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Rassegna stampa

Accordo al ribasso sui migranti al vertice Ue: ridistribuzione di 40 mila, ma sarà volontaria

Baltici e paesi dell’Est ottengono che le quote non siano obbligatorie. La Lituania contro l’Italia: non siamo responsabili dei vostri fallimenti. Renzi: «Non meritate di essere qui». Anche Juncker ammette: accordo modesto.

«È quasi finita, forse», scrive in un sms poco prima delle due di notte una fonte diplomatica. Mica vero. Sono quasi sei ore che i leader europei si danno battaglia su un problema in teoria abbastanza semplice, cioè come ridistribuire fra i ventotto paesi dell’Ue in due anni 40 mila migranti che hanno diritto alla protezione internazionale.

 

 

La Commissione ha proposto che la riallocazione sia su base obbligatoria, Baltici e paesi dell’Est non vogliono nemmeno sentire la parola e chiedono che la ripartizione sia volontaria. Scoppia uno scontro fra due scuole di pensiero: chi crede che la solidarietà sia un valore ineluttabile dell’Europa contro chi ritiene che sia qualcosa da esercitare soltanto quando ce n’è bisogno e se si può. «Il peggior dibattito da anni», ammette un alto funzionario.

 

 

Il presidente del Consiglio, Donald Tusk, aveva intavolato una proposta di mediazione che pensava potesse chiudere la storiaccia. Primo grave errore della giornata. Una decina di paesi si schiera contro. Dibattito acceso. Chiedono di avere nel testo delle conclusioni il concetto di volontarietà. L’altro inciampo è evidente: non si convoca un summit senza avere una bozza che funzioni.

 

 

Renzi si infiamma. Dice che se gli altri non sono d’accordo sui 40mila, non meritano di essere europei. Lo scontro si fa violento. La lituana Grybauskaitè lo prende di punta: «Noi dovremmo assumerci la responsabilità dei vostri fallimenti?» Il premier contrattacca. «Fatte pure; se questa è la vostra idea di Europa, tenetevela. O c’è solidarietà, o non fateci perdere tempo. Possiamo fare da soli». Interviene la Merkel che cerca di calmare la situazione. Renzi si spiega, dice che è uno che si fa prendere dalle emozioni. Nel frattempo il presidente della Commissione litiga con Donald Tusk. Non è contento di come il polacco conduce in modo sbilanciato il consiglio, mentre l’altro pensa che l’agenda dell’esecutivo per l’immigrazione sia andata un po’ troppo oltre.

 

 

Muove anche l’alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini: «Senza decisioni sulla solidarietà interna la nostra credibilità esterna crolla». Tusk ha nel frattempo predisposto una nuova bozza di testo. Introduce il principio della volontarietà e parla di decisione per consenso, dunque apre alla possibilità che qualcuno rompa l’armonia e veti il passaggio. Repubblica Ceca e Slovacchia, ben riuniti per l’occasione, sono pronti a farlo. Italia, Juncker e i soliti noti dicono che non se ne parla, non così com’è. Alle due e mezza, si sente dire che stanno preparando un nuovo testo e si accende la linea della tv interno, come se fosse imminente una conferenza stampa.

 

 

Si scopre che per stemperare il clima, Tusk ha chiesto a Cameron di parlare del referendum britannico sull’uscita dall’Ue. Otto-nove minuti. Nessun intervento. Mica un buon segno. Il consiglio finisce alle 2 e 42. Alle tre del mattino escono i leader. Matteo Renzi dichiara che si poteva fare di meglio, ma che è comunque soddisfatto perché è un primo passo ed è stato riconosciuto che è un problema di tutti.

 

 

Arrivano Juncker e Tusk. Spiegano l’intesa saranno redistribuiti 40 mila migranti aventi diritto a protezione e già presenti nell’Unione, nonché a 20 mila asilanti scelti fuori dall’Ue. Il meccanismo ha ampi margini di volontarietà, anche se la parola non compare se non nel richiamo alle conclusioni del vertice di aprile che invece diceva «volontarietà». Ungheria e Bulgaria avranno delle eccezioni. Tutti i meccanismi dovranno essere definiti entro luglio. I numeri e le attribuzioni saranno contenuti i un allegato dell’Agenda della Commissione su cui si deciderà per consenso.

 

 

Il presidente della Commissione parla di «accordo modesto» e di Europa «non all’altezza delle sue ambizioni». Dice che «se ne frega» se è obbligatorio o no, perché quel che conta è salvare 60 mila vite. Nega ogni attrito con Tusk, ci scherza su: «Se un giorno dovessi suicidarmi lo farebbe anche lui». Nessun ci crede, ma è meglio così. Si abbracciano. In fondo, fra sette ore e mezza, devono riprendere a lavorare insieme. Non è stata una bella giornata. Per loro, per chi li ha seguiti, e per l’Europa.

 

 

La Stampa

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