Nell'attuale situazione di riscoperta del valore del dialogo tra culture e religioni spesso motivata da paura, interessi economici e calcoli geo-politici, di fronte al fenomeno del terrorismo, il movimento di dialogo Silsilah si propone come una nuova sfida per me e tanti altri che sono vicini al movimento come membri, amici e partner.
La mia missione nelle Filippine è iniziata nel 1977 a Siocon, in Mindanao. Appena arrivato in missione ho capito meglio il conflitto in corso. Ho fatto l'esperienza del conflitto tra musulmani e governo e dell'inizio del movimento di rivoluzione chiamato Moro National Liberation Front (MNLF), una lotta che ha le sue radici nella storia della colonizzazione prima degli spagnoli e poi degli americani e coincide col fenomeno del "risveglio" dei paesi arabi.
Come missionario ho avvertito da subito il bisogno di essere un ponte di speranza tra gruppi tribali, musulmani e cristiani, per cui sono andato ad abitare in un villaggio musulmano, grazie all'amicizia con alcuni leader musulmani che mi hanno accolto come uno di loro. In quel posto ho iniziato a studiare la loro lingua, capire la loro cultura e soprattutto le loro aspirazioni di libertà alla radice del movimento di liberazione MNLF.
In questa fase ho pregato molto, vivendo poveramente con la gente del villaggio musulmano. Il sorriso dei bambini che mi circondavano, la presenza dei ribelli che venivano a vedere cosa faceva quel "bianco" tra i musulmani e le tante emozioni e riflessioni che mi accompagnavano ogni giorno mi hanno portato a far luce su una verità che ancora oggi mi accompagna, il "segreto" del movimento di dialogo Silsilah: il dialogo comincia da Dio e porta a Dio. Cosa c'è di nuovo in tutto questo? Ho scoperto che una verità non basta conoscerla, bisogna viverla fino in fondo. Per me quella nuova luce dava significato al messaggio dell'amore di Dio per l'umanità che ogni religione esprime con sfumature diverse. Con questo spirito è stato possibile accettare l'invito di mediatore tra ribelli e governo, vivere in situazioni difficili tra i ribelli per portare messaggi di pace, avvicinare i cristiani per far capir loro che io ero il "padre" di tutti, non solo dei cristiani, e soprattutto fare un cammino di conversione verso Dio che mi ha aiutato a riscoprire e proporre una spiritualità che oggi il movimento Silsilah presenta come "spiritualità della vita-in-dialogo". Questa spiritualità è un segnale ben preciso che supera il concetto di dialogo come strategia e porta tutti a ripensare al dialogo inter-culturale e interreligioso come un'esperienza di fede.
Dopo una serie di difficoltà, minacce e problemi vari che ho dovuto affrontare con i primi compagni, cristiani e musulmani, il 9 Maggio 1984 abbiamo iniziato ufficialmente il Movimento di Dialogo Silsilah a Zamboanga City, in Mindanao. Erano anni in cui vigeva la legge marziale del presidente Marcos e l'aspra violenza tra MNLF e militari aveva causato più di centoventimila vittime e seminato odio profondo.
Parlare agli inizi degli anni ottanta di spiritualità di una vita-in-dialogo era una cosa nuova, così come il Silsilah (parola araba che significa catena o legame, termine usato dai Sufi, mistici musulmani per esprimere il legame con Dio). Molti allora vedevano il dialogo come una "strategia" o come un formula buona per lavorare insieme a costruire la pace attraverso progetti comune di sviluppo. Il Movimento ha adottata la parola Silsilah come un'icona che tutte le religioni possono riscoprire nel loro rapporto con Dio, con se stessi, con gli altri e con la creazione, per fare l'esperienza di fede, dialogo e pace nella famiglia umana. La grande sfida è quella di fare un cammino insieme e approfondire la stessa spiritualità partendo dalla nostra religione. È una proposta di dialogo e pace che ci sfida a rivedere la fede che uno professa come un cammino che inizia da Dio e porta a Dio. Questa sfida ci ha portato ad avviare tanti programmi soprattutto di formazione, ma anche di solidarietà e di collaborazione con tanti altri gruppi e istituzioni a livello locale, nazionale e internazionale. Tra i tanti progetti ricordo i corsi estivi per musulmani e cristiani promossi per studiare insieme il Cristianesimo e l'Islam in un clima di dialogo: i cristiani vanno per alcuni giorni nelle famiglie dei musulmani e viceversa. Da questi corsi sono usciti negli anni migliaia di leader che adesso sono alla guida di tante iniziative di dialogo e pace soprattutto in Mindanao.
Sin dall'inizio abbiamo avviato anche una rivista che oggi viene inviata in settanta nazioni, in tutti i continenti, per ricordare a tutti che in una situazione di conflitto come Mindanao è possibile ancora essere segni di speranza per quanti sono scoraggiati e delusi per questo cammino così lento e difficile, spesso segnato dal sangue. Diversi ex alunni dei nostri corsi, compreso un vescovo e dei preti sono stati sequestrati e alcuni anche uccisi nella loro missione. Il caso che più ci ha segnati e nello stesso tempo ci ha dato una nuova forza per andare avanti è quello del mio carissimo amico P. Salvatore Carzedda, PIME, che nel 1990 si è unito al Silsilah lavorando con entusiasmo nel Movimento, ma è stato ucciso il 20 maggio 1992 a Zamboanga City.
Penso che la pace futura passerà attraverso la spiritualità della vita-in-dialogo: sarà come il giovane David che ha colpito e abbattuto il gigante Golia.