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Rassegna stampa

Strage di migranti: «Eravamo 950, donne e bambini nella stiva»

Si aggrava il bilancio delle vittime del naufragio nel Canale di Sicilia, il più grave di sempre. Le parole dei primi superstiti aggiungono orrore all'orrore. ​"Eravamo in 950. C'erano anche duecento donne e 50 bambini con noi. In molti erano chiusi nella stiva". Sono andati giù, in fondo al mare, senza neanche poter provare a salvarsi, ad aggrapparsi ad un pezzo di legno, al braccio di qualcuno. Senza neanche potersi permette di sperare. Sono morti senza poter lanciare un ultimo, disperato, urlo. Rinchusi in quella enorme tomba preparata per loro dagli scafisti. I migranti, secondo le prime informazioni, sarebbero stati provenienti da diverse nazioni: Algeria, Egitto, Somalia, Nigeria, Senegal, Mali, Zambia, Bangladesh, Ghana. Paesi d'origine diversi ma uno stesso crudele destino.

Non c'è fine all'orrore nel canale di Sicilia. Non c'è fine alla cattiveria dell'uomo. La strage di Lampedusa (dove morirno 386 persone) doveva segnare il punto di non ritorno; il "mai più" che papa Francesco, proprio da quell'isola, lanciò al mondo. E invece è arrivata la strage ancora più drammatica. Il bilancio è ancora incerto, ma la tragedia è enorme. A delinerala, ieri sera, un giovane del Bangladesh che è tra i 28 sopravvissuti e che ha parlato di 950 persone a bordo: "siamo partiti da un porto a cinquanta chilometri da Tripoli, ci hanno caricati sul peschereccio e molti migranti sono stati chiusi nella stiva. I trafficanti hanno bloccato i portelloni per non farli uscire". Funziona così: sotto ci vanno i paria, i senza diritti, quelli che pagano meno perché hanno meno soldi. Ma anche i più deboli, le donne sole con i bambini. Perché anche tra i disperati c'è chi è più disperato e chi meno. Chi sta là sotto ha meno di 20 centimetri a disposizione. A Lampedusa, quando hanno tirato fuori i morti che erano rimasti nella stiva, li hanno trovati ancora accucciati. I bambini abbracciati alle mamme. Ne sono arrivati decine di pescherecci così, con i migranti infilati - letteralmente - dai trafficanti anche tra le macchine. E una barca così è una bomba ad orologeria, basta un movimento sbagliato e non c'è speranza.

Ed è quello che è accaduto. Almeno secondo il racconto del comandante del mercantile portoghese King Jacob che per primo è stato dirottato nella zona. "Stavamo navigando nella loro direzione - ha detto l'uomo ai nostri soccorritori - Appena ci hanno visto si sono agitati e il barcone si è capovolto. La nave non lo ha urtato, si è rovesciato prima che potessimo avvicinarci e calare le scialuppe". In quei momenti era già tutto compiuto. Chi ha potuto, chi era sul ponte, ha gridato, ha tentato di aggrapparsi a qualcosa. Ma in molti non hanno neanche capito quel che stava accadendo. Chi era nella stiva ha sentito solo il rumore del legno marcio che si frantuma e ha visto l'acqua entrare tutt'assieme, fredda e assassina. E poi il silenzio della morte. "C'è soltanto nafta e detriti, pezzi di legno che vanno alla deriva e qualche salvagente. Non troviamo più nulla dalle 10 di ieri mattina" racconta uno di quelli che per venti ore stanno disperatamente cercando di salvare qualcuno.

Ma nella notte anche questo disperato tentativo di salvare qualcuno è andato scemando. Il bilancio ufficiale resta lontano anni luce dalla tragedia immane raccontata dal giovane superstite. Stamattina, poco dopo le sette e mezza, è arrivata nel porto de La Valletta, la nave Bruno Gregoretti della Guardia Costiera italiana con a bordo 24 cadaveri. Nel pomeriggio sono attesti a Catania gli altri 27 superstiti. I loro racconti saranno prezioni per ricostruire i fatto.

Sabato, l'organizzazione che gestisce la tratta ha dato il via libera alla partenza verso l'Italia con un copione anche questo già conosciuto.
Il barcone partito dall'Egitto ha caricato i migranti da un porto della Libia, vicino alla città di Zuara. Era quasi sera quando al Centro Nazionale Soccorso della Guardia Costiera è arrivata una telefonata da un satellitare Thuraya. "Siamo in navigazione, aiutateci", ha detto un uomo - forse complice degli scafisti - con tono di voce neanche concitato. Una telefonata simile a tante arrivate nelle ultime due settimana da barconi e gommoni carichi di migranti. Quasi un invito affinché le navi italiane raggiungessero il barcone per consentire ai "passeggeri" - così tanti da riempire ogni spazio del barcone - di completare la traversata verso le coste italiane.

Il dispositivo di soccorso si è subito messo in moto: grazie al sistema satellitare di chiamata, la Guardia Costiera ha potuto rapidamente individuare le coordinate del punto dal quale era partita la telefonata e ha organizzato i soccorsi. Il barcone era a circa 70 miglia a nord delle coste libiche (110 miglia a sud di Lampedusa) quando è stato raggiunto dal King Jacob, un portacontainer di 147 metri di lunghezza, con bandiera del Portogallo, che aveva già compiuto negli ultimi giorni quattro soccorsi di naufraghi e che è stato dirottato, insieme a un altro mercantile, verso i migranti. Secondo quanto ha raccontato il comandante del mercantile i migranti, visto il portacontainer, si sono spostati in massa su una stessa fiancata, quella del lato del mercantile. È stata l'ultima beffa: il naufragio in presenza della nave.

Subito dopo il naufragio è stata messa in campo un'imponente operazione di soccorso, che ha coinvolto anche navi dell'operazione Triton, dell'agenzia Frontex: unità navali della Guardia Costiera, della Marina Militare italiana e maltese, mercantili e pescherecci di Mazara del Vallo (Trapani) - 18 mezzi in tutto, coordinati da nave Gregoretti, della Guardia Costiera, che ha assunto il comando dell'intervento.

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