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Medio Oriente e Africa

Libia: troppi attori e pochi mezzi per uscire dal caos

Uniforme di una milizia libica [foto Oasis]

L’ex inviato dell’Onu a Tripoli Tarek Mitri ci spiega perché non ci sarà stabilità senza la costruzione di esercito e forze di polizia

Le Nazioni Unite hanno annunciato un reset, dopo la nomina del nuovo inviato per la Libia, Ghassan Salame. È stato presentato un nuovo piano per stabilizzare il Paese, per rivedere l’accordo siglato nel 2015 in Marocco tra fazioni rivali e avviare un processo che porti a elezioni. Nel Paese, diviso geograficamente, militarmente e politicamente, il caos ha rafforzato reti di contrabbando di migliaia di migranti verso l’Europa e l’instabilità ha permesso il radicamento di gruppi estremisti come lo Stato islamico. Un altro inviato delle Nazioni Unite in Libia, Tarek Mitri, membro del Comitato scientifico di Oasis, riflette sulla sfida della Libia e sulle difficoltà incontrare durante il suo mandato, tra il 2012 e il 2014. Hafez al-Sarraj, il premier sostenuto dall’Onu, manca di mezzi adeguati, dice, e fatica a riprendersi la scena rubatagli dal rivale dell’Est, il generale Khalifa Haftar, che da attore non frequentabile è diventato interlocutore: invitato a Roma poche settimane fa, e prima a Parigi. “La comunità internazionale, riconosce ora l’esistenza di un nuovo rapporto di forze tra Est e Ovest, tra Haftar e Sarraj: un rapporto però non simmetrico”.

 

L’Italia ha invitato a Roma Haftar, rivale politico del premier sostenuto dall’Onu Sarraj. Prima lo aveva fatto Parigi. L’equilibrio tra Est e Ovest della Libia sta cambiando?

“È un riconoscimento per la comunità internazionale di un nuovo rapporto di forze. Haftar godeva già del sostegno di Egitto, Russia, Emirati arabi. Si posiziona come una minaccia militare per Tripoli: è un attore imprescindibile. E la comunità internazionale ne prende atto. Attenzione però, è necessario riconoscerlo come un attore importante, ma la Libia non può essere governata da un generale. Haftar può essere parte della soluzione, non la soluzione. Il problema è che ci sono due politici: uno che vuole tutto e non può averlo, Haftar, e uno che è pronto a un compromesso ma non ha niente da offrire, Sarraj. Non c’è simmetria”.

 

La comunità internazionale ha puntato sul politico sbagliato affidandosi a Sarraj?

“No. Abbiamo puntato bene, ma non gli abbiamo dato i mezzi per operare. La debolezza di Sarraj è data dal fatto che non ha una forza militare. Ha avuto bisogno della protezione delle milizie, e l’ha ricevuta, ma le milizie non sono legate a lui. Haftar ha quello che lui chiama un esercito ma in realtà è una grande milizia”.

 

Che ruolo hanno le milizie in questa instabilità e come arginare la loro azione?

“Le milizie possono sabotare un accordo politico non gradito. Se la nuova road map delle Nazioni Unite porterà alla formazione di un nuovo Consiglio presidenziale, senza un esercito regolare o una forza di polizia, l’organismo potrebbe ancora una volta essere costretto a ricorrere alla protezione instabile delle milizie”.

 

L’Italia ha siglato accordi con sindaci per arginare il contrabbando di esseri umani e flussi migratori. Lavorare con la realtà locali significa ammettere la debolezza di quelle nazionali?

“Il problema è che finora nessuno è riuscito a fare il legame tra ciò che si può fare con realtà locali e sindaci e il processo politico nazionale. Nel lungo periodo, il lavoro con le amministrazioni locali è importante ma sul breve periodo deve sfociare in quello nazionale”.

 

Sono diminuite le partenze di migranti dalla Libia. L’Italia è al centro di controversie. Le organizzazioni per i diritti umani sottolineano come chi non riesce a partire per l’Europa sia destinato a abusi e torture nei centri di detenzione libici. Come si può gestire la questione migratoria nell’instabilità del Paese?

