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Classici

E il sapiente Bipdai sfidò il re, soffrì e vinse

Un’antica raccolta di favole di origine indiana offre a Ibn al-Muqaffa‘, persiano convertito all’Islam, l’occasione di comporre un “manuale di filosofia politica” rivolto al califfo al-Mansûr dopo la vittoriosa rivoluzione abbaside dell’ottavo secolo. «Chi non supera i propri timori non realizza i suoi desideri».

Quando, stabilito il suo dominio, Dabshelim ne ebbe la possibilità, si rivelò un tiranno, un oppressore superbo e insolente. […] C’era a quell’epoca, tra i bramani, un filosofo pieno di virtù e di saggezza, noto per i suoi meriti, al quale ci si rivolgeva per giudicare ogni cosa. Quest’uomo si chiamava Bidpai. Quando vide l’ingiustizia con cui il re trattava i suoi sudditi, tentò di capire come porre fine a tale modo di agire e riportare il re a sentimenti di equità e giustizia. Riunì dunque i suoi discepoli e disse loro: «Sapete su che cosa intendo consultarmi con voi? Debbo dirvi che ho a lungo pensato a Dabshelim e al modo con cui ha rinnegato la giustizia per legarsi al male, adottare una condotta malvagia e intrattenere con i suoi sudditi rapporti nefasti. […]

 

 

Vi ho dunque riuniti per trattare la questione che sapete. Poiché vi considero come una famiglia, conoscete i miei segreti e siete allo stesso tempo depositari della mia scienza, mio sostegno e mio appoggio. Chi è solo con se stesso e non riceve consigli diversi dai propri, ovunque si trovi è perduto e non può aspettarsi alcun aiuto. Ma l’uomo intelligente può sempre ottenere con l’astuzia ciò che non ottiene con l’aiuto di eserciti e cavalli. Lo dimostra la storia dell’allodola, che aveva scelto per la cova un posto in cui passava l’elefante. L’elefante andava sempre a bere alla stessa acqua. Un giorno in cui, come al solito, passava di là per l’abbeverata, schiacciò il nido dell’allodola, riducendo in frantumi le uova e uccidendo i pulcini. Vedendo il male che le era stato fatto, l’allodola riconobbe nell’elefante il solo colpevole. Spiccò allora il volo e andò a posarsi sulla testa del pachiderma, lanciando grida di lamento. «Perché o re, hai schiacciato le mie uova e ucciso i miei piccoli? Ero pure la tua vicina! L’hai fatto perché mi disprezzi e non ti curi di me?» «Sì, è questo che mi ha spinto», rispose l’elefante. L’allodola, lasciandolo dove si trovava, si recò dagli uccelli che si trovavano riuniti e si lamentò del male subito. Le dissero gli uccelli: «Come potremo, noi che siamo solo uccelli, avere la meglio sull’elefante?». L’allodola rispose allora alle gazze e ai corvi: «Desidero che mi accompagniate a cavare gli occhi all’elefante; ciò fatto, penserò io ad altre sorprese». Gli uccelli furono d’accordo e partirono in direzione dell’elefante e gli cavarono gli occhi.

 

 

L’elefante restò così senza potersi muovere e dirigere al sentiero che conduceva al pascolo e all’abbeverata. Allora non poté far altro che cercare il cibo dove si trovava. Avendolo saputo, l’allodola andò a uno stagno in cui abbondavano le rane a lamentarsi del dolore causatole dall’elefante: «Che astuzia potremmo escogitare?» risposero le rane. «L’elefante è molto grosso, come potremmo avere la meglio su di lui?». «Desidero – rispose l’allodola – che mi seguiate fino a un precipizio che si trova vicino all’elefante: quando sarete lì inizierete a gracchiare, creando un bella confusione. Sentendo il vostro verso, l’elefante, convinto di trovare dell’acqua, cadrà nel precipizio». Le rane, d’accordo con l’allodola, si raggrupparono in fondo al precipizio e l’elefante, provato dalla sete e udendo il loro gracidio avanzò, avanzò, cadde e precipito nell’abisso. L’allodola andò allora a volteggiargli sulla testa dicendo: «Allora, tiranno che mi disprezzavi accecato dalla tua forza, cosa ne dici? Sono piccola, ma ho molte risorse, mentre tu hai un corpo immenso ma una mente minuscola!» […]

