Libano: quando dal dolore germina solidarietà e non solo vendetta

Damiano Puccini  9/02/2008

Il mese di gennaio porta con sé il ricordo di una data terribile: il massacro di Damour del 1976, l'evento più tragico della storia del paese: la cittadina di circa 25.000 abitanti, a maggioranza cristiana, a venti chilometri a sud di Beirut, venne assalita e devastata da oltre 10.000 terroristi palestinesi.
Le parole emblematiche di questo anniversario restano sempre quelle legate al ricordo del parroco di allora, Mons. Mansour Labaky. "Mi ricordo qualcosa che ancora mi fa rabbrividire. Un'intera famiglia, la Famiglia Can'an, quattro bambini tutti morti, e la madre, il padre, e il nonno. La madre stava ancora abbracciando uno dei bambini. Era incinta. Gli occhi dei bambini erano stati
cavati e i loro arti amputati. Erano senza gambe e senza braccia. Li abbiamo portati via in un Apecar. E chi m'aiutava a portare via i cadaveri? L'unico sopravissuto, lo zio dei bimbi. Si chiamava Samir Can'an. Egli portava con me i resti del suo fratello, del suo padre, della sua cognata e dei poveri bambini. Neonati e bambini morirono di disidratazione. L'attacco cominciò
dalle montagne. Era un'apocalisse. Vennero in migliaia, urlando 'Allahu akbar! Iddio è grande! Attacchiamoli in nome degli arabi, offriamo un olocausto a Maometto'. E massacrarono chiunque li si metteva sul cammino, uomini, donne e bambini.
Intere famiglie sono state uccise nelle loro case. Molte donne furono violentate in gruppo, alcune di loro furono lasciate vive. Una donna salvò la sua figlia adolescente dalla violenza sessuale spalmando la sua faccia con dell'indaco per farla apparire ripugnante. Mentre le atrocità
continuavano, gli invasori si scattavano delle foto e le offrirono, più tardi, per soldi ai giornali europei. Alcuni sopravissuti testimoniarono l'accaduto. Una ragazza sedicenne, Soumaya Ghanimeh, testimoniò la fucilazione del padre e del fratello da parte di due degli invasori, e vide
la propria casa, assieme alle case dei vicini, saccheggiata e bruciata. Ella disse: 'Di fronte alle case erano parcheggiati dieci camion nei quali erano stipati i bottini. Mi ricordo quanto ero spaventata dal fuoco. Stavo urlando. E per molti mesi non riuscii a sopportare che qualcuno accendesse un fiammifero accanto a me. Non ne sopportavo l'odore."

Per quanto queste ferite siano sempre aperte, da allora molti superstiti, a partire dal parroco, si sono sentiti chiamati da Dio a condividere tutto quello che avevano con i poveri, anche con quelli ritenuti 'nemici', usando pazienza e perdono, nonostante l'ingiustizia subita.
Tra questi anche i i giovani del luogo che, a turno si fanno carico di assistere le famiglie di alcuni bisognosi.
Ed emerge così come la memoria di quei tragici eventi e l'azione di carità che da essi è germogliata costituiscano per il Libano un incoraggiamento, una modalità per ribadire che è possibile vivere in
maniera visibile la fede cristiana da cittadini libanesi a pieno titolo, impegnandosi a edificare opere concrete di aiuto per gli ultimi, grazie alla condivisione del poco che si ha a disposizione.
Così da un dolore come quello di Damour si può arrivare ad apprendere come lavorare insieme per ripartire in una terra come quella libanese e per evitare che i cristiani, che continuano a rappresentare una componente essenziale per l'equilibrio nazionale, abbandonino questa terra oggi in bilico.