“Il problema è il trattamento dei migranti nei centri libici, perché manca il controllo del territorio e in Libia esiste il razzismo. C’è da sempre uno sfruttamento dei lavoratori africani. C’è un problema interno che non sarà risolto finché non ci sarà uno stato di diritto, quando il Paese sarà sottoposto alle pressioni della comunità internazionale per una politica nei confronti degli immigrati che rispetti i diritti dell’uomo. Questo è un problema più grande in sé dei flussi migratori: lasciare queste persone in condizioni disumane è un rischio maggiore rispetto a quello di farli partire verso Lampedusa, anche se l’Italia ha il diritto di bloccare i flussi migratori”.

 

Quali sono state le difficoltà incontrate in Libia come inviato delle Nazioni Unite?

“Le difficoltà sono state diverse, a cominciare dalle Nazioni Unite stesse. Il compito era quello di pacificare la Libia e costruire lo Stato libico. Eravamo una squadra di esperti, aiutavamo i libici a organizzare le elezioni, li consigliavamo, ma per prima cosa non avevamo abbastanza mezzi per stabilizzare la Libia e costruire uno Stato”.

 

Di che cosa parla quando parla di mancanza di mezzi?

“In un Paese che è stato teatro di un’operazione della Nato, senza un esercito e senza forze di polizia, interviene di solito una forza di stabilizzazione internazionale - che non c’era - e opera una missione molto più vasta, con consiglieri politici, militari, per la formazione di esercito e polizia.

Secondo problema che ho incontrato: i membri del Consiglio di Sicurezza avrebbero dovuto sostenere le Nazioni Unite, invece di avere ciascuno la propria idea per la Libia. Abbiamo fatto fatica a coordinarci con l’attività degli Stati.

Il terzo problema derivava dalla Libia stessa: è uno Stato dove le identità intra-nazionali sono molto forti. E dopo la caduta di Mu’ammar Gheddafi tutte queste identità, che siano tribali o locali, sono tornate in primo piano. Ogni tribù, famiglia, città si era creata la sua milizia: avevano costruito una forza centrifuga. Noi lavoravamo a costruire uno Stato centrale e loro lavoravano al recupero delle autorità locali de facto.

Il quarto punto problematico: dopo 40 anni di dittatura di Gheddafi, in Libia mancava un’élite politica capace di dirigere il Paese. Abbiamo lavorato con molte persone, politici e militari con buone intenzioni ma poca capacità di gestire uno Stato così complicato. Un esempio: i membri della Costituente non avevano abbastanza esperienza giuridica, altri erano facilmente influenzabili in un Paese dove prevalgono le milizie”.

 

In passato ha detto che le elezioni del 2012, le prime dopo la caduta di Gheddafi, sono state un errore. Ne è ancora convinto e se sì, perché?

“È stato un errore: la società non era preparata, non c’erano istituzioni, partiti politici. Le elezioni hanno esacerbato le divisioni. Chi ha vinto non ha voluto condividere il potere e chi ha perso si è sentito escluso e ha trovato una via alternativa nelle armi. Si sarebbe dovuto lavorare di più sulla ricostruzione nazionale, dare tempo per costruire partiti e istituzioni. Mancavano le istituzioni giuridiche. Mancava una polizia per garantire che le elezioni avessero luogo in una condizione di sicurezza”.

 

Ha detto poco fa che i membri dell’Onu si muovevano senza coordinamento sulla Libia. Il suo successore, Ghassan Salame, ha affermato che “troppi cuochi guastano la cucina”. Quanto pesano le divisioni della comunità internazionale e quanto quelle interne libiche sulla mancanza di stabilità?