 

 

Bidpai lasciò i suoi discepoli, i quali fecero dei voti per la sua incolumità. Scelse quindi un giorno in cui rendere visita al re. Giunto il momento, vestì il cilicio dei bramani, si recò al palazzo reale e chiese di vedere il ciambellano, il quale lo fece convocare. Bidpai, dopo averlo salutato, lo mise al corrente: «Sono venuto – disse – a rendere visita al re perché devo dargli dei consigli. Il ciambellano andò subito dal re e gli disse: «C’è alla porta un bramano di nome Bidpai, che dice di avere dei consigli da dare al re». Dopo che Dabshelim ebbe dato il suo assenso, fu introdotto Bidpai, il quale si fermò davanti al re, si prostrò umilmente, poi si rialzò e rimase senza parlare. Il re si interrogò sulle ragioni di questo silenzio: «Quest’uomo – disse fra sé – è venuto a renderci visita per una di queste due ragioni: o mi chiederà di migliorare la sua situazione o gli è successo qualcosa contro cui non può fare niente».

 

 

[…] Alzando la testa verso Bidpai, il re gli disse: «Bidpai, mantieni il silenzio senza indicarmi se hai bisogno di qualcosa, né dirmi ciò che desideri. Allora ho pensato: “Ciò che riduce l’uomo al silenzio è o il timore o l’imbarazzo che lo coglie”. Tuttavia, mi sono chiesto perché tu sia rimasto in piedi tanto tempo; ho detto: “Bidpai non è uomo da cambiare le proprie abitudini per rendermi visita: deve averlo spinto qualcosa, visto che figura tra le persone più eminenti del nostro tempo. Perché non chiedergli la ragione della sua presenza? Se gli è stata inflitta un’ingiustizia, sono la persona più adatta ad aiutarlo, dargli onore, realizzare i suoi progetti e fare di lui una personalità potente e degna di considerazione. Oppure, se il suo desiderio riguarda uno qualsiasi dei beni di questo mondo, ordinerò che sia esaudito. Se viene per impadronirsi del mio scettro e per ottenere prerogative che i re non devono concedere, penserò a una punizione adeguata. Ma non è da uno come lui osare introdursi da un re per chiedere il suo aiuto. Se Bidpai è venuto qui perché io mi curi di un affare che riguarda i miei sudditi, lo esaminerò. I saggi infatti consigliano sempre il bene e gli ignoranti il contrario. Ecco, ti lascio massima libertà di parola”.

 

 

Bidpai, udendo il re parlare in tal modo, sentì svanire i suoi timori e dissiparsi l’angoscia. Si prostrò umilmente, poi si rialzò e in piedi davanti al re disse: […] «O re, tu sei felice e soddisfatto in tutto e il tuo astro splende nel cielo. Hai ricevuto in eredità il paese dei tuoi predecessori, i loro palazzi, la loro fortuna, il loro rango e tutto ciò che faceva la loro potenza. Hai conservato il potere che hai ricevuto ed ereditato i loro tesori e i loro eserciti. Ma non li usi con lo spirito di giustizia necessario. Al contrario, ti comporti da tiranno, da oppressore, sei colmo di superbia e di disprezzo per i tuoi sudditi. La tua condotta è disonorevole e il risultato è un’immane infelicità. Sarebbe stato meglio per te – e più adatto – prendere la stessa strada dei tuoi antenati e seguire le orme dei tuoi predecessori, e prendere esempio dalle belle azioni di cui ti avevano lasciato il ricordo, rompere con atti che ti coprono di vergogna e ignominia, guardare i tuoi sudditi con giustizia, assumere per la loro felicità una condotta onesta, la cui memoria sarebbe durata negli anni e la cui gloria avrebbe lasciato di te una bella immagine: sarebbe stato questo il modo più imperituro di condurre una vita integra e di perseverare nel bene. […]

