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Ancora proteste in Iraq e le altre notizie della settimana

Najaf, proteste contro il governo iracheno [Hayder Mohsin - Shutterstock]

Rassegna stampa ragionata sul Medio Oriente e sul mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 23/12/2020 15:01:32

La rassegna stampa settimanale di Oasis non va in vacanza, ma per il periodo delle festività arriverà in versione ridotta il giovedì mattina.

 

Ancora proteste in Iraq

 

L’Iraq continua a essere agitato da proteste. Lunedì gli iracheni sono nuovamente scesi in piazza per protestare contro il deprezzamento del dinar, la moneta locale, e il conseguente calo del potere d’acquisto. «Il governo dovrebbe collassare prima del dinar», c’era scritto su un cartello esposto durante le proteste. A soffrire maggiormente è il personale impiegato nel settore pubblico, che a causa del calo delle rendite petrolifere non riceve lo stipendio da mesi, spiega Le Monde.  Il problema è in parte legato alla mouhassasa, il sistema di ripartizione dei posti su base confessionale, che è «un modo per i partiti politici di acquistare la lealtà della loro base», e in parte alla crescita della popolazione, che aumenta di 1,2 milioni di persone all’anno. Ciò significa che ogni anno ci sono «450.000 nuove persone in cerca di lavoro». Il governo guidato da Mustafa al-Kadhimi ha proposto una legge di bilancio che non risolverà completamente il problema, secondo il quotidiano francese, ragione per cui sono stati avviati negoziati con il Fondo monetario internazionale per salvare il Paese dal collasso finanziario totale.

 

Tra le altre notizie che riguardano l’Iraq, il Natale è stato dichiarato ufficialmente giorno festivo. Inoltre, mentre in Vaticano si organizza la visita di Papa Francesco in Iraq, l’al-Khoei Institute, attraverso alcuni tweet e la ri-condivisione di un articolo del 2019, si dice rattristata del fatto che il Pontefice non si recherà a Najaf e quindi non incontrerà il Grand Ayatollah Ali Sistani.

 

Infine, mercoledì il presidente americano Donald Trump ha concesso la grazia a quattro contractors, della società Blackwater, che nel 2007 avevano ucciso 17 civili a Baghdad. La vittima più giovane era un bambino di 9 anni, il cui padre, Mohammed Kinani, si è trasferito negli Stati Uniti per seguire il processo contro i responsabili dell’eccidio.

 

Attacco informatico contro i giornalisti di Al Jazeera

 

I telefoni di alcuni giornalisti di Al Jazeera, l’impero mediatico con sede in Qatar, sono stati hackerati tramite lo spyware Pegasus, venduto dall’azienda israeliana NSO, di cui abbiamo già parlato più volte in questa rassegna. In questo caso lo spyware è stato utilizzato dai governi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti contro 36 tra giornalisti e produttori. A rivelarlo è un rapporto di Citizen Lab, che ha monitorato l’attività dello spyware per diversi mesi.

 

Tamir Almisshal, giornalista per il sito in arabo di Al Jazeera si era rivolto a Citizen Lab a gennaio, dopo aver ricevuto delle minacce di morte: «Hanno minacciato di rendermi il nuovo Jamal Khashoggi», ha detto. Citizen Lab è un centro interdisciplinare dell’Università di Toronto che tra le altre cose si occupa di studiare le nuove forme di spionaggio contro la società civile e ha seguito il caso di Almisshal e alcuni suoi colleghi. Rispetto ad altri attacchi informatici, questo è stato di tipo zero-click: vuol dire che lo spyware è entrato nel cellulare di Almisshal e gli altri giornalisti senza che questi abbiano dovuto cliccare su alcun link.

 

La vicenda si inserisce nel contesto di conflittualità tra Qatar da una parte, e Arabia Saudita ed Emirati dall’altra. Come spiega il Guardian, Riad e Abu Dhabi avevano chiesto a Doha di chiudere Al Jazeera. L’emittente televisiva, infatti, gioca un ruolo importante nel definire l’immagine e la reputazione delle altre monarchie del Golfo a livello internazionale. Un problema in particolare  per riguarda l’Arabia Saudita.

 

La vicenda di Almisshal e degli altri giornalisti di Al Jazeera hackerati mostra come il processo avvicinamento diplomatico avviato nelle scorse settimane sia ancora in divenire. 

 

Nuove elezioni in Israele

 

È ancora tempo di elezioni in Israele. Le vicende che hanno portato allo scioglimento della Knesset, il Parlamento israeliano, sono arzigogolate e interessanti: Netanyahu aveva impedito che venisse varata la legge di bilancio, momento che avrebbe segnato il passaggio di testimone come capo del governo a Benny Gantz, suo alleato. Il primo ministro israeliano, cambiando strategia, aveva poi tentato di posticipare la data per la presentazione della legge di bilancio, ma due deputati che si erano nascosti in macchina nel parcheggio fuori dal Parlamento, all’ultimo hanno votato contro Netanyahu. Nessun accordo sulla legge di bilancio, quindi, ma nuove elezioni, le quarte in due anni.

 

Cosa aspettarsi ora? Anshel Pfeffer su Haaretz fa un’analisi di come potrebbe andare il voto: alcuni partiti sicuramente avrebbero difficoltà a raggiungere la soglia di sbarramento, mentre la pandemia e l’elezione di Biden sono elementi nuovi che differenziano le imminenti elezioni (che dovrebbero svolgersi a marzo) dalle precedenti.

 

Marocco

 

Continuano a stringersi i legami diplomatici tra Marocco e Israele. Martedì una delegazione composta da funzionari israeliani e americani, capitanata da Jared Kushner, si è recata a Rabat, mentre anche l’Egitto ha annunciato che presto aprirà una sede diplomatica nel Paese magrebino. Jeune Afrique analizza la strategia diplomatica introdotta dal regno del Marocco: i legami con la comunità ebraica non sono stati conflittuali come in altri Paesi arabi e hanno in qualche modo permesso di controbilanciare il sentimento filo-palestinese presente nel Paese. Ma in ultima analisi la questione del Sahara occidentale è così importante per la causa nazionale, che poco importano le motivazioni ideologiche, secondo Jeune Afrique; in questo caso è richiesto solo un esercizio di realpolitik.

 

In una frase

 

Un reportage fotografico sul dramma dei rifugiati tigrè scappati in Sudan (Al Jazeera).

 

Secondo Haaretz la Turchia non è mai stata così isolata sul piano internazionale negli ultimi 50 anni; e la colpa è tutta di Erdogan.

 

Dopo più di quattro mesi dall’esplosione del porto di Beirut, nessun componente del governo si è assunto la responsabilità dell’incidente (New York Times).

 

Secondo Al Jazeera, le politiche incoerenti dell’Unione europea verso la Libia hanno permesso alla Russia di guadagnare terreno.

 

In Nigeria la polizia locale ha impedito che altri 84 studenti venissero rapiti da uomini armati (Nation).

 

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Lo staff di Fondazione Oasis

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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