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Islam

Bruxelles sotto attacco

FORUM/ Le analisi degli esperti sugli attacchi al cuore dell'Europa

a cura di

Foto credit: Facebook, Jef Versele

Nel giro di pochi mesi il cuore dell’Europa è stato attaccato ancora una volta dal terrorismo. Se a Parigi a novembre erano stati colpiti i luoghi dello svago e del divertimento, a Bruxelles martedì mattina gli obiettivi sono stati i mezzi di trasporto: due esplosioni hanno fatto almeno quattordici vittime nella sala dei check-in dell'aeroporto internazionale di Zaventem. Pochi minuti dopo ci sono state deflagrazioni in due stazioni della metropolitana, a pochi passi dai palazzi delle istituzioni dell'Unione Europea. La città è rimasta paralizzata, come in guerra. Gli attentati arrivano quattro giorni dopo gli arresti, proprio a Bruxelles, di Salah Abdelslam, coinvolto negli attacchi di novembre a Parigi. Secondo i media belgi, il bilancio provvisorio è di almeno 32 morti. Isis ha rivendicato l'attentato con un comunicato su Amaq News Agency. Oasis ha raccolto le analisi di alcuni esperti, osservatori e politici sui tragici fatti del Belgio.

 

 

Gli esperti:

 

Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali all'Università Cattolica di Milano

 

Raffaello Pantucci, RUSI, the Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, Londra

 

On. Paolo Alli, Deputato NCD e vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare NATO

 

Felice Dassetto, professore emerito all'università di Lovanio e fondatore del Centre d’études de l’Islam dans le monde contemporain

 

On. Lia Quartapelle, Deputata del Partito Democratico

 

Francesco Strazzari, Docente di Relazioni internazionali al master in diritti umani e gestione dei conflitti della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa

 

Jean-Pierre Darnis, Direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI

 

Paolo Maggiolini, Ricercatore del progetto Conoscere il meticciato, governare il cambiamento con Fondazione Oasis, Research Fellow ISPI

 

Mustafa Akyol, Giornalista e scrittore turco

 

 

 

Vittorio Emanuele Parsi

 

Professore di Relazioni Internazionali all'Università Cattolica di Milano

 

 

"In reazione agli attentati di Bruxelles di martedì 22 marzo, in molti hanno affermato che è necessaria la formazione di un’istituzione investigativa europea, paragonabile all’FBI statunitense. Dobbiamo tuttavia ricordare che l’FBI non sorge dal nulla, ma dalla convergenza politica degli Stati Uniti. Quindi, per avere efficacia sia dentro sia fuori i propri confini, gli Stati europei devono anzitutto coordinare le singole politiche estere e convergere nell’affrontare la lotta al terrorismo. Questo significa inquadrare il fenomeno del terrorismo nella stessa maniera e definire i confini nella stessa maniera: senza una prima convergenza politica non si può ottenere niente di utile. Ricordiamo anche che negli Stati Uniti esistono l’autorità federale e quella statale, che hanno giurisdizione su due ambiti diversi. La differenza tra i singoli stati esiste e conta al punto che alcuni, ad esempio, hanno la pena di morte e altri no. Se vogliamo dar vita a un’istituzione di intelligence, non è pertanto strettamente necessaria l’uniformazione della giurisdizione tra gli Stati membri, ma è una questione anzitutto di convergenza politica. Da questa, si può produrre in un secondo momento un’autorità investigativa comune, che può sussistere soltanto se deriva da una convergenza politica. La collaborazione tra la polizia francese e belga ne è stata un esempio, ma non ci ha messo al sicuro, mentre la priorità in questo momento è aumentare la sicurezza. L’unità tra i Paesi europei deve, quindi, essere perseguita; risposte ideologiche e sentimentali vanno evitate.

 

 

A questo punto, è fondamentale ricordare che le partite si vincono sia con l’attacco sia con la difesa. Il primo passo è senza dubbio colpire i terroristi attivi e chi, internamente alle comunità islamiche, sostiene questa militanza. Non si può continuare a evitare questa questione: esistono i fiancheggiatori del terrorismo e se non si arginano prima loro per primi, non si va da nessuna parte. In secondo luogo, dobbiamo evitare di fornire elementi di propaganda a chi mette sullo stesso piano i terroristi e i profughi. L’accoglienza e l’integrazione non sono elementi di difesa. Questo discorso buonista non fa altro che fornire argomentazioni a chi vuole sostenere il contrario. È un ideale senza dubbio nobile, ma futile e ingombrante. Infine, bisogna andare a colpire il centro ultimo di propaganda che, sappiamo bene, si trova nello Stato Islamico, perché il nemico va sconfitto anche sul piano militare.

