Chi non crede all'inferno venga in Iraq

Marialaura Conte  2/05/2008

Intervista a S.E. Mons. Shlemon Warduni, Vescovo ausiliare di Baghdad dei Caldei, a cura di Maria Laura Conte

Iracheno di nascita, testimone appassionato del suo Paese, Mons. Shlemon Warduni, Vescovo Ausiliare di Baghdad dei Caldei, ogni tanto viaggia all'estero, dove racconta senza paura ciò che realmente accade nel suo Paese e che non sempre trova riscontro veritiero sui media. A volte le sue partenze sono sollecitate da amici musulmani che, quando il clima si fa particolarmente teso, gli consigliano di tenersi lontano per qualche tempo da casa…
È in uno di questi viaggi in Italia che Oasis lo ha incontrato a due mesi di distanza dal rapimento di Mons. Rahho (il suo cadavere fu trovato il 13 marzo scorso), ennesima ferita inferta non solo alla comunità cristiana irachena, ma a tutto il Paese.

"Ci tengo molto - ha spiegato Mons. Warduni - che sia chiaro a tutti coloro che sono interessati all'Iraq, che non solo i cristiani sono in situazione drammatica da noi, ma tutti gli iracheni. Quando scoppia un'autobomba o quando avviene un attentato al mercato, muoiono iracheni: le bombe dei terroristi non guardano alla religione di appartenenza, colpiscono comunque degli innocenti. Certo non si possono negare certi fatti e discriminazioni evidenti che hanno colpito le comunità cristiane, come gli attacchi alla chiese, i rapimenti e omicidi, le minacce avvenute a Dora, un quartiere di Baghdad, dove alcuni cristiani venivano costretti a scegliere tra lasciare il Paese o convertirsi all'islam. Ma questo avviene in un Paese che soffre, nel quale tutto il popolo è vittima di cieca violenza. L'Iraq è un inferno per tutti oggi. Io invito sempre chi non crede all'esistenza dell'inferno a venire e vedere in che stato si trova il nostro Paese. Allora crederà all'inferno".
Nel mese di aprile, secondo i dati forniti dal Governo, in seguito agli scontri tra le milizie e l'esercito, sono morte oltre 1000 persone, in marzo altrettante, in febbraio 721. Manca l'elettricità, fornita solo per qualche ora al giorno, manca anche il gasolio per avviare i generatori, un paradosso in un Paese che potrebbe rifornire di energia tutto il Medio Oriente e oltre, i prezzi dei generi alimentari sono sempre più insostenibili, non c'è il telefono fisso… Ma soprattutto le persone vivono nell' insicurezza.
"La realtà più dolorosa - osserva Warduni - è la mancanza di sicurezza: ognuno di noi vive nell'incertezza, non sa se a sera tornerà a casa vivo, c'è la continua minaccia degli attentati e dei rapimenti".
Prima del 2003 i cristiani erano circa un milione, oggi sono ridotti a circa la metà, anche se dati certi in questo senso non ci sono; molti sono fuggiti oltre confine, verso il Libano, la Siria e la Giordania, ma anche verso l'Europa e l'America, come del resto milioni di iracheni anche musulmani. Si calcola, infatti, che nel mondo ci siano 4 milioni e mezzo di profughi iracheni, spinti lontano dalle loro case dal regime di Saddam prima, poi dalle guerre contro l'Iran e contro il Kuwait, dall'embargo e poi dalla nuova guerra del 2003…
Alcuni numeri aiutano a inquadrare la situazione attuale della chiesa caldea in Baghdad: i giovani seminaristi che si preparano al sacerdozio sono 28, mentre erano più del doppio cinque anni fa; i ragazzi che hanno ricevuto il sacramento della prima Comunione nell'anno in corso sono stati 300-400, mentre cinque anni fa erano 2-3000.
"Ma ciò nonostante - ha rilevato mons. Warduni - io vedo che i cristiani restano quanto mai legati alla loro fede. Non si sono registrati numeri particolari di conversioni all'islam. Io non ho mai chiuso la mia chiesa, è sempre stata aperta, e anzi posso testimoniare che tutte le chiese a Pasqua erano piene, di più, piene zeppe. Da quando sono nato ho visto una dopo l'altra una serie interminabile di guerre e sono convinto che la guerra non risolva mai i problemi, perché distrugge e non costruisce. Dicono che ora ci sia la democrazia in Iraq. Ma girando per le strade delle nostre città mi chuedo dove stia veramente questa democrazia".
Ma non parla volentieri di questioni politiche mons. Warduni, preferisce occuparsi della vita della Chiesa. In essa riconosce un forte elemento di fragilità nella divisione tra le comunità cristiane di rito diverso: "La divisione tra noi cristiani - ammette il vescovo - è una delle ferite peggiori per me, ci indebolisce e impoverisce. Tra l'altro l'arrivo di una quindicina sette protestanti ha aggravato la situazione: sono gruppi guidati da personalità che vengono dall'estero o che si sono formate in Occidente, praticano un incalzante proselitismo che ci inimica i musulmani. Noi siamo molto rispettosi della fede altrui, non ci permettiamo di invadere il campo delle altre fedi, mentre gli adepti di queste sette non guardano in faccia nessuno, con la loro evangelizzazione a oltranza creano separatezza e inimicizia. Per questo è importante che noi cristiani, anche di riti diversi, restiamo uniti e testimoniamo l'autenticità della fede cristiana nel rispetto dei fratelli musulmani, la cui maggioranza vorrebbe come noi ripristinare una convivenza di pace".
Infine interrogato su cosa chiede ai Paesi occidentali, il vescovo di Baghdad ha osservato:
"Quando vengo in Occidente mi rendo conto di una realtà: noi in Iraq abbiamo la guerra delle bombe e delle armi, voi in Occidente avete un altro tipo di guerra, che comunque sta distruggendo la verità dell'uomo. Basti guardare come soffrono le famiglie, quante coppie si dividono, come si è persa la consapevolezza del valore dell'amore tra uomo e donna. E in genere come si sia smarrito il senso del valore della vita. Per quanto riguarda il mio Paese, a tutti chiedo di cercare sempre la verità sull'Iraq e di non accontentarsi delle riduzioni o semplificazioni giornalistiche. Ma, soprattutto, chiedo di pregare per noi. Resto convinto che la preghiera che invocare la pace e la conciliazione nel mio Paese sia lo strumento più potente di tutti".