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Religione e società

L'amicizia tra cristiani e musulmani: una risorsa per la società

Olivier Roy, Angelo Scola, Michele Brignone e Paul Hinder al comitato scientifico 2019 di Oasis

Il punto decisivo del dialogo interreligioso è il riconoscimento della relazione (la fratellanza) come bene politico primario

Ultimo aggiornamento: 30/09/2019 10:40:02

Testo introduttivo del Cardinal Angelo Scola al comitato scientifico di Oasis, Villa Cagnola (Gazzada Schianno, 26-27 settembre 2019)

 

Eccellenza reverendissima,

Chiarissimi Professori,

Cari amici,

 

il tema che abbiamo individuato per questo nostro incontro, “Relazioni islamo-cristiane e crisi della politica”, esprime bene la natura che la Fondazione Oasis è andata assumendo negli ultimi anni: non un semplice centro di studi sull’Islam, né un soggetto specializzato nel dialogo interreligioso, ma un luogo di riflessione sulle implicazioni culturali, sociali e politiche dell’incontro tra mondo musulmano e Occidente.  

 

Come ho già avuto modo di ricordare in altre occasioni, a questa consapevolezza siamo arrivati gradualmente. Oasis è nata innanzitutto per offrire uno strumento di approfondimento teologico e culturale alle Chiese del Medio Oriente; muovendo dall’esperienza del Cristianesimo orientale, ha poi iniziato a interessarsi all’Islam nelle sue varie declinazioni; da ultimo, ha voluto concentrarsi sulle questioni che attraversano trasversalmente le società occidentali e quelle islamiche, per indagare come esse interrogano la fede di cristiani e musulmani.

 

L’attenzione per ognuno di questi aspetti non coincide tuttavia con una fase destinata a essere superata da quella successiva. Oasis continua ad avere a cuore il destino dei cristiani mediorientali, tanto più dopo le sofferenze che essi hanno patito nel tormentato periodo post-2011, e non considera esaurita la sua missione di approfondire la conoscenza dell’Islam e delle società musulmane: lo dimostrano i due progetti di ricerca realizzati dalla Fondazione nell’ultimo biennio, per limitarsi al tempo intercorso dal nostro ultimo incontro, dedicati alle tensioni interne  all’Islam sunnita e alle tradizioni discorsive presenti nell’Islam italiano. Piuttosto, le tre grandi direttrici del lavoro di Oasis (Cristianesimo mediorientale, Islam, interpretazione culturale della fede) puntano a intrecciarsi e a fecondarsi a vicenda, fino a far maturare una comprensione quanto più possibile unitaria dei processi storici in atto.

 

Anche il sottotitolo della nostra due-giorni, “Sguardi incrociati tra Europa e Mondo arabo”, nasce dalla stessa convinzione: non vogliamo limitarci a una comparazione, per quanto utile e stimolante possa essere, tra il mondo occidentale e il mondo musulmano, né tantomeno abbiamo la preoccupazione di offrire un ventaglio sufficientemente variegato di punti di vista; riteniamo invece che le questioni con cui Europa e Mondo arabo-musulmano si trovano a fare i conti siano abbastanza condivise da meritare una riflessione comune.

 

L’origine della “crisi”

 

Fatta questa premessa di doverosa contestualizzazione, sappiamo che discutere di crisi della politica rischia di risolversi in una rassegna di ovvietà. Si tratta infatti di una formula usata da decenni, che può rimandare a una molteplicità di fenomeni, dall’imbarbarimento del discorso pubblico al malfunzionamento delle istituzioni democratiche, alla corruzione diffusa, e sulla quale concorderebbero persone di ogni latitudine, se non altro per l’umana tendenza al lamento e all’autocommiserazione. Mi pare tuttavia che al fondo di queste svariate forme di disagio si trovi un problema ben reale, che ha bisogno di essere adeguatamente interpretato: l’impotenza del potere politico di fronte alle grandi trasformazioni in cui ci troviamo immersi (ruolo della finanza, migrazioni, cambiamenti climatici, rivoluzione tecnologica) e la conseguente disaffezione nei confronti dell’ordine liberale divenuto egemone dopo il 1989. E la categoria di post-liberalismo, che ha cominciato a circolare come definizione sintetica dell’epoca attuale, descrive ciò che ci stiamo lasciando alle spalle, ma non offre molte indicazioni sulla direzione che potremmo intraprendere.

