L’Africa non è al di fuori della storia, ma fa la storia, ed il Benin, terra di ecumenismo secolare, dove coabitano e coagiscono religioni endogene, il Cristianesimo e l’Islam, è stato il luogo simbolico e adeguato che ha contribuito a chiarire che le culture autentiche non sono chiuse in se stesse, né pietrificate in un determinato punto della storia, ma vivono di una fecondità reciproca.
Inoltre in una terra di incontro come il Benin si impara a riconoscere in che misura le religioni contribuiscano all’umanizzazione dell’uomo: l’uomo è pienamente tale quando riconosce Dio come il senso della proprio vita.
È quanto ho potuto mettere a fuoco durante i lavori del Colloquio Internazionale su “Il dialogo delle Religioni endogene, del Cristianesimo e dell’Islam al servizio della cultura della pace in Africa”, svoltosi alla fine di agosto a Cotonou, capitale del Benin e promosso dal governo dello stesso Paese in collaborazione con l’UNESCO.
In questo dialogo tra i 140 rappresentanti dei tre “gruppi” religiosi, provenienti soprattutto dall’Africa francofona, come Osservatore della Santa Sede presso l’Unesco, ho rilevato alcuni punti chiave per la riflessione posta a tema: il dato che i fanatici di ogni religione non solo sfruttano le popolazioni, ma distruggono la verità su Dio, che viene da loro, di fatto, trasformato in un idolo; la necessità di avviare corsi di filosofia e teologia della Religione nell’ambito delle Cattedre Unesco per il Dialogo interreligioso, sempre più promosse e richieste anche in Africa, al fine di favorire una più chiara definizione e comprensione del fatto religioso, oggi più che mai indispensabile a un effettivo lavoro in comune; l’importanza di esporre se stessi per avviare un vero dialogo, volto non solo a farsi conoscere e tollerare, ma a conoscere Dio e il prossimo.
Il contesto di questo colloquio, la ricca terra d’Africa, ha lasciato intravedere con evidenza che il dialogo per essere veramente tale non può accontentarsi di ripercorrere il cammino dalla ricerca in materia di storia delle religioni, come accadeva nel XIX e nel XX secolo, quando molti studiosi in quanto “liberali” e “razionalisti” si ponevano volutamente al di fuori o al di sopra della religioni, nella pretesa di giudicarle con le certezze della ragione illuminata. Oggi, infatti, non è più pensabile un tale punto di vista: per comprendere la religione, si deve viverla dall’interno e solamente attraverso questa esperienza, necessariamente particolare e legata al suo punto di partenza, si può giungere sia a una comprensione dell’altro, sia all’approfondimento e alla purificazione della religione. Tutti vorremmo dire una parola che ogni uomo possa comprendere. Il testimone, cioè il “martire”, è proprio colui che non teme di esporsi, che dà la vita per questa Parola e che dimostra che è possibile vivere una vita, nella quale l’esistenza di ciascuno sia, per l’altro, dono puro.