Oasis verso Amman: perché incontrarsi in Giordania?

Redazione  4/06/2008

Le scelte preferenziali e le prospettive del centro internazionale voluto del Patriarca di Venezia

Intervista al Patriarca di Venezia, S. E. Card. Angelo Scola a cura di John Allen, Jr. giornalista al National Catholic Reporter ed analista per la CNN, tratta da All Things Catholic, 23/05/2008, Vol. 7, No. 36

Benché il parallelo non vada spinto troppo oltre, le odierne relazioni tra cristiani e musulmani potrebbero essere in qualche modo paragonate alla situazione dei personal computer all'inizio degli anni '80. Tutti sapevano che i PC rappresentavano il futuro, ma essi non avrebbero cambiato il mondo finché non si fosse trovato un modo semplice, stimolante e ragionevolmente uniforme di farli funzionare.
Poi la Apple lanciò il Macintosh nel 1984, seguita a un anno di distanza dalla prima versione di Windows della Microsoft. Nottetempo, il computer si trasformò da un hobby in una necessità, e ci svegliammo nell'era digitale.
Allo stesso modo, oggi tutti sanno che il dialogo con l'islam sarà una questione cruciale per il futuro. Il "mercato", tuttavia, non si è ancora deciso per un modello chiaro di come questo dialogo dovrebbe funzionare - con chi dovremmo interloquire, di cosa dovremmo parlare e cosa dovremmo aspettarci da quelle conversazioni. Finché tutto questo non accadrà, le relazioni tra cristiani e musulmani rimarranno un po'come gli esordi del computer…l'attività esclusiva di un manipolo di esperti che digitano una stringa di comandi DOS per effettuare le operazioni più elementari.
Ora, c'è forse un potenziale "Windows" delle relazioni islamo-cristiane?

Un candidato interessante è il progetto Oasis del Cardinale Angelo Scola di Venezia, un tentativo di promuovere una rete globale di contatti tra cristiani e musulmani, attribuendo una particolare importanza alle voci e alle esperienze dei cristiani che, in Medio Oriente, in Africa e in Asia, vivono nei paesi a maggioranza musulmana. Mentre da un lato il Centro Oasis è impegnato nel patrocinio di convegni accademici e di una rivista, dall'altro esso di dedica a dar voce alle esperienze di vita di persone comuni, e non solo di intellettuali specialisti e professionisti del dialogo.
Alla luce del fatto che Scola, 66 anni, è da molti considerato un astro nascente del cattolicesimo, il suo patrocinio basta a rendere Oasis degno di considerazione.
Nato nel settembre del 2004, Oasis è sostenuto da altri quattro cardinali: Philippe Barbarin di Lione in Francia; Josip Bozanic di Zagabria in Croazia; Péter Erd di Esztergom-Budapest in Ungheria e Christoph Schönborn di Vienna in Austria. Nessuno di loro può essere identificato con quella che si potrebbe definire una posizione "morbida" sulla pratica e sulla dottrina cattoliche. Questo distingue Oasis da altre iniziative, che fanno dialogare le avanguardie delle diverse tradizioni ma non le loro correnti maggioritarie. Tra l'altro, gli esponenti che gravitano intorno ad Oasis vogliono sfidare i musulmani sui temi della reciprocità e della libertà religiosa in maniera più vigorosa di quanto generalmente non accada negli altri forum interreligiosi.
Scola ha dichiarato che il suo obiettivo non è innanzitutto raggiungere i "musulmani moderati", quanto piuttosto gli "islam di popolo", cioè quei credenti comuni che, benché profondamente legati alle loro tradizioni islamiche, non approvano le forme radicali dell'islam.
A giugno, il Comitato scientifico di Oasis si incontrerà in Giordania. Il tema discusso sarà la relazione tra verità e libertà, con un'attenzione specifica su libertà di coscienza e religione, e su come il valore della libertà religiosa possa conciliarsi con il rispetto per la tradizione religiosa di un dato popolo.
Ho recentemente avuto l'opportunità di parlare con Scola di Oasis e dell'incontro di Amman. Quanto segue è un estratto del nostro colloquio.

Il vostro Comitato parlerà di una tensione tra valori sempre più attuali nel mondo di oggi: il valore della libertà religiosa, e il valore della identità tradizionale di un popolo. Secondo Lei, quali sono i principi basilari per armonizzare questi valori?