 

Purtroppo però certi governi europei non lo fanno perché hanno paura di ripercussioni, nuovi attentati e dell’opinione pubblica, che vorrebbe invece essere rassicurata. Non è facile spiegare all’opinione pubblica, che spesso ha alzato la voce contro l’Unione Europea, contro l’inefficacia delle misure di sicurezza, che non si hanno gli strumenti necessari a debellare la minaccia del terrorismo e che l’azione militare è lo strumento necessario a questo fine. Eppure è sempre più urgente prendere misure all’altezza. L’Unione Europea e Schengen scricchiolano perché poggiano su instabili confini esterni, che non funzionano, e su una sicurezza interna colpita. Per far sì che le cose cambino non basta un atto di fede, serve un intervento che riporti la stabilità interna. L’accoglienza può essere la soluzione nel lungo periodo, ma nella contingenza le contrapposizioni ideologiche non servono: c’è bisogno di una convergenza politica".

 

 

 

La necessità primaria è la coordinazione politica europea

 

Raffaello Pantucci

 

RUSI, the Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, Londra

 

 

"È probabile che ci sia un legame tra gli attacchi di Bruxelles e la cattura di Salah Abdelslam, ma sarebbe sorprendente se fossero una reazione al suo arresto. Innanzitutto, non è chiaro perché lui non sia morto a Parigi, ma la sua sopravvivenza ha rivelato l’esistenza di una rete ben consolidata: chi lo ha nascosto, chi lo ha aiutato a spostarsi da un Paese all’altro, chi gli ha fornito i documenti. L’infrastruttura che lo ha protetto per quattro mesi deve essere necessariamente solida. Di conseguenza, togliere una singola persona, Salah, dal campo non risolve il problema, come si è visto con gli attacchi di Bruxelles. Forse gli attentati erano già in preparazione e, dopo l’arresto di Abdelslam, gli altri membri del gruppo non erano più sicuri che il compagno li avrebbe coperti e potrebbero avere quindi anticipato l’azione. Tuttavia è ancora presto per giungere a questa conclusione.

 

È vero, inoltre, che il Belgio non ha una copertura di sicurezza completa. Il problema è comunque più ampio e richiede risorse transnazionali. C’è bisogno di più coordinamento da parte dell’Europa, che in questo momento risulta particolarmente in difficoltà. Abbiamo tuttavia esempi nel passato, come la minaccia qaedista, che ci dicono che è possibile sventare alcuni di questi attacchi terroristici, sebbene non tutti. Solitamente, i network, pur complicati ed espansi, sono anche conoscibili e quindi penetrabili. Non dobbiamo dimenticare, poi, che alcune istituzioni di intelligence europea esistono già, ma mancano di coordinazione. La creazione, come alcuni dicono, di una FBI europea richiederebbe un cambio radicale nella gestione della sicurezza in alcuni Paesi, mentre la necessità primaria è la coordinazione politica europea. Infine, la radicalizzazione non è fomentata dall’arrivo di ondate di rifugiati. Certamente ci sono alcuni infiltrati estremisti tra di loro, ma la maggior parte è povera gente che scappa dalla guerra. Piuttosto, è la reazione della classe politica europea a stimolare la rabbia e la radicalizzazione nei profughi, perché invece di accoglierli, li respinge omologandoli tutti al terrorismo. L’atmosfera di clash of civilization che si sta creando non è altro che l’avverarsi della propaganda terrorista".

 

 

Leggi nazionali per costringere le intelligence a condividere informazioni

 

On. Paolo Alli

 

Deputato NCD e vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare NATO

 

 

"Di fronte a quanto accaduto questa mattina faccio tre considerazioni. La prima è che Isis ci sta dicendo ‘non pensate di fermarci arrestando uno dei nostri come accaduto pochi giorni fa con Salah Abdelslam. Non abbiamo paura di niente e nessuno, e ce ne freghiamo dei vostri sistemi’. È un messaggio intimidatorio nei nostri confronti, ma rivolto anche ai propri affiliati. La seconda considerazione è che questi attacchi riconfermano che il nemico del terrorismo è l’Europa: attacchi a Bruxelles hanno un significato simbolico per la presenza delle istituzioni europee. Sarebbe riduttivo motivare la scelta di questa città come target solamente per la grande presenza di musulmani in alcuni dei suoi quartieri.

