La proposta di inserire l’insegnamento di religione nelle scuole pubbliche del Kosovo torna periodicamente e sempre più incalzante nel dibattito civile e politico del Kosovo.
Già nel 2003 si accese una forte campagna di promozione dell’ora di religione, accompagnata da una raccolta di firme che arrivò a toccare la quota di oltre centomila persone a favore.
Ora, a ridosso del prossimo appuntamento elettorale di novembre per il rinnovo delle amministrazioni comunali, si riaccende la questione sollecitata ancora una volta dalla Comunità Islamica Kosovara (CIK), che non smette di fare lobby per convincere le istituzioni del Kosovo a inserire l’ora di religione nei programmi educativi e scolastici della giovane Repubblica, forte del fatto che molti paesi europei prevedono tale insegnamento nel curriculum scolastico statale.
Le ragioni di questa campagna pro ora di religione si rintracciano nel fatto che alcuni gruppi più “radicali” di fedeli musulmani ritengono che vada garantita alle giovani generazioni un’educazione religiosa più forte, più “ortodossa”, rispetto a quella praticata e proposta dalle stesse istituzioni religiose kosovare. Costoro ritengono, infatti, che l’insegnamento rigoroso e controllato della religione possa garantire una società più sicura, un futuro più in linea con la tradizione musulmana più “sana”. Inoltre c’è anche chi rileva che l’introduzione di tale materiale costituirebbe in sé anche una difesa dal rischio di derive delle giovani generazioni verso formenon “kosovare” di Islam, verso ali più estremiste.
Non viene esplicitato, però, che tale riforma nell’organizzazione dell’orario scolastico renderebbe necessario l’inserimento degli imam nelle scuole statali, che così si verrebbero a trovarsi a stretto contatto con gli studenti anche molto giovani.
Addirittura i sostenitori, per mostrare i risvolti positivi di tale riforma, rilevano che si favorirebbe l’aumento di posti di lavoro, col reclutamento di persone che abbiano studiato teologia o che abbiano frequentato gli studi delle Madrasse di Pristina o in paesi arabi.
Quindi anche allo sguardo più ingenuo appare evidente come questa richiesta da parte della Comunità Islamica sia caratterizzata da una certa ambiguità, se non altro per il tentativo di avviare un certo proselitismo nelle scuole statali.
Nello scorso mese di agosto, la comunità islamica ha organizzato vari incontri con quasi tutti i partiti politici del Kosovo nel tentativo di coinvolgerli in questa azione di pressione per cambiare l’attuale situazione.
Ma ad oggi la maggioranza delle forze politiche, sia di governo che di opposizione, si è espressa contro tale richiesta, anche in forza della difesa dell’attuale Costituzione del Paese che difende la laicità dello Stato.
Tuttavia alcuni partiti emergenti cominciano a dichiararsi favorevoli.
Si è espressa in modo contrario a questo proposta anche la comunità cattolica del Kosovo, che teme che l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche si trasformi soprattutto in una forma di imposizione della religione musulmana anche alla minoranza cattolica, se non altro per un dato statistico: la popolazione è al 90% musulmana.
La comunità ortodossa serba, invece, non si è neppure espressa in quanto i suoi giovani seguono i programmi scolastici della Repubblica serba anche se risiedono in Kosovo.
Appare evidente che la situazione non si sbloccherà in tempi rapidi, perché la questione prioritaria per tutte le forze politiche e sociali in campo è la necessità di integrare il Paese nel contesto europeo e atlantico e solo dopo rispondere alle istanze interne.
L’insegnamento della religione a scuola resta comunque una sorta di bandiera, che si torna a sventolare quando si aprono nuove campagne elettorali per il suo carattere paradigmatico: mostra non solo la rilevanza pubblica della questione religiosa, ma anche il rischio, in assenza di un’adeguata riflessione, che essa sia sistematicamente strumentalizzata.