“Contano entrambe. In una società come quella libica, frammentata, in cui era scomparso uno Stato forte, le divisioni interne hanno reso il nostro lavoro molto difficile. L’incoerenza e la mancanza di coordinamento dei politici internazionali erano già forti durante il mio mandato. Quando ero a Tripoli, c’erano nove inviati speciali oltre agli ambasciatori dei vari Paesi. Passavo il tempo a dire ai libici ‘Guardate quello che dice l’inviato britannico oppure europeo non c’entra con noi…’. I libici erano un po’ disorientati. Ancora oggi, sul piano internazionale ci sono interessi contradditori. Gli italiani hanno interessi economici in Libia, sono toccati dal flusso di migranti e conoscono meglio degli altri la Libia. Gli Stati Uniti sono interessati soltanto alla repressione del terrorismo islamista. I britannici a volte sono attivi, a volte no. I francesi, dopo l’intervento del 2013 in Mali, sono interessati dal punto di vista securitario alla regione del Niger, del Ciad, del Mali. I russi erano completamente disinteressati: la Libia per loro è il modo di dimostrare come Stati Uniti ed Europa abbiano sbagliato tutto, un monito per impedire qualsiasi velleità di intervento internazionale in Siria. Ai miei tempi, i più attivi erano gli egiziani, diventati ancora più protagonisti dopo il colpo di Stato di AbdelFattah al-Sisi. Il fattore dominante del suo governo è la lotta contro gli islamisti fuori e dentro l’Egitto”.

 

Quanto contano le divisioni tribali nel caos libico?

“È un po’ esagerata questa storia delle tribù. Nella maggior parte dei casi, l’insieme delle tribù è sparso sul territorio. Gheddafi ha urbanizzato le tribù. Ogni tribù aveva un suo santuario geografico, come per esempio i Warfalla a Beni Walid. Oggi, i Warfalla sono ovunque: sono a Bengasi, a Tripoli, a Sabrata… hanno perso la coesione sociale che avevano un tempo. I capi tribù tradizionali e i codici di funzionamento sono spariti, i leader tribali non hanno la stessa autorità che in passato. Membri della stessa tribù hanno assunto spesso posizioni diverse sui diversi casi politici, con Gheddafi o contro Gheddafi, con gli islamisti o contro gli islamisti. L’appartenenza tribale si è affievolita, ma rimangono una cultura e una certa mentalità, anche se la base del tribalismo è cambiata. All’Est, in Cirenaica, dove c’è stato meno mescolamento di popolazioni, le appartenenze tribali restano più pronunciate rispetto alla Tripolitania. Ci sono in Libia anche identità più recenti, legate alle città. Un esempio è Misurata, la cui popolazione ha origine turche – funzionari e commercianti dell’Impero ottomano. Gli incontri tra realtà locali sono a volte denominati ‘conferenze delle città e delle tribù’, riconoscendo così l’esistenza di un’identità cittadina. Spiegare i conflitti in Libia come semplici scontri tribali è molto riduttivo”.

 

Il futuro è quello di una Libia unificata, divisa o federata?

“I libici non vogliono dividere la Libia. E non vogliono una federazione: sarebbe per loro un passo indietro. I federalisti si sono presentati al voto e non hanno ricevuto molte adesioni. Molti in Libia, soprattutto all’Est, vorrebbero una riforma dello Stato nel senso di una decentralizzazione che garantisca più autonomia a livello locale. Il problema in Libia è la ridistribuzione delle rendite petrolifere. All’Est c’è risentimento, sempre. Dicono: ‘Il petrolio è da noi, ma la compagnia che lo gestisce sta a Tripoli’”.

 

Eppure, sembra che le uniche due istituzioni capaci di funzionare a livello nazionale sia a Est sia a Ovest siano la Banca Centrale e la NOC, la Compagnia nazionale del petrolio. A luglio la produzione di greggio ha toccato il miliardo di barili al giorno per la prima volta dopo quattro anni. Perché il loro modello non è applicabile alla politica?

“È vero, funzionano perché c’è stato un accordo tacito tra le parti libiche affinché la NOC lavori per aumentare la produzione. I dirigenti hanno dato prova di talento nel negoziare con le parti, ma ci sono riusciti proprio perché si sono allontanati dal processo politico, mantenendo la neutralità e avendo come unico obiettivo quello di aumentare la produzione di greggio. Anche se non hanno ancora affrontato il problema della redistribuzione delle rendite”. 

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