Il recente riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte degli Stati Uniti e di numerosi paesi dell'Unione Europea è stato accolto con sentimenti contrastanti. Il punto essenziale della questione è il timore che questo evento possa valere come precedente politico e giuridico per altre popolazioni desiderose di sottrarsi all'inserimento forzato in realtà statuali alle quali, a torto o a ragione, si sentono estranee. Non a caso si sono opposti a tale riconoscimento gli stati che temono la possibilità di analoghi sviluppi al loro interno. Si tratta di paesi europei (Spagna, Romania, Slovacchia, Cipro e così via), ma anche di Cina e Russia. Un particolare interesse va in effetti attribuito alla posizione russa, determinata da due fattori distinti. Il primo è la tradizionale, anche se in larga misura strumentale, vicinanza politico-culturale di Mosca alla Serbia. Il secondo deriva invece dal fatto che la Federazione Russa è costituta da una pluralità di soggetti etno-territoriali, alcuni dei quali - soprattutto la Cecenia - nutrono ancora ambizioni secessioniste. Al tempo stesso, Mosca gioca nel Caucaso una partita geopolitica complessa, in cui sostiene - pur senza riconoscerle ufficialmente - le entità separatiste di Abkhazia e Ossetia meridionale. Queste regioni fanno giuridicamente parte della Georgia, ma se ne sono in realtà separate dopo cruenti conflitti nel 1992-93. Simile è la situazione dell'Alto Karabakh, inserito in epoca sovietica nell'Azerbaigian turco e musulmano, ma abitato prevalentemente da armeni e divenuto di fatto indipendente nei primi anni '90. Uno degli argomenti avanzati da Mosca per opporsi al riconoscimento del Kosovo è stato proprio quello di prospettare l'eventualità che tali "stati-non stati" del Caucaso meridionale vogliano servirsene per avanzare la stessa richiesta alla comunità internazionale. E la Russia ha già fatto sapere che l'indipendenza del Kosovo potrebbe indurla a riconoscere Abkhazia e Ossetia meridionale. Anche se appare molto improbabile che Mosca voglia muoversi davvero in questa direzione, proprio alla luce delle possibili ripercussioni interne che un passo del genere rischierebbe di provocare, l'indipendenza del Kosovo può tuttavia rafforzare la posizione delle regioni secessioniste del Caucaso meridionale. In particolare dell'Alto Karabakh, il cui caso mostra evidenti paralleli con il Kosovo e la cui richiesta di distacco dall'Azerbaigian è stata sinora sempre respinta dalla comunità internazionale per non compromettere il principio dell'intangibilità delle frontiere.
In effetti è molto difficile considerare fondate le dichiarazione dei diplomatici statunitensi e europei sul fatto che l'indipendenza del Kosovo sia "un caso particolare" e "non possa costituire un precedente". Si tratta, a ben vedere, di una posizione difensiva che si sforza di difendere con argomentazioni quanto mai deboli una tesi contrastante con la realtà. La vera particolarità del Kosovo rispetto all'Abkhazia, all'Ossetia meridionale e soprattutto all'Alto Karabakh non è infatti né storica, né giuridica, ma solo politica. In sostanza, nel caso del Kosovo si è manifestata una volontà politica statunitense ed europea (in particolare di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia) sufficientemente forte da imporre una soluzione gradita solo ad una delle parti in causa. Nel Caucaso, che è diviso tra l'influenza russa e quella statunitense e nel quale la presenza europea rimane limitata, non esiste invece la possibilità di giungere ad una soluzione unilaterale di questo genere. Tale situazione, tuttavia, determina il congelamento dei conflitti, ma non la loro soluzione.
Sarebbe invece opportuno che l'indipendenza del Kosovo potesse servire come punto di partenza per l'individuazione di un percorso politico e giuridico flessibile, ma non escluso a priori, mirante a rendere risolvibili analoghi conflitti etno-territoriali sulla base della specificità storico-culturale, politica e strategica di ognuno di essi.