Contributo di S.E. Mons. Claudio Gugerotti, Nunzio Apostolico in Georgia, Armenia e Azerbaijan
Proviamo per un istante a prescindere dalla risonanza mondiale che il presente conflitto in Georgia ha determinato. Vogliamo immaginare quale natura e quale coinvolgimento culturale, in senso ampio, un simile conflitto potrebbe avere se si limitasse ad essere un fenomeno locale.
Dobbiamo anzitutto premettere che la risonanza che i fatti stanno suscitando non è esclusiva del presente conflitto. Basterebbe ricordare che i tragici avvenimenti che hanno coinvolto gli Armeni ed altre popolazioni cristiane nell'Impero Ottomano agli inizi del XX secolo sono pienamente comprensibili anch'essi solo nel clima che porterà alla prima guerra mondiale. Come per i Balcani, il Caucaso per la sua natura geopolitica tende a diffondere le proprie scosse telluriche ben al di là dei propri confini. E non potrebbe non essere così per un'area che si trova a svolgere una funzione di ponte o di cerniera fra l'Europa e l'Asia e, più simbolicamente ed astrattamente, tra Oriente e Occidente. I popoli caucasici, infatti, sono ben coscienti di una propria vocazione propulsiva verso l'Europa, cui naturalmente tenderebbero, come pure di uno schiacciamento non voluto, ma spessissimo subito, verso l'Asia Centrale, cui per altro non sentono di appartenere, proprio a causa del coinvolgimento e spesso della violenza esterna.
Né si deve pensare che si possa parlare indistintamente di "Caucaso", prescindendo dalle differenze specifiche che vi si riscontrano, vista la miriade di popoli che lo compongono, molto più numerosi delle realtà territoriali nelle quali sono confluiti.
Partendo dal folklore, si potrebbe dire che ad accomunarli è una percezione della lotta per la sopravvivenza quale costitutivo essenziale della propria storia. I costumi tradizionali, con il classico pugnale alla cintola per il maschio, ne sono testimonianza, così come le varie "danze delle spade" che vi si riscontrano (e di cui la più famosa e' stata immortalata nella musica di Aram Khachaturian).
Ma non si può limitare il riferimento alla lotta nella cultura locale, come ad una pura necessità difensiva. Esso nasce dalla percezione della contrapposizione come naturale derivato dalla necessità di conservare e difendere il proprio onore. Ciò non comporta affatto che tale contrapposizione coincida con una confronto armato interetnico; esso può, al contrario verificarsi a livello intraetnico, qualora l'onore sia messo in discussione da persone o circostanze interne al popolo stesso. In tal caso esso si ammanta di una dimensione ancora più elegiaca, in quanto vi mancano gli aspetti di contrapposizione culturale che contraddistinguono i conflitti interetnici, dove si tende naturalmente ad enfatizzare, per dare maggior pathos alla lotta, le differenze nei caratteri identitari dei popoli. Che questo processo identificativo del "sé" e dell'"altro da sé" poi sia guidato da una obiettività scientificamente rilevabile, è del tutto discutibile, dal momento che la contrapposizione tende per natura a "tipizzare" la diversità, riducendola spesso a stereotipo. E la stessa cultura accademica, almeno da quando essa pretende di proporsi con criteri di obiettività, ne viene invece fortemente influenzata, sicché la tesi da dimostrare spesso precede l'induzione rigorosa dal particolare all'universale. In poche parole l'altro deve essere diverso anche per potersi a lui contrapporre a ragion veduta.
Per non parlare poi del cosiddetto "pacifismo" (con i suoi riti colorati), che al "machismo" caucasico appare come una vera perversione: "se invece di difenderci avessimo fatto i cortei - e' affermazione comune - il nostro popolo non esisterebbe più".
Di fronte alla lotta, il prode va onorato, disprezzato il vigliacco che vi si sottrae. Anche il nemico e' degno di onore, se si comporta con onore. Il martire e' venerato solo perché schiacciato dal sovrastante potere nemico, non perché ha rinunciato a combattere o si e' lasciato coinvolgere in un "perdonismo" considerato da femminucce. E' in gioco, infatti la stessa sopravvivenza del popolo, di quel particolare popolo, la cui esiguità numerica, unita ai frequenti pericoli di massacro da parte delle potenze esterne dominanti, induce ad un sempre risorgente terrore di sparire, di non esserci più come nazione, come cultura, come lingua e, soprattutto, come religione, fattore potentissimo di identità.
La religione vi si identifica' con l'eredita' dei padri, la forza ispiratrice della tradizione (nel cui contenitore entrano nova et vetera). Il capo religioso e' il vero padre della Patria, molto più del capo politico. E' lui l'ultima istanza morale, la guida cui spetta l'ultima parola, e la frequente supplenza, quando il potere politico, già minato da una connaturata tendenza a parcellizzarsi in sottoentità feudali, viene soffocato dal dominio straniero. La religione e' anche il mondo dei riti, della continuità in cui ci si ritrova naturaliter e di cui si va fieri, ben più che della discontinuità, anche radicale, come potrebbe essere quella tra il proprio antico paganesimo e il sopravvenire delle religioni rivelate. La persistenza dei fattori precristiani vi appare potente al punto da intridere con forza la religione presente, caricandola di arcaiche interpretazioni che convivono con quelle specifiche della religione stessa.
Per culture rimaste a lungo caparbiamente preservate dai monti che le circondano, questo sostrato non sarà facilmente sostituito e sopravvivrà anche alla potente cultura della globalizzazione, facendo capolino alla bisogna, con grande stupore dell'interlocutore occidentale, che vedrà convivere aspetti a suo modo di vedere tra di loro incompatibili. Come per quasi tutti, sia pur in forma diversa, si ritiene che il modo di essere e di pensare non possa che essere il proprio.
Come questa cultura, da me qui tracciata in modo necessariamente sommario e parziale, abbia reagito di fronte alla presente guerra in Georgia, e' presto detto: suscitando in tutti l'ennesimo sbigottimento derivante dalla possibile estinzione del proprio popolo, del genocidio. Si tratta di una sensazione difficile da descrivere: essa e' anzitutto paralizzante, e induce a cercare la sopravvivenza nel fuggire dai luoghi considerati più facile bersaglio del nemico. Non e' infrequente sentirsi rivolgere la domanda: "Pensa che ci ammazzeranno tutti?". In questo contesto tace ogni manifestazione critica nei confronti dei propri governanti, almeno per il tempo in cui più forte e' lo sbigottimento. Prevale invece la necessità di incontrarsi nelle strade, convocati da chicchessia, purché ci si possa sentire vivi, e ancora popolo, in cui si possa sentir risuonare la propria lingua e magari ripetere un canto popolare che non sia sguaiato.
Il nemico e' odiato? Difficile a dirsi: di lui si parla con estrema durezza, anche a causa della disinformazione artatamente diffusa. Ci si dichiara pronti ad arruolarsi per combatterlo, per cacciarlo. Vi è ira e aggressività. Spesso riaffiora il ricordo dell'ingiustizia subita. Ma e' difficile dire che vi sia odio. Anzi, sembra prevalere la domanda: "ma cosa abbiamo fatto contro di loro? In fin dei conti, siamo potuti sopravvivere insieme pacificamente!". C'e' in fondo al cuore il desiderio di una pace possibile, cui ci si aggrappa con forza, e che significherebbe un'ennesima ipotesi di sopravvivenza. Non e' un caso che un alto Prelato ortodosso di Georgia mi abbia raccontato storie di razzia coi popoli vicini (egualmente caucasici), nei quali fu coinvolto suo padre, fatto prigioniero dai Ceceni, ma da essi magnanimamente liberato, secondo la legge della cavalleria
Non manca di riproporsi anche il fatalistico: "purtroppo noi siamo sempre stati perseguitati. È parte della nostra storia". Può esservi il desiderio di avere un bambino, per continuare a credere nel futuro, o di abortirlo, se le condizioni sono proibitive, per evitargli di soffrire come i genitori, magari profughi o sfollati.
Un aspetto manca quasi completamente, se si eccettua quanto accade a pochi generalmente abituati al confronto con l'esterno: quello della critica radicale, motivata, al potere dominante il proprio stesso popolo. L'opposizione tende ancora ad essere una diversa appartenenza clanica che si propone non per una differente concezione della società, ma per la volontà di sostituirsi alla classe dirigente, per potervi subentrare nello stesso potere.
Due sono le conseguenze concrete che ne derivano: la certezza (spesso ingenua e quasi sempre frustrata) di essere aiutati a sopravvivere per l'intervento di popoli amici, e l'incessante proliferare di una informazione verbale su fatti e persone, spesso abilmente sfruttata da chi la può manipolare, per trarre in inganno e difendere se stesso o coprire i propri errori. Anche perché il capo che sbaglia nei momenti cruciali perde il diritto all'onore, a meno che non si riscatti con un atto di eroismo, per lui tragico e spesso fatale.
Fin qui alcune delle reazioni da parte delle culture del Caucaso. Come e se tutto ciò possa essere dall'esterno compreso o sfruttato, dipende dalla continuità culturale di chi vi e' coinvolto. L'Occidente sembra spesso distinguersi per la propria certezza di parlare un linguaggio universale, e quindi automaticamente comprensibile anche a questi popoli perché "naturalmente razionale", ed il conseguente uso di slogans. Né sembra avere l'interesse o la pazienza di verificare se ciò sia vero. Ma questo gli potrebbe essere fatale.