 

La terza considerazione è che presumibilmente il livello di tensione salirà fino alle prossime elezioni americane: Isis sa benissimo che il suo nemico più pericoloso rimangono gli Stati Uniti e capisce anche che finché Barack Obama è presidente, la presenza americana in Medio Oriente sarà limitata.

 

Ci sono Stati in cui l’intelligence è più forte e affidabile e sono quegli Stati in cui i servizi di intelligence collaborano con quelli di altri Paesi. Prima ancora di parlare di una FBI europea, dovremmo cominciare a far circolare informazioni, perché ad oggi i servizi sono gelosi di quelle che posseggono. Ma il loro vero potere sta nel mettere a disposizione ciò che sanno al fine di renderle utilizzabili dagli altri. Sarebbe più semplice emanare leggi nazionali che obblighino i servizi a condividere le informazioni con i colleghi europei. In questo modo non sarebbero necessarie ulteriori cessioni di sovranità, che nel clima politico attuale appaiono improbabili".

 

 

La difficoltà a capire che siamo in una nuova fase d'emergenza

 

 

Felice Dassetto

 

Sociologo, professore emerito all'università di Lovanio, fondatore del Centre d’études de l’Islam dans le monde contemporain e coordinatore del progetto di Oasis Non un'epoca di cambiamento ma un cambiamento d'epoca

 

 

“Gli attacchi di Bruxelles fanno parte degli scenari cui dobbiamo abituarci con la diffusione del radicalismo islamico. Pensate all'Italia degli anni 70, quando gli attentati delle Brigate Rosse e dell'estrema destra erano diventati la normalità. In questo caso si tratta di avvenimenti più pesanti e probabilmente di maggior durata nel tempo. Probabilmente questa situazione durerà ancora qualche decennio, perché la cultura jihadista, con lo Stato Islamico in Siria e l'instabilità in Libia, fa in modo che una nuova realtà si impianti nel mondo musulmano. Ci vorrà parecchio tempo per sradicarla, anche perché ha alle spalle una parte del mondo musulmano che alimenta tipi di ideologia all'origine di questo radicalismo. C'è la visione politica dell'Islam di organizzazioni come i Fratelli musulmani, che favoriscono l'idea della creazione di uno Stato retto dalle norme dell'Islam, e il discorso del wahhabismo che si è rinnovato nel salafismo e si basa su questa purezza ostile a tutto quello che non è musulmano o è musulmano tiepido. Ci vuole una rivoluzione copernicana nell'interpretazione dei testi fondatori da parte dei musulmani stessi.

 

Per quanto riguarda la questione della sicurezza, la domanda da porsi è se quella all'origine degli attacchi di Bruxelles è la stessa cellula di Parigi o un nucleo nuovo. È un colpo di coda del gruppo di Parigi? C'è un uomo, Najim Lachraoui, che è ancora in fuga. Sarebbe l'artificiere di Parigi. L'altra ipotesi è che sia una nuova cellula. È questa la grossa questione da porsi per capire cosa è accaduto. Bruxelles è una città in emergenza da settimane, ci sono soldati in armi a difendere gli edifici pubblici. Però c'è questo problema, in generale: gli aeroporti sono fragili, e quello di Bruxelles ha accesso libero al check-in. Le due bombe sono scoppiate proprio in quelle zone. È stata una grossa imprudenza. Abbiamo difficoltà in Europa a capire che siamo in una fase nuova di necessità per quanto riguarda la sicurezza, con i costi che ne conseguono”.

 

 

 

L’unica risposta che possiamo dare è una risposta di unità

 

 

On. Lia Quartapelle

 

Deputata del Partito Democratico, Segretario della III Commissione Affari Esteri e Comunitari

 

 

“Esprimo grande preoccupazione per quanto avvenuto a Bruxelles questa mattina. Grande dolore e cordoglio per i cittadini belgi, cittadini europei. Desidero anche esprimere solidarietà e vicinanza nei confronti delle famiglie e dei cari delle vittime. Ancora una volta gli attentatori hanno voluto colpirci nel nostro cuore per farci sentire incapaci di reagire. Il luogo che hanno scelto non è soltanto una capitale europea ma la capitale dell’Europa. L’unica risposta che possiamo dare è una risposta di unità: unità nei confronti delle vittime, nei confronti del Belgio. Unità per combattere il terrorismo ed evitare una risposta violenta e radicalizzata. Abbiamo bisogno al più presto di un’intelligence europea e una capacità militare coordinata dall’Europa unita. Di recente l’Europa ha mostrato la sua frammentazione interna, ma tempi straordinari richiedono risposte straordinarie. La capacità di essere un’Europa unita va cercata insieme, dentro di noi. Mi auguro che la risposta europea avvenga in tempi molto rapidi e che sia all’altezza del dramma che sta vivendo la capitale belga. Mi auguro, infine, che il numero delle vittime sia il più contenuto possibile”.