 

Come cattolici, non possiamo non riconoscere il guadagno che ha significato per la Chiesa la piena assunzione del valore del soggetto e della sua libertà. Non è questo aspetto a dover essere superato, magari in nome di nostalgie per i regimi sacrali del passato, quando le società apparivano più coese e meno disorientate di quelle contemporanee. Ciò non toglie che il modello attuale sia compromesso da un duplice limite: da un lato un’idea di libertà che, sganciata dal suo nesso con la verità, ha prodotto una concezione equivoca dell’emancipazione e dell’autonomia personale, lasciando individui e comunità in balia delle forze anonime del mercato e della tecnica; dall’altro il deficit di universalità della globalizzazione che, «costituita da fattori eminentemente tecnici [..] come tale non è portatrice di una cultura universale, ma solo di pratiche generalizzabili, che non possono assurgere al ruolo vero e proprio di cultura»[1]. Di qui la ricerca di soluzioni politiche alternative, che tuttavia rimangono fortemente dipendenti dal paradigma che vorrebbero criticare. Come ha notato infatti Botturi:

 

Non stupisce che la nuova situazione determinata dai poteri globali faccia riemergere un’istanza di comunità a livello sociale, che non è da intendere solo come moto reattivo e regressivo (Z. Bauman), né come contromossa localistica, ma esprime piuttosto il desiderio di ‘mondo della vita’ e la ricerca di una possibile risorsa-base per una società civile consapevole del suo nuovo ruolo storico. Questo convive con la difficoltà di ripristinare un’idea ben fondata e coerente di comunità da parte di un soggetto postmoderno che sembra averne perso il codice genetico, per cui avviene anche che molte forme comunitarie contemporanee sono di fatto versioni collettive di pulsioni e proiezioni individualiste[2].

 

Se la posta in gioco è ritrovare forme di vita comunitaria che restituiscano alle persone un orizzonte di senso senza trasformarsi in aggregazioni autoreferenziali e patologicamente chiuse al confronto con l’altro, cristiani e musulmani non possono chiamarsi fuori dal dibattito. Come ricordato dal documento preparatorio del nostro incontro, sia il Cristianesimo che l’Islam rivendicano infatti una capacità storica di mediare tra universale e locale. In forza di quest’esperienza, essi possono proporre una via d’uscita dalla dialettica tra un universalismo liberale astratto, incapace di rispettare e valorizzare le identità particolari, e un comunitarismo esasperato, che trasforma le differenze in fonte strutturale di conflitti. Si tratta di tematiche che non posso qui sviluppare adeguatamente, ma che spero il nostro incontro possa fare oggetto di una riflessione approfondita.

 

Comitato_scientifico_oasis_19.JPGIl comitato scientifico di Oasis

 

Dal “momento cattolico al momento islamo-cristiano”

 

Limitandomi al contributo che può venire dal Cristianesimo, ho trovato suggestioni molto acute in un libretto pubblicato due anni fa dal filosofo francese Jean-Luc Marion, significativamente intitolato Brève apologie pour un moment catholique. Secondo Marion, a caratterizzare la società contemporanea non è tanto uno stato di crisi generalizzata, quanto una ben più preoccupante assenza di crisi. Come suggerisce la sua etimologia greca, infatti, la crisi dovrebbe essere un’occasione di giudizio e di discernimento. Implicherebbe l’atto di una decisione che rompa il guscio dell’«impotenza vetrificata e del conflitto senza uscita»[3]. Mancando questa volontà, la crisi cessa di essere tale e si trasforma in decadenza.

