Perché abbiamo bisogno di testimonianza. Struttura della rivelazione cristiana e metodo del dialogo religioso , «Oasis» 7 (2008)



 

Iraq, chi ha messo i cristiani in trappola

Paolucci Giorgio
Iraq, chi ha messo i cristiani in trappola

Autore: Jean Benjamin Sleiman
Titolo: Nella trappola irachena 
Editore: Paoline, 2007, pp. 136

 

Il giorno di Pentecoste, a Gerusalemme, si erano radunati «parti, medi, elamiti e abitanti della Mesopotamia», la terra tra i due fiumi che sarebbe stata evangelizzata dagli apostoli Tommaso e Bartolomeo e dai loro discepoli. La Chiesa dell’attuale Iraq trae dunque le sue origini dalla prima comunità cristiana. Quelle millenarie radici continuano ad alimentare un piccolo gregge che oggi corrisponde al 3% della popolazione, è diviso in dodici denominazioni diverse ma rischia una crescente insignificanza. I cristiani sono i più esposti alle oscillazioni del fanatismo: sembra un paradosso, ma nel momento in cui dopo gli anni della dittatura la società irachena ha potuto assaporare la libertà, essi sono tra coloro a cui mancano le condizioni per poterne godere. Lo testimonia con un’analisi impietosa e drammatica l’Arcivescovo latino di Baghdad, Jean Benjamin Sleiman, nel suo libro Nella trappola irachena.

La condizione dei cristiani è sintetizzabile in un termine, che trae legittimità giuridico-religiosa dalla shari’a e che mai è stato realmente superato, neppure durante l’esperienza baathista: è la “dhimmitudine”, in cui viene formalizzata la “protezione” accordata alle minoranze religiose in cambio di una sostanziale sottomissione. Pur in presenza di numerosi esempi di concordia e collaborazione, i rapporti dei cristiani con la maggioranza musulmana non hanno mai avuto la possibilità di divenire pienamente egualitari. La conseguenza è che si sentono stranieri in quello che è da sempre il loro Paese, mentre si moltiplicano le spinte a un’emigrazione che ha raggiunto livelli talmente elevati da far ritenere attendibile una prospettiva fino a qualche anno fa improponibile: non è lontano il giorno in cui il numero dei cristiani iracheni della diaspora supererà quello di quanti vivono nella madrepatria.

Ad aggravare il quadro si aggiunge la tendenza delle varie confessioni cristiane a chiudersi in se stesse e a rimarcare la propria autonomia e i propri diritti, a discapito di una dinamica ecumenica più che mai necessaria in un’epoca in cui le minoranze sono messe a dura prova dalla crescita dell’integralismo di matrice islamica. Per costruire un’alternativa alla logica della guerra preventiva, secondo Sleiman, sarebbe stata necessaria un’azione diplomatica preventiva che però non c’è stata. Oggi i cristiani iracheni si sentono in trappola: vorrebbero essere cittadini pacifici e fedeli al loro Paese, ma si trovano invischiati nella violenza politica. I soprusi dei nuovi poteri etnici e religiosi li sottomettono a leggi e abitudini che non appartengono loro. Le donne devono indossare il velo, la fede può esprimersi solo timidamente e con discrezione, l’esistenza stessa è sempre più esposta alla precarietà.

Di fronte a uno scenario così sconfortante, la tentazione di abbandonarsi al pessimismo è dietro l’angolo. Ma Sleiman suggerisce alcune strade per uscire dalla trappola irachena anzitutto non si deve abbandonare il Paese alle faide tra fazioni. La pace non può essere un gesto unilaterale e il governo insediato a Baghdad necessita, oggi più che mai, di un consenso internazionale. La società irachena deve affrontare la scommessa della riconciliazione con una storia nazionale che si è costruita nella convivenza tra le diversità e nel confronto con la modernità, per battere il fanatismo e liberare la pratica religiosa dal confessionalismo radicale e dal fondamentalismo. Ai cristiani, in particolare, spetta un ruolo storico: essi non riusciranno a preservare la loro identità senza contribuire alla costruzione dell’unità nazionale, assumendosi l’impegnativo compito di mediatori tra le parti. Per questo, conclude l’Arcivescovo latino di Baghdad, essi «rinvigoriti dalla fede, non devono più comportarsi come una minoranza che si chiude nella propria impotenza e si affanna per raggiungere la storia che l’ha lasciata indietro. Devono invece ripartire dalla patria, dalla cittadinanza e dalla Carta dei diritti dell’uomo, dal bene comune». Sapranno essere all’altezza del compito che la storia mette loro davanti? E i loro fratelli d’Occidente sapranno sostenerli in questo compito, con la preghiera e con l’azione?

Per citare questo articolo

Paolucci Giorgio, Iraq, chi ha messo i cristiani in trappola , «Oasis» [on-line], 7 | Maggio 2008, on line il 15 Maggio 2008 consultato il 23 Maggio 2012.
URL: http://www.oasiscenter.eu/node/2458