 

 

 

I media dovrebbero mostrare la resilienza delle società colpite

 

 

Francesco Strazzari

 

Docente di Relazioni internazionali al master in diritti umani e gestione dei conflitti della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa

 

 

“L'arresto di Salah Abdelslam è avvenuto venerdì. Sono uscite nel frattempo notizie su un complice che gli avrebbe confezionato la cintura esplosiva per Parigi. Se questi individui avevano già organizzato un secondo piano, le recenti azioni delle forze dell'ordine hanno fatto sì che lo attivassero prima del previsto. C'è anche la possibilità che l'arresto di Salah, così vicino a casa, abbia provocato una reazione dello Stato Islamico: il gruppo vorrebbe provare di non essere braccato, ma in espansione. Salah è il primo pentito, l'uomo che non si è voluto immolare, e il suo arresto getta onta sullo Stato Islamico. Le bombe sono esplose nel cuore dell'Europa: la magnitudine dell'attacco, la vicinanza alle vacanze di Pasqua, sono una sfida oltre l'aspettativa, non un semplice colpo di coda. Mettere in piedi un attacco come questo in tre giorni richiede una certa sofisticazione. L'attacco alla metropolitana ferisce molto più in profondità rispetto a quello all'aeroporto, perché la metropolitana è l'esperienza quotidiana, è il percorso quotidiano casa-lavoro.

 

Il grande ruolo che hanno i media non è soltanto propagare l'elemento dirompente della violenza, spesso proponendolo a ripetizione, fornendo speculazioni, creando un discorso, quasi un genere televisivo e letterario che amplifica il terrorismo. I media dovrebbero anche mostrare le connessioni, le risposte della società, gli elementi che scoraggiano il terrorismo, che non fanno girare il suo messaggio. Dovrebbero mostrare la resilienza”.

 

 

 

Serve un FBI europea

 

 

Jean-Pierre Darnis

 

Direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI

 

 

“Vanno tenuti presenti due aspetti: il primo è che l’attentato di oggi avviene dopo che ieri la polizia ha diffuso nomi, cognomi e foto di sei persone implicate negli attentati di Parigi. Quindi ci sono sei individui pericolosi in fuga, con poche vie di scampo, che sono ormai in una posizione sacrificale. Questo può provocare la scelta di morire da martiri. È un nesso da verificare ma da non escludere.

 

Quando i terroristi sono braccati la probabilità di ulteriori attentati è più alta, e questo è confermato anche dalla storia del terrorismo in Italia: la strategia del terrorismo dopo il delitto Moro aveva perso, ma la lunga scia di sangue è continuata. Oggi abbiamo visto attacchi multipli in un contesto urbano, fatti appositamente per saturare le possibilità di risposta delle forze dell’ordine e dei soccorsi, in modo da creare il panico.

 

Gli attentati potrebbero essere legati all’arresto di Salah Abdelslam, che potrebbe aver affrettato un piano esistente ma programmato per il futuro. Questo è possibile, perché non c’è mai un contesto di razionalità assoluta ma anzi esiste il fattore umano: potrebbe essere una reazione epidermica al colpo duro – simbolicamente ma non soltanto perché ha iniziato a parlare – dell’arresto di Salah.

 

 

Non darei colpe all’intelligence: alcuni pensano che l’atto doloso debba sempre essere previsto ma non è così, spesso accade, ma non si può prevedere tutto. Si consideri che le Forze dell’ordine del Belgio stanno attraversando una prova – anche psicologica – durissima. Occorre aggregare e integrare le polizie in una FBI europea. Tornare ai paesi isolati non è fattibile, la reazione deve essere congiunta. Non ci sarà un ulteriore inasprimento della sicurezza interna, perché siamo già a livelli molto alti. Verso l’esterno bisogna ovviamente combattere il terrorismo, prestando però attenzione a non affrettarsi in operazioni militari che possano essere controproducenti, creando l’idea dell’attacco occidentale al mondo musulmano”.