 

A differenza di altre istituzioni, che non possono riconoscere la propria debolezza, la Chiesa si trova per sua natura in uno stato permanente di “vera crisi”, in quanto non trae da sé la sua forza, ma «deve continuamente decidersi per Cristo (Ecclesia semper reformanda[4]. Partendo da questa, per così dire, familiarità con le situazioni “critiche”, i cristiani sono chiamati a rendere un servizio a tutta la polis. Così, lungi dal certificare l’irrilevanza della presenza cristiana nella società, la congiuntura attuale rappresenta, per dirla con le parole di Marion, un “momento cattolico”, nel quale il dono della comunione che i credenti sperimento nella propria vita può e deve diventare anche il loro contributo alla Res Publica[5]. Le considerazioni di Marion traggono spunto dal contesto francese, ma ritengo che esse possano essere estese, sulla base di analisi specifiche, a tutti i cattolici, ovunque si trovino. Credo peraltro che Mons. Hinder, dopo 15 anni trascorsi nel Golfo, potrà testimoniarci che questo vale anche quando la visibilità pubblica dei cristiani è molto limitata o del tutto impedita.

 

Guardando alla strada tracciata da Papa Francesco nel corso di questo 2019, siamo però chiamati a compiere un ulteriore passo. Coi suoi viaggi negli Emirati Arabi e in Marocco, il Papa non si è limitato a ribadire che il dialogo interreligioso è una dimensione irrinunciabile della vita della Chiesa; ha anche documentato che esso possiede una valenza pubblica capace di trascendere i confini dei rapporti tra credenti. In particolare, la dichiarazione sulla Fratellanza umana, redatta e firmata insieme al Grande Imam di al-Azhar, invita a trasformare la relazione tra cristiani e musulmani in un paradigma di amicizia civica valido per tutti gli uomini. Non si tratta soltanto di promuovere la cooperazione interreligiosa in alcuni ambiti specifici – e il documento di Abu Dhabi ne elenca diversi, dalla lotta alla povertà alla prevenzione del terrorismo. Il punto decisivo è piuttosto il riconoscimento della relazione (la fratellanza) come bene politico primario: un fatto che, nella sua semplicità, potrebbe rappresentare quell’universale che la globalizzazione da sola non riesce a garantire[6].

 

L’amicizia che vince la paura e la rabbia

 

Con Marion abbiamo distinto tra crisi e decadenza: potremmo dire che per evitare la seconda, dobbiamo accettare la prima. In questa sfida cristiani e musulmani possono fare la loro parte, contribuendo a ricomporre un tessuto sociale lacerato da ingiustizie e conflitti. Si tratta di un’opera tutt’altro che scontata, considerate le incomprensioni del passato e la paura e la rabbia che bloccano donne e uomini in una posizione puramente reattiva di fronte ai problemi del nostro tempo. Non mancano tuttavia le ragioni per scommettere sulla possibilità di una relazione rigeneratrice. Può aiutarci in questo la testimonianza di chi all’incontro con i musulmani ha dedicato la vita. Mi vengono in mente le parole di Pierre Claverie, uno dei martiri d’Algeria, riprese nella pièce teatrale dedicatagli da Adrien Candiard e arrivata da poco anche a Milano[7]: a chi gli chiedeva che cosa lo spingesse a rischiare la vita in un Paese devastato dalla guerra civile e dal terrorismo, il vescovo di Orano rispondeva:

 

Anche solo per l’amicizia con un ragazzo come Mohamed – il suo autista musulmano – vale la pena di restare.

 

Una bomba omicida li avrebbe accomunati poi nella morte.

 

Si tratta qui di un rapporto personale, che tuttavia può essere dilatato fino a diventare una vera e propria amicizia civica, trasformandosi in una risorsa di vitale importanza per tutta la società. È questo il compito a cui siamo chiamati.

 

[Una versione dell'intervento del Cardinal Angelo Scola è stata pubblicata da Il Giorno, Il Resto del Carlino e La Nazione]

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 


[1] Francesco Botturi, Universale, Plurale, Comune. Percorsi di filosofia sociale, Milano, Vita e Pensiero 2019, p. 76.

[2] Ivi, p. XIV.

[3] Jean-Luc Marion. Brève apologie pour un moment catholique, Grasset, Paris 2017, p. 33.

[4] Ivi, p. 34.

[5] Ivi, p. 39.

[6] Rimando su questo a Angelo Scola, Buone ragioni per la vita comune. Religione, politica, economia, Mondadori, Milano 2010.

[7] Si veda Adrien Candiard, Pierre e Mohamed. Algeria, due Martiri dell’amicizia, Emi, Bologna-Verona 2018.

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