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Consigli di lettura

Se la realtà supera la fantascienza, il cinema tace

Quando Hollywood non capisce quel che accade, sfigura

Un pullman affollato di immigrati sfila tra i militari che pattugliano la città, armi in pugno e cani al guinzaglio. All’entrata delle stazioni, tra l’indifferenza di chi passa, grandi gabbie imprigionano gli umani, trattati come animali. In un paesaggio urbano da apocalisse, un altoparlante martella il suo messaggio ossessivo: «L’Inghilterra vi sostiene e vi offre riparo. Non appoggiate il terrorismo!». Nel 2006, quando al cinema uscì I figli degli uomini, diretto da Alfonso Cuarón, le immagini – così come le parole di P. D. James, dal cui romanzo era tratto il film – rimandavano a un futuribile scenario del 2021. Il regista messicano aveva utilizzato campi lunghi e piani sequenza, girando la fiction come fosse un documentario. Sono passati meno di dieci anni e la cronaca ci presenta immagini analoghe. Anzi, spesso più crude, come la scena rubata nel centro di accoglienza di Röszke, Ungheria, dove la polizia lancia pezzi di pane a centinaia di profughi affamati. E quando la realtà somiglia troppo alla fantascienza, il cinema passa la mano.

Di fatto, la strategia del terrore che negli ultimi anni sta cancellando la presenza dei cristiani dalla Siria e dall’Iraq, allargandosi a Libia, Kenya, Nigeria e a buona parte del Medio Oriente, non ha lasciato tracce al cinema. E non è così strano, se si pensa che in cento anni dal genocidio armeno si contano sulle dita di una mano i film dedicati all’argomento. Non mancano, al contrario, le immagini che raccontano le prodezze dell’ISIS. Ci sono le cronache dei tg, con le migliaia di migranti che ogni giorno bussano alle frontiere europee. E ci sono le immagini prodotte in proprio dai jihadisti, organizzati con tre società che producono video destinati all’Occidente, al mondo arabo e soprattutto al web: al-Hayat Media, nata nel maggio 2014, al-Furqan, presente in Iraq dal 2006, al-I‘tisam, siriana. Sono tipologie diverse di comunicazione, quelle che invadono il web e i salotti di casa: ci sono le immagini del terrore – le teste mozzate, le presunte spie giustiziate nei modi più atroci, i bambini che sparano sui prigionieri – e ci sono le immagini della seduzione: le prime servono ad arruolare jihadisti nel mondo, le altre a rassicurare. Imparano in fretta, gli uomini del “Califfato”: hanno capito che il terrore non sempre paga e sono passati dai primi fotomontaggi, con i carnefici giganti e le vittime piegate in catene, ai cosiddetti “mujatweet” di oggi, accattivanti e molto, molto social. Minispot fatti di primi piani e immagini brevi, montate al volo, rubate ai mercatini, alle famiglie in festa. Sicurezza, pace, benessere: un’idea di felicità, quella suggerita dagli spot, non così lontana dalla nostra. E pazienza se ogni tanto, tra la frutta e il kebab, spunta un kalashnikov.

Hollywood tace, e se parla fa brutta figura, anche perché non capisce molto di quello che accade. La Mecca del cinema ha sempre sostenuto Obama, portandone l’immagine alle stelle. E adesso, proprio come il suo presidente, è l’ultima a capire che il sostegno americano ai ribelli in Siria non ha indebolito Asad ma ha rafforzato l’ISIS; che la presenza dei cristiani in Medio Oriente non è irrilevante, se non altro perché agli occhi dei terroristi rappresentano l’Occidente intero; che per risolvere la situazione non basta qualche drone che colpisce a caso. Occorre pensare al dopo, e vale anche per la vecchia Europa che promette raid aerei in Siria e non riesce a gestire le frontiere. L’alternativa è Sly: e infatti qualcuno ha trattenuto il fiato quando Sylvester Stallone, dopo aver annunciato su Twitter il titolo del nuovo Rambo, Last Blood, ha rivelato che «alcune squadre al lavoro in Siria e in Iraq dove l’ISIS ha le sue roccaforti» starebbero collaborando con la popolazione per realizzare un film più vero del vero. La dichiarazione ha fatto il giro del mondo in poche ore ed è stata smentita, per fortuna, un attimo prima che l’ISIS la prendesse sul serio.

Non che l’America abbia del tutto dimenticato l’11 settembre. Di terrorismo si parla ancora, almeno nelle serie televisive di Fox. Ma si tratta di un nemico senza nome, senza faccia e senza contenuti: il terrorista islamico è il cattivo del momento più che l’inquietante protagonista della storia globale. Ne è esempio perfetto il film Nemico invisibile di Paul Schrader. C’è Nicholas Cage, combattente della CIA quasi in pensione: all’epoca è stato torturato dai fondamentalisti, ora se la prende con il cinismo dei servizi. È ancora vivo anche il terrorista che gli ha staccato mezzo orecchio e continua a fare danni tra la Romania e il Kenya. Nello scontro finale, sembrano due pugili suonati sul ring: e scivola nel ridicolo la metafora che vuole Cage affetto da demenza senile e Mohammed consumato dalla talassemia. Per entrambi, comunque, è passata l’ora in cui difendere identità e valori.

Insomma, tira aria di fallimento e si profila un cul de sac anche per quelli che a prima vista sembrano vincitori. In questo caso, il cinema aiuta a capire come la volontà di potenza, l’ossessione del controllo, le strategie non garantiscano un lieto fine. A Venezia, ad esempio, la Turchia era rappresentata, oltre che da Pamuk, il Nobel messo all’indice per aver parlato del genocidio armeno, da Frenzy (Follia), il film di Emin Alper dove due fratelli si spiano a vicenda, lo Stato è impotente a combattere il terrorismo interno e cresce un estremismo senza ragioni. Sono le conseguenze che paga l’identità di un Paese sospettato di fare il doppio e triplo gioco sullo scacchiere internazionale.

Un contrappasso perfetto anche per l’Iran, che ha vinto un primo round con la revoca delle sanzioni economiche, grazie al trattato sul nucleare voluto da Obama. Basta vedere l’ultimo film girato in clandestinità da Jafar Panahi, il regista condannato a non fare cinema per 20 anni, per capire che il prestigio della dittatura ha i giorni contati. Taxi Teheran è bellissimo: Panahi l’ha realizzato con un cellulare, l’ha fatto arrivare a Berlino con una chiavetta USB e ha vinto l’Orso d’Oro. Racconta una giornata di ordinaria follia a bordo di un taxi che gira per la capitale. Due passeggeri discutono se le recenti impiccagioni di scippatori possano servire a limitare i reati. Un venditore di DVD pirata offre film vietati: Allen, Kurosawa, Kim Ki-duk. Un uomo ferito in un incidente, credendo di essere in punto di morte, registra le ultime volontà e lascia la casa alla moglie che, per legge, non potrebbe ereditare. L’uomo si salva, ma la donna chiamerà più volte il tassista per avere la registrazione. Non si sa mai. Infine, sul taxi sale l’avvocatessa di Panahi. Sta andando da una ragazza che fa lo sciopero della fame in prigione, dove è rinchiusa da cento giorni per aver tentato di entrare allo stadio con altre amiche amanti della pallavolo. L’avvocato ha un bel sorriso e un mazzo di rose: sulla perfezione di quel fiore, ripreso un attimo prima che il cellulare venga rubato da una spia del regime, si chiude il film. Un fotogramma di bellezza in questo disperato mondo alla rovescia.


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