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Rassegna stampa

Yemen, troppi soffiano su un fuoco rischioso

Il fronte sunnita vuole indebolire Teheran

Ogni giorno un passo in più verso l’abisso dello scontro totale, con il sovraccarico di un’ulteriore deriva settaria regionale. La crisi di sicurezza nello Yemen subisce continue escalation: dopo anni di scontri, prima la conquista della capitale da parte dei ribelli sciiti Huthi e l’estromissione del presidente Hadi, rifugiatosi nell’Oman; poi il terribile attentato qaedista che ha falcidiato più di cento civili sciiti mentre pregavano in moschea e che ha spinto a un’ulteriore avanzata Huthi verso sud, fino a minacciare la città di Aden. Infine, la decisione dell’Arabia Saudita di intervenire direttamente nel conflitto, assumendo il controllo dello spazio aereo yemenita e bombardando i ribelli.

I sauditi, del resto, hanno sempre considerato lo Yemen il loro cortile interno, reagendo con grande allarmismo a ogni interferenza, nonostante si siano sempre dimostrati incapaci di mettere ordine nel ginepraio tribale e jihadista di quel Paese. Ossessionati dall’Iran, hanno sempre visto i ribelli sciiti come null’altro che marionette nelle mani di Teheran (una visione caricaturale di un fenomeno tribale molto più complesso) e, quindi, come nemici da contrastare a ogni costo. Fedeli a questa visione "esclusivista", hanno bloccato un tentativo di mediazione del Qatar fra sunniti e sciiti yemeniti. Mediazione che difficilmente avrebbe avuto successo, ma la cui brutale sconfessione da parte saudita ha paradossalmente spinto l’Iran a muoversi con maggiore decisione in quel quadrante. Insomma, l’ennesima profezia che si auto-avvera e che contribuirà a peggiorare ulteriormente lo scontro settario in tutto il Medio Oriente.

Perché accanto a Riad sono subito scesi in campo le altre monarchie petrolifere del Golfo (con l’esclusione dell’Oman) e l’Egitto di al-Sisi, che tanti debiti (politici ed economici) ha nei confronti dei sauditi e che vede in questa crisi la possibilità di ricollocarsi al centro del sistema politico regionale arabo. Questa coalizione anti-Huthi sembra godere anche dell’appoggio statunitense. Una scelta di campo tutto sommato ovvia, ma di cui forse a Washington non sono chiare tutte le implicazioni politiche regionali.

Perché l’entrata diretta sul campo militare dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati non potrà che aggravare le tensioni in tutta l’area del Levante e del Golfo. Per l’Iran è l’ennesimo segnale dell’inutilità degli sforzi del presidente moderato Hassan Rohani di "riagganciare" l’Arabia e allentare lo scontro settario. Il nuovo re saudita Salman appare, se possibile, ancor più ostile agli sciiti e agli iraniani del suo predecessore. Un’animosità che si traduce in una politica di scontro con conseguenze in ogni teatro geo-strategico. Innanzi tutto, in Siria e Iraq, dove i governi vicini all’Iran sono stati da sempre osteggiati dai sauditi e dove una coalizione mal assortita deve combattere il califfato terrorista dell’Is.

Come immaginare di ridurre lo scontro settario nel Levante – unica strada per combattere il jihadismo – in uno scenario di tale contrapposizione? Tanto più che nello Yemen al-Qaeda è molto forte e attiva contro i ribelli sciiti: vi è il pericolo reale che qualche attore regionale finisca con il ritenere le cellule qaediste il minore dei mali, con conseguenze molto pericolose per la lotta al jihad globale.
Ma sullo sfondo vi è anche il tormentato negoziato sul nucleare con l’Iran: un accordo sembra finalmente a portata di mano, nonostante le feroci resistenze dei rispettivi falchi.

Non è un mistero che nella regione siano in molti a tifare per un fallimento di queste trattative. L’Arabia Saudita è in prima fila nel tentativo di boicottare la possibile intesa, assieme alla destra israeliana del premier Netanyahu, che ha rivinto le elezioni cavalcando in modo populista le paure israeliane. E chissà che non vi sia chi spera proprio in una reazione spropositata iraniana nello Yemen che permetta di far saltare il tavolo nucleare. Insomma, quanto è in gioco nel Sud della penisola arabica è molto più di uno scontro tribale.

Avvenire

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