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Religione e società

Il dialogo con i musulmani parte dal dialogo tra di noi

Una chiesa e una moschea nel quartiere di Kuzguncuk, Istanbul [aydinsert / Shutterstock.com]

Una conoscenza reciproca e amante che sappia narrare la bellezza del vivere insieme è l’unico antidoto a ogni forma di terrorismo

Sconfiggere il jihadismo e le altre forme di terrorismo è una possibilità reale? La domanda si è fatta ancor più acuta dopo gli ultimi attentati in Spagna e in Inghilterra. Non basta la paura, la decisa condanna, la rabbia di fronte a tali efferatezze. Né il necessario lavoro per mettere in atto adeguate misure di sicurezza: in ogni caso non sarebbero mai sufficienti a evitare l’azione letale degli uomini bomba.

 

Spesso la risposta che viene da noi europei – “Non cambieremo i nostri stili di vita” – ha il sapore di un proclama di fermezza più che dell’indicazione di una strada. È una risposta che non manca di coraggio. A patto che si sia consapevoli che essa pone un interrogativo ancor più radicale. “Quali sono, di fatto, i nostri stili di vita?”. È bastato forse a suo tempo asserire: “Torneremo al Bataclan o allo stadio o a passeggiare sul lungomare di Nizza”?

 

Noi uomini del Terzo Millennio per affrontare il frangente storico attuale che Papa Francesco ha definito come un «un cambiamento d’epoca, non un’epoca di cambiamento» non possiamo evitare di paragonarci con una questione decisamente più impegnativa: “Chi vuole essere l’uomo del Terzo Millennio?”. È la questione del senso, cioè del significato e della direzione da dare alla nostra vita personale e sociale. Indipendentemente dalla mondovisione cui ci ispiriamo, credenti, diversamente credenti, non credenti non possiamo più sfuggire a questo provocante interrogativo.

La questione del senso

Il lavoro di Oasis da una quindicina di anni documenta analiticamente, tra l’altro, la sfida lanciataci da una parte del mondo musulmano: «Siete una “non civiltà”. Avete perso ogni fede, parlate di diritti e poi spesso li calpestate. Soprattutto non avete cessato di percorrere, con modalità sempre più subdole, la strada del dominio». Non possiamo qui addentrarci nell’analisi delle problematiche che a livello religioso, civile, politico, economico ed ecologico ci affliggono. Né dar conto di una civiltà che produce povertà ed esclusione, qui da noi e in varie parti del mondo. Per non parlare della nostra facilità a dimenticare la storia mondiale nella sua interezza. Essa non registra solo violenze nei nostri rapporti con i musulmani e dovrebbe perciò farci smettere di parlare di “noi” e “loro”.

 

Cercare il senso adeguato del vivere e condividerlo in un confronto appassionato teso al riconoscimento reciproco: per farlo con i musulmani occorre ricominciare a farlo tra noi, qui da noi.

Uno strumento aperto a tutti

Il poeta T.S. Eliot ha parlato a suo tempo di uomini “impagliati”. Potrebbe essere un aggettivo calzante per noi occidentali del terzo millennio perduti in un narcisismo autistico che ci impedisce di amare l’altro perché non ci lasciamo amare da Dio. Forse da questo umile riconoscimento dovremmo ripartire nel dialogo con ogni nostro “fratello uomo”, per usare l’espressione di Karl Barth. Anche con i musulmani. Una conoscenza reciproca e amante che sappia narrare la bellezza del vivere insieme è l’unico antidoto a ogni forma di terrorismo.

 

La Fondazione Internazionale Oasis intende essere uno strumento aperto a tutti, soprattutto a quelli che vogliono costruire una «civiltà della verità e dell’amore», secondo l’espressione di San Giovanni Paolo II.

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