 

 

 

Evitare letture esclusivamente securitarie

 

 

Paolo Maggiolini

 

Ricercatore del progetto Conoscere il meticciato, governare il cambiamento con Fondazione Oasis, Research Fellow ISPI

 

 

“L’arresto di Salah Abdelslam è molto recente e questo suggerisce due ipotesi: la necessità di accelerare i tempi di un’operazione già programmata per paura che venisse compromessa oppure, dall’altra parte, un atto di dimostrazione per ‘rifarsi’ dell’arresto. Con un nota bene: la figura di Salah è ancora molto enigmatica e sarebbe necessario comprendere qual è la percezione che il suo network ha di lui per capire se il suo arresto può aver provocato un attentato come questo.

 

L'attacco a Charlie Hebdo sembrava un evento episodico, adesso invece c’è la capacità di colpire su più scenari contemporaneamente, con individuazione di un obiettivo primario – l’aeroporto – e subito dopo un altro, la metropolitana. È ormai evidente la presenza sul territorio di una rete che coordina, ospita e fa muovere persone e armi. Non occorre ingigantire il fenomeno ma è inutile pensare che siano poche persone.

 

Quando si parla di network di sostegno è necessario capire cosa si intende e ragionare sulla situazione del Belgio. Entrare nella prospettiva di una rete è molto complicato perché vuol dire ragionare su attori molto differenti tra loro: quelli del gruppo armato, ma anche coloro che forniscono supporto indiretto e logistico sul territorio. È per questo che sicurezza e politica territoriale vanno tenute insieme, evitando letture esclusivamente securitarie: le reti di sostegno sono un fenomeno che interroga il nostro territorio. Così come si è sempre detto che non bisogna cadere nell’errore di considerare terroristi tutti i musulmani, ora non si deve ostracizzare interi quartieri come Molenbeek, ma interrogarsi sulle radici e il vissuto di quel posto perché ormai è evidente che dietro la parola ‘radicalizzazione’ c’è un vissuto e dei percorsi che possono essere molto diversi da persona a persona. A questo proposito va tenuto presente che il Belgio, in proporzione al numero di abitanti, ha il più alto numero di foreign fighters partiti per il Medio Oriente e quindi non si può escludere nemmeno un fenomeno di ritorno, da valutare in relazione anche alla situazione del fronte siro-iracheno, con Isis che potrebbe optare per una diffusione della sua presenza anziché una concentrazione sul fronte mediorientale, man mano che in quel contesto aumentano le difficoltà”.

 

 

 

L'Europa sotto attacco come la Turchia

 

 

Mustafa Akyol

 

Giornalista e scrittore turco

 

 

“Quanto avvenuto stamattina in Belgio è qualcosa di orribile. Desidero esprimere le mie condoglianze al Paese. Mi preme sottolineare che quando si parla di terrorismo di questo genere non si può mai generalizzare all’intera comunità religiosa musulmana. Anche la maggioranza dei musulmani condanna gli attacchi di Isis. Come l’Europa in questo periodo, anche la Turchia è obiettivo di attacchi terroristici, che possono essere innescati da nazionalisti, estremisti religiosi o, come negli anni ‘70, da estremisti politici. Contro questa minaccia dobbiamo essere uniti, aumentare la sicurezza e cercare di evitare che le milizie jihadiste reclutino altre persone. Bruxelles è la capitale dell’Unione Europea e la sede principale della Nato, entrambi nemici giurati dello Stato Islamico. Al contempo, all’interno della città, ci sono frange radicalizzate. La radicalizzazione è oramai un problema diffuso in tutta l’Europa, ma sono certo che i rifugiati, che scappano da paesi in cui imperversano guerra e terrorismo in scala nettamente più grande non possano fomentare tale radicalizzazione. Tra i diversi attentati suicidi avvenuti in Turchia negli ultimi sei mesi, nessun attentatore era un rifugiato siriano; si è sempre trattato di cittadini turchi, di etnia turca o curda. Il terrorismo si radica in persone che hanno una vita stabile, non tra coloro che cercano di fuggirlo. Due giorni fa, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha avvertito l’Europa di non ostentare tolleranza nei confronti della propaganda terrorista, riferendosi all’azione delle milizie armate curde del Pkk, poiché l’Unione è un obiettivo sensibile tanto quanto la Turchia al terrorismo internazionale. La reazione generale dopo una tragedia del genere è rabbiosa ed emotiva. A livello statale, implica automaticamente un rafforzamento delle misure di sicurezza, pur necessario e comprensibile, ma mai esaustivo. La radicalizzazione e il terrorismo vanno studiati e capiti. La reazione istintiva non fa che aumentare la violenza stessa. Il primo passo per combattere il terrorismo è cercare di comprenderlo come fenomeno”.

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