La tensione tra libertà religiosa e identità tradizionale di un popolo, su cui verterà il nostro annuale comitato, è un problema tipico della nostra società globalizzata. Non che prima non esistesse, ma certamente si poneva in scala molto più ridotta. Mi permetta un esempio, tratto dalla storia di Venezia: tutti conoscono i millenari rapporti tra la nostra città e il Levante musulmano. La loro evidente importanza non deve tuttavia far dimenticare che essi erano propri di un'élite ristretta, perché la stragrande maggioranza della popolazione restava saldamente all'interno della propria identità tradizionale.
Oggi non è più così. In un certo senso, chiunque può incontrare chiunque, senza reti di protezione. E questo è potenzialmente un bene perché sprigiona forze impensate, mette in contatto realtà che finora sono vissute quasi ignare le une delle altre. È a questo inedito incontro di popoli, culture e religioni che mi riferisco quando utilizzo l'espressione "meticciato di civiltà", un processo storico in atto il cui esito non è in nessun modo assicurato. Ci sono intrecci che riescono, ma ci sono anche intrecci che non riescono.
Nel nostro caso il punto critico è: che cosa succede alla nostra identità di popolo se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione o perché proviene da un'altra religione o perché vi si converte? In alcuni paesi a maggioranza musulmana mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un'altra religione, l'identità di popolo risulterebbe minacciata se si concedesse la possibilità di convertirsi a chi è già musulmano. È interessante notare l'opzione che spesso viene posta implicitamente ai neo-convertiti: se vuoi lasciare l'islam, devi abbandonare il paese. Cioè: a noi la dimensione personale interesserebbe fino a un certo punto, ma vogliamo evitare lo "scandalo" di un gesto pubblico.
D'altro canto anche il moderno stato liberale si trova impreparato a rispondere a questa domanda, perché concepisce come proprio interlocutore solo l'individuo, imposta il problema unicamente nei termini della libertà dei singoli e fatica a cogliere le implicazioni sociali delle scelte. Alla fine lascia le persone impreparate e sconcertate. Lo vediamo bene nel fenomeno dell'immigrazione, in cui è come se tanti dicessero: "ma come, ci avevate detto che era questione delle idee personali degli immigrati (e certamente ognuno è libero di pensare quello che crede), ma di colpo questi singoli sono diventati un corpo estraneo. Non li riconosciamo più".
Se vogliamo uscire da questa impasse, la soluzione a mio avviso va ricercata nel riconoscimento di un bene che è alla base anche della differenza", il bene della relazione. Occorre cogliere la comune umanità, per questo occorre allargare ragione e libertà.

Si può parlare di sfide, problemi, tensioni, a proposito della libertà religiosa anche in paesi di tradizione cristiana? Secondo Lei, quale sono le sfide principali?

Per la questione della libertà religiosa, essa va indagata in relazione a quella che chiamo la "tradizione prevalente di un popolo". Il pensiero moderno ha avuto il grande e innegabile merito di sollecitare il Cristianesimo a una riflessione più approfondita sul nesso tra la verità e la libertà. Certamente la libertà si compie nella verità, ma è necessario riconoscere la verità della libertà attraverso il riferimento alla libertà di coscienza intesa in modo oggettivo ed adeguato. In un certo senso, questa mi pare essere una chiave dello straordinario viaggio di Benedetto XVI negli Stati Uniti. Quello che ora ci occorre è capire come questo rapporto incida sulla vita sociale. Non desideriamo mettere a rischio le basi della convivenza sociale dei paesi a maggioranza musulmana ma, per essere chiari, chiediamo lo stesso rispetto per la nostra tradizione a chi arriva qui da noi. Il grande islamologo egiziano Padre Anawati, in un bel dialogo che il Centro Oasis pubblicherà tra qualche mese, diceva: «Io non studio la cultura musulmana per distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre valorizzarla». Nello stesso tempo, il rispetto verso l'identità comunitaria non può spingersi fino a violare la libertà umana del singolo. E in fondo, qual è il vantaggio di trattenere in una religione persone che non vi credono più? Davvero è più deleterio l'abbandono esplicito che una professione di facciata? Su questo noi speriamo di discutere francamente con i nostri interlocutori musulmani.

