfidano il regime sul terreno dell’interpretazione dell’Islam, mentre è in corso il processo per il loro riconoscimento legale. La società civile reagisce di nuovo, questa volta non per tutelare la natura “non-militare” del sistema politico, ma per salvaguardare il suo carattere “non-religioso”. Zghal rileva allora che la nozione di società civile assume un significato nuovo: non più «l’insieme delle organizzazioni distinte dallo Stato indipendentemente dal loro orientamento ideologico, ma più precisamente i partiti e le associazioni che, malgrado le loro divergenze d’opinione su molteplici questioni hanno in comune gli stessi valori relativi ai diritti dell’uomo e delle libertà individuali».

Negli anni ’90 e 2000, il regime di Ben Ali si appropria della retorica dei diritti umani e della società civile e riesce a domare le organizzazioni e le associazioni impegnate in questo ambito, sia attraverso la repressione sia tramite la cooptazione. La rivoluzione del 2010-2011 apre nuovi spazi, ma le organizzazioni che avrebbero poi formato il Quartetto ci arrivano con un grado di preparazione diversa. L’UGTT è inizialmente in affanno, perché paga il suo ruolo ambivalente di mediatore tra regime e società. Nel 2008, la centrale sindacale si era fatta scavalcare dalla sua base nella rivolta scoppiata nel bacino minerario di Gafsa, la prova generale della Rivoluzione dei gelsomini. Nel 2011 lo scenario si ripete. Dopo qualche esitazione iniziale anche la leadership si attiva, fino a riconquistare con il nuovo segretario Houcine Abbassi il lustro perduto. Anche la Lega per la Difesa dei Diritti dell’uomo è indebolita, ma negli anni di Ben Ali è riuscita a restare fedele alla sua missione anche grazie al sostegno della Federazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo, presieduta fino al 2013 dalla tunisina Souhayr Belhassen. Il soggetto più pronto sembra essere l’Ordine degli Avvocati, che sotto la presidenza Ben Ali ha funzionato da «enclave democratica», sola organizzazione professionale i cui dirigenti siano eletti in modo trasparente. Gli avvocati sono i primi a reagire all’immolazione di Tarek Bouazizi del 17 dicembre, organizzando già dal giorno successivo sit-in di protesta in tutto il Paese. Assieme all’UTICA, l’associazione che raggruppa imprenditori, commercianti e artigiani, queste tre organizzazioni hanno il merito di aver permesso che la Rivoluzione raggiungesse la borghesia delle città, trasformando le rivolte del 2010 da sommosse popolari a movimento nazionale.

Il dialogo nazionale

Nel 2013, in un frangente di tensione politica, in cui muoiono assassinati due importanti esponenti politici della sinistra, le quattro grandi organizzazioni lanciano l’iniziativa del dialogo nazionale, che costringe An-Nahda a lasciare il governo, favorisce la conclusione dei lavori dell’Assemblea Costituente e consente l’organizzazione delle elezioni legislative e presidenziali del 2014.

Per Zghal, che intanto ha assimilato la lezione di Habermas sulla sfera pubblica come spazio di dibattito, è l’occasione per mettere ulteriormente a punto la sua concettualizzazione della società civile. Come ha notato un altro studioso tunisino, Mohammed Kerrou, la sua riflessione si salda ora con l’idea del “compromesso storico” tra laicisti e islamisti, che neutralizza le pretese egemoniche di An-Nahda e la bipolarizzazione del campo politico. Il premio Nobel conquistato dal Quartetto potrebbe quindi essere letto anche come un “Nobel alla carriera” assegnato alla società civile tunisina. La tentazione di farne ora un modello per tutti è forte, ma ci vuole realismo. Nel 1987, Zghal osservava che la Tunisia era rimasta l’unica Repubblica civile del mondo arabo e da allora le cose non sono cambiate. Il Nobel per la Pace scommette però che questo percorso possa avere un valore che supera i confini del piccolo Paese mediterraneo.

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