Quegli sconosciuti cristiani d'Oriente

Francesco Follo  1/12/2007

"Quale avvenire per i cristiani d'Oriente?": questa è la domanda che ha animato il Colloquio internazionale che l'Institut européen en sciences des Religions e l'Ecole pratique des hautes études della Sorbonne hanno organizzato a Parigi a metà novembre con il patrocinio del Ministero degli Esteri francese e la partnership con l'Alliance française e l'Institut du monde arabe.
Durante i lavori è emerso che la situazione attuale nel Medio Oriente, con il perpetuarsi del conflitto israelo-palestinese, il prolungamento della crisi in Iraq e l'incremento delle tensioni interne in Libano dopo il 2006, deve riattivare l'attenzione non solo degli specialisti, ma della stampa e del grande pubblico sulla situazione delle minoranze cristiane nella regione. Paradossalmente, infatti, in genere si ritiene che i cristiani d'Oriente siano troppo occidentali per gli orientali e troppo orientali per gli occidentali, mentre va ribadito a chiare lettere che le comunità arabo-cristiane -cattoliche e ortodosse - svolgono un ruolo insostituibile di ponte e di mediatore tra l'esterno e l'interno, tra Occidente e Oriente. Direi di più, esse sono non solo un elemento di equilibrio, evitando al mondo arabo-musulmano di ripiegarsi su se stesso, ma anche di modernizzazione.
Occorre evitare che quella regione, in particolare la Terra Santa, diventi una specie di Disneyland spirituale, con un turismo religioso, in cui i cristiani fungano da attori "esotici".
E' necessario trovare una via alternativa all'ingerenza e all'indifferenza.
Sono urgenti, in primo luogo, una solidarietà concreta che permetta ai cristiani, che vivono e lavorano nel Medio Oriente di condurre un'esistenza degna e di continuare a dare ai loro Paesi il loro proprio contributo, godendo di una cittadinanza a pieno titolo; in secondo luogo una migliore e più ampia informazione che eviti la semplificazione con i "buoni" d'Occidente e i "cattivi" d'Oriente.