Francesco Zannini, L’islam nel cuore dell’Asia, Ed. Lavoro, pp. 260
Alle nostre orecchie occidentali, i tanti "-stan" dell’Asia centrale non sono altro, di norma, che un confuso coacervo di cascami post-sovietici. Invece si tratta di un’area complessa e affascinante, profondamente segnata da due caratteri che la rendono quanto mai moderna: l’essere tutta (o quasi) di lingua turca e di religione islamica. I Paesi turcofoni dell’Asia centrale (Azerbaigian, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Kirghizistan, ai quali va aggiunta la provincia cinese dello Xinjiang abitata dagli uigur) rappresentano uno dei principali sottoinsiemi dello spesso poco considerato islam asiatico. Uno studio sistematico è approfondito è quello proposto da Francesco Zannini, che scandaglia i molteplici volti dei musulmani d’Oriente. Con particolare attenzione proprio per l’Asia centrale, dove il fattore religioso si mescola indissolubilmente con quello etnico-linguistico. Qui la religione sembrava avviata a un ruolo sempre minore, con l’ateismo di Stato sovietico; invece, a partire dalla Perestroika, si è assistito a una rinascita islamica dove l’elemento religioso e quello politico si sono appaiati, «possibilità di rompere con l’ideologia comunista sovietica e allo stesso tempo con la cultura slavo-russa per riaffermare la propria identità». I dittatori dell’area, ex comunisti, si sono riciclati in versione islamica, facendo perno sulla religione per puntellare traballanti identità nazionali e il proprio potere. Con un rischio: l’apertura a possibili penetrazioni fondamentaliste. Ma su questo versante Zannini si mostra ottimista, e sottolinea il ruolo di resistenza culturale giocato proprio dalla radicata tradizione musulmana autoctona.