Perché la scelta di Amman? Secondo Lei, la Giordania ha qualche cosa da insegnarci su questo tema?

La Giordania è un paese al 97% musulmano, nel quale però la minoranza cristiana gode di una condizione che, pur con qualche ombra, è senza dubbio complessivamente positiva, soprattutto se paragonata ad altre realtà della regione. È un paese povero di materie prime, eppure con uno standard di vita più alto di alcuni suoi vicini teoricamente più favoriti dalla natura. Per molti versi è la dimostrazione vivente di che cosa potrebbe essere il Medio Oriente se si abbandonasse la logica della contrapposizione reciproca e si imboccasse la via della moderazione. A questo proposito l'apporto che diversi membri della famiglia reale stanno dando sia al dialogo intermusulmano sia al dialogo islamo-cristiano è universalmente riconosciuto e apprezzato.

Nel Medio Oriente, c'è oggi una grande preoccupazione per il futuro della presenza cristiana, soprattutto nella Terra Santa. Lei vede qualche segno di speranza?

La situazione è certamente molto dura. Tuttavia, ogni volta che ho modo di incontrarmi con i fratelli cristiani del Medio Oriente, come avviene ad esempio nelle nostre riunioni di Oasis, sono colpito dalla loro tenacia e dalla voglia di andare avanti. Nei vari numeri di Oasis non abbiamo mancato di documentare ampiamente l'impressionante esodo dei fedeli cristiani, ma non vogliamo cedere alla logica del lamento o del rimpianto. I Vescovi locali hanno affermato ripetutamente che un cristiano che non abbia coscienza del ruolo che la Provvidenza gli assegna facendolo nascere e crescere in un ambiente prevalentemente musulmano è potenzialmente un cristiano che emigra. Noi desideriamo dare il nostro contributo per incrementare questa coscienza.

Oasis è nata con una "scelta preferenziale" per l'Islam. Le sfide oggi alle libertà religiosa, pero, vanno ben oltre i confini del mondo Islamico. Ci sono grandi tensioni, per esempio, anche in Cina, in India, ecc. C'è un rischio in Occidente che la libertà religiosa venga vista quasi esclusivamente come un "problema islamico", così peggiorando la cosiddetta "clash of civilizations"?

Sicuramente la libertà religiosa, che è un valore fondamentale e non si riduce alla semplice libertà di culto, deve essere protetta ovunque nel mondo, dunque non solo nei paesi a maggioranza musulmana. Nello stesso tempo è vero che essa rappresenta un nodo irrisolto nel rapporto tra Islam e modernità. Per questo credo che la questione sia avvertita in modo così urgente anche tra i musulmani stessi.

Lei è molto impegnato nel dialogo con Islam. Ha detto diverse volte che il suo interesse non è tanto l'"Islam moderato," ma l'"Islam tradizionale." Come va questo tentativo di costruire ponti con l'Islam tradizionale?

È certamente presto per trarre bilanci. Comunque, la nostra opzione è piuttosto per gli Islam di popolo e non va intesa in senso esclusivo rispetto alla categoria di "Islam moderato". Il termine Islam di popolo ci sembra semplicemente designare in modo più preciso il nostro interlocutore, perché i musulmani moderati hanno possibilità di influire se e nella misura in cui interpretano e magari fanno anche evolvere il sentire dei fedeli comuni, quella religiosità che realmente sostiene la vita di popolazioni che spesso versano in condizioni difficilissime. Lo può testimoniare chiunque abbia visitato almeno un poco il Medio Oriente.

Oasis celebra questo'anno il suo quinto compleanno. Può farci un breve bilancio di questi cinque anni di esperienza - frutti positivi, cose imparate, sbagli da evitare nel futuro, ecc.?

Il frutto più bello è il graduale costituirsi di un soggetto comunitario che abbraccia cristiani d'Occidente e d'Oriente che hanno rapporti intensi, di diversa natura con musulmani. Il nostro auspicio è che questo soggetto cresca sempre più in maturità. È in questa prospettiva che cerchiamo anche la massima incisività degli strumenti di Oasis, come la rivista semestrale cartacea, la newsletter mensile, il sito internet (www.oasiscenter.eu), la collana di libri.

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