 

 

Quando Bidpai ebbe finito di parlare e prodigare i suoi consigli, il re, colmo di collera, gli rispose in modo rude e sdegnato: «Non avrei mai pensato che uno solo dei miei sudditi potesse presentarsi a me con un linguaggio simile a quello che hai appena usato né che potesse fare ciò che tu hai appena fatto. Come osi, uomo da niente, tanto gracile e debole? Mi stupisco della tua audacia nei miei confronti e della spudoratezza dei tuoi discorsi, i quali ti hanno fatto superare ogni limite. Per il bene dei tuoi simili, non mi resta che infliggerti un castigo esemplare: servirà di lezione e ammonimento a quanti avessero nei confronti dei re gli stessi tuoi progetti, nel caso in cui i re accettassero di ascoltare i loro consigli». Dabshelim ordinò che il filosofo fosse crocefisso. Ma quando le guardie, ottemperando agli ordini ricevuti, l’ebbero portato via, il re cominciò a riflettere e tornò sulla sua decisione: lo fece imprigionare e incatenare. Una volta incarcerato Bidpai, iniziò a perseguitare i suoi discepoli e quanti professavano le sue stesse idee. Questi fuggirono in tutto il mondo e si rifugiarono su isole sperdute. Quanto a Bidpai, restò giorni e giorni in prigione, senza che il re chiedesse né si preoccupasse di lui e nessuno osava pronunciare il suo nome davanti a Dabshelim.

 

 

Capitò che una notte il re rimase a lungo senza chiudere occhio, e poiché l’insonnia si prolungava puntò lo sguardo alla volta celeste e cominciò a riflettere sulla curvatura della volta e sul movimento degli astri. Tali riflessioni lo assorbirono a tal punto da fargli notare un fenomeno celeste che lo colpì e a interrogarsi su di esso. Si ricordò allora di Bidpai e pensò a quanto gli aveva detto il filosofo. Pentito, si disse: «Mi sono comportato male nei confronti di questo filosofo e ho leso i suoi sacri diritti, tant’ero trascinato dall’impeto della collera. I saggi dicono che i re devono rifuggire da quattro cose: la collera, che facilmente conduce a odiare; l’avarizia, perché non è perdonabile quando si ha di che vivere agiatamente; la menzogna, di cui bisogna rifiutare ogni compagnia; la violenza verso un interlocutore, perché l’impudenza non ha diritti. Ho ricevuto la visita di un uomo che mi ha dato consigli sinceri e dall’educata eloquenza, un uomo verso il quale ho agito in spregio a ogni giustizia, un uomo che meritava una ricompensa diversa da quella che gli ho dato. Ma non è una ricompensa che avrei dovuto dargli. Avrei piuttosto dovuto prestare ascolto alle sue parole e piegarmi ai suoi consigli».

 

 

Fu subito inviato qualcuno a prendere Bidpai, il quale arrivò davanti al re. «Non sei tu, o Bidpai – gli disse Dabshelim – ad avermi recentemente rivolto un discorso per rimproverarmi la mia ristrettezza di spirito e tacciare di debolezza il modo in cui mi comportavo?» Rispose Bidpai: «O re dal cuore puro, pieno di sollecitudine, di franchezza

 

e di dolcezza, non ho fatto altro che indicarti la strada della salvezza per i tuoi sudditi e per te stesso, e il modo per permettere al tuo potere di durare». Ribatté Dabshelim: «Ripeti il tuo discorso, Bidpai, esattamente come la prima volta e senza omissioni». Bidpai si mise a parlare lungamente, e il re lo ascoltò con attenzione. […] Dabshelim alzò gli occhi verso Bidpai, lo fece sedere vicino a sé e disse: «Bidpai, ho molto apprezzato il tuo discorso, che mi è entrato nel più profondo del cuore. Sono pronto a considerare attentamente i consigli che mi hai appena dato e a compiere ciò a cui mi chiami». […]

 

 

Un giorno Bidpai riunì i suoi discepoli, offrì loro dei bei regali e delle belle promesse e disse: «So bene che nel momento in cui sono entrato dal re avