Nella realtà tunisina come è percepito il tema della libertà religiosa?
In Tunisia, come in tutto il mondo arabo, libertà di coscienza e libertà religiosa sono due cose diverse. Generalmente nel mondo arabo quando si parla di libertà religiosa si intende libertà di culto: in Tunisia per esempio un cristiano, un musulmano o un ebreo ha tutta la libertà di praticare la sua fede in privato e in modo comunitario. Ma difficilmente, almeno fino a qualche anno fa, si percepiva la libertà religiosa come libertà di coscienza, come libertà cioè di poter scegliere questa o un'altra fede, o addirittura di poter dichiarare di non avere alcuna fede. Il concetto di libertà di coscienza, quindi, anche in Tunisia, si mette alla prova là dove anche un musulmano, se è veramente convinto di un'altra fede, possa convertirsi, a meno che non vi siano dietro altre motivazioni. E stiamo ancora percorrendo la strada che ci può portare a questo traguardo reale, perché se la Costituzione riconosce questa libertà, nei fatti la vita è un'altra cosa. In generale è sempre bene chiarirsi le idee e considerare le diverse culture di riferimento prima di parlare di libertà religiosa, perché se per un occidentale questi concetti possono essere evidenti o dati per scontato, per un arabo o per un musulmano non è sempre così.
In che senso?
Per la mentalità occidentale la libertà religiosa è una cosa evidente, se manca si avverte un vuoto; nella mentalità corrente arabo-musulmana non è così. Se manca la libertà di coscienza non è come se mancasse, per esempio, la libertà di espressione, cosa che sarebbe più sentita. Ultimamente però anche questa situazione sta cambiando: se per esempio un musulmano si converte, avverte certamente il peso della scelta compiuta perché, anche se è costituzionalmente libero di farlo, almeno in Tunisia, la sua famiglia e in genere la società non accetta facilmente le conversioni. Il convertito si porterà addosso per sempre il peso di essere uno che, avendo abbandonato l'islam, ha rinunciato anche al suo status di tunisino o algerino o marocchino. Se anche il diritto gli è riconosciuto, ha un gravoso peso morale da portare.
In Occidente da più parti si chiede che la religione resti un fatto privato delle persone, che non entri nella vita pubblica. Come si guarda dalla Tunisia a questa modalità occidentale di vivere il rapporto tra religione e pubblico?
Su questo tema sono molto diversi l'Occidente e l'Oriente. L'Occidente ha perso l'identità religiosa, generalmente parlando, mentre l'Oriente non ancora. In Oriente la società, la religione e la famiglia si compenetrano. Prima viene l'appartenenza e l'identità religiosa, poi tutto il resto, al punto che anche chi non pratica, non sarà considerato non religioso, cioè non appartenente ad una religione. In Francia alla domanda "Credi in Dio?" le risposte affermative sono il 60%, quelle negative il 35%, il resto incerte. Ma in Tunisia o in Algeria le risposte affermative arrivano al 99,9%. Questo non vuol dire che sono tutti praticanti, ma che l'appartenenza religiosa islamica è parte della vita, non è sentita come un peso, non è un'imposizione dalla quale non ci si riesce a liberare. Anzi Dio è presente dappertutto nella società musulmana, il nome di Dio è nominato centinaia di volte al giorno. Anche se uno non pratica, lo pronuncia almeno 100 volte al giorno.
Un popolo naturalmente religioso…
Qui appare la naturalezza dell'essere religioso, anche socialmente. Si è spontaneamente così, indipendentemente dal fatto che uno si senta libero o meno. Quando un musulmano si alza dice "Allah", quando prende la macchina invoca "Allah". Non ha niente a che fare con la libertà o la non libertà: è un modo di essere.
Lei pensa che dall'incontro di queste due sensibilità, quella occidentale e quella orientale, possa scaturire un arricchimento reciproco?
Il contributo che può venire dall'Occidente è quello di dare all'appartenenza religiosa arabo-musulmana un aspetto più personalistico, permettendo cioè che la fede sia veramente la scelta personale di una storia con Dio, il che non è ancora così evidente in Oriente. Dall'altra parte il contributo che potrebbe dare l'Oriente all'Occidente è il credere nel valore dell'appartenenza religiosa. Penso che ambedue i contributi siano necessari. Uno deve arricchire l'altro. Ma per questo si deve sempre partire dalla consapevolezza che nessuno ha il monopolio della verità, neanche della verità religiosa. Per questo dobbiamo essere pronti a raccogliere i semi di verità che l'altro può offrirci. Dunque bisogna essere fino in fondo ciò che uno è e, allo stesso tempo, essere consapevoli di aver bisogno del contributo dell'altro per essere pienamente sé stessi.
In che senso essere consapevoli di sé e della propria identità fa spazio all'incontro con l'altro?
Il passo da compiere è vivere una fede come qualcosa che c'entra con la vita, che trasforma la vita. Cioè bisogna comprendere che se non vivi la tua fede, se cioè la tua fede non ha alcun posto nella tua vita, nelle tue scelte, è inutile dire che sei religioso. Questa è una fede matura che aiuta l'incontro, aiuta a vedere nell'interlocutore non un limite, ma una via di compimento.