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Rassegna stampa

Un seme da curare

Con Teheran svolta preziosa e avversata

Dopo una estenuante, infinita maratona diplomatica, si è finalmente chiuso a Vienna l’accordo fra l’Iran e la comunità internazionale, rappresentata dai cosiddetti P5+1, i Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu a cui si è unita la Germania. Un tour de force negoziale per raggiungere un risultato oggettivamente storico, che mira a chiudere quasi tredici anni di crisi sul programma nucleare iraniano, divenuto – nel tempo – una sorta di costante geopolitica irrisolta delle tensioni mediorientali.

La prudenza, tuttavia non è mai troppa: già in passato vi sono state rotture e dietro-front quando tutti gli ostacoli sembravano ormai appianati. Quella delle trattative sul potenziale arsenale atomico di Teheran è del resto un’arte da funamboli e più di un negoziatore si è (politicamente) rotto l’osso del collo, scivolando dall’esile fune dei colloqui. Il tema dell’intesa in tema di nucleare per uso bellico con l’Iran è infatti un elemento di profonda divisione e contrapposizione che spariglia le alleanze e condiziona da tempo la politica mediorientale. Infatti, quanto è in gioco in questi negoziati non è tanto un accordo tecnico sul numero di centrifughe che Teheran potrà avere né sulle modalità delle ispezioni internazionali. La vera posta in palio è fare della Repubblica islamica dell’Iran un interlocutore "normale" del sistema mondiale, eliminando quella conventio ad excludendum che l’aveva per decenni lasciata ai margini della politica internazionale e che ha rappresentato una costante della strategia statunitense a partire dalla rivoluzione di Khomeini del 1979.

L’intesa è uno dei rari successi internazionali per Barack Obama: viene premiata la "scommessa impossibile" del presidente Usa per un accordo con il governo di Teheran, sfidando le furiose opposizioni di una parte del proprio sistema politico e non facendosi intimidire dalle reazioni di storici alleati arabi (Arabia Saudita in primis) e, soprattutto, di Israele. I quali rifiutano con forza ogni intesa perché – di fatto – non vogliono accettare l’idea che l’Iran sia una potenza regionale. Da qui la serie interminabile di pressioni, "sgambetti diplomatici", provocazioni, minacce per boicottare l’accordo e rifiutare di accettare una realtà evidente.

Ma parallelamente, anche in Iran, vi è una pluralità di attori politici, militari e legati alle forze di sicurezza che teme l’idea di un compromesso e che lavorerà in futuro per boicottarlo. Perché in questi decenni di eccezionalità iraniana, essi hanno prosperato arricchendosi e rafforzandosi politicamente, facendo leva proprio sulle sanzioni e sull’isolamento. Dall’accordo può discendere la loro marginalizzazione e la fine delle oscene speculazioni finanziarie rese possibili dalle sanzioni, che hanno prodotto una classe di nuovi ricchi arroganti. Si spiegano così le improvvise impuntature delle due parti su questioni di apparente minore importanza, o la necessità di arrivare a dettagliare l’accordo con un testo smisurato di oltre 100 pagine: più che la sfiducia nei confronti dell’altro è la necessità di tutelarsi dagli attacchi politici interni.

Eppure, basta guardare alla situazione in Medio Oriente per capire gli effetti benefici dell’intesa siglata ieri. L’Iran sciita – nonostante la retorica stantia del suo regime – è uno dei Paesi più solidi di una regione sempre più frammentata e la sua popolazione è molto più moderata, filo-occidentale e secolarizzata di quanto in genere si immagini. Teheran è anche un alleato naturale contro il dilagare della follia jihadista di matrice sunnita, dato che gli sciiti sono un obiettivo primario delle violenze dei terroristi islamisti, e contro chi lavora per il disfacimento statuale del Medio Oriente, sognando di creare nuovi micro-Stati fantoccio.

Fare uscire l’Iran dall’angolo delle sanzioni e del rifiuto pregiudiziale può favorirne la moderazione (o il pragmatismo) anche in altri scenari, primo fra tutti quello afghano. Oltre al fatto, non va dimenticato, che l’intesa ci rassicurare forse definitivamente dal punto di vista della proliferazione delle armi atomiche: l’Iran pone infatti fine alla pericolosa ambiguità del proprio programma nucleare. Checché ne dicano i detrattori, l’accordo è un seme importante – che andrà attentamente curato e protetto – per fare del Medio Oriente una regione meno pericolosa, instabile e dominata dagli estremismi.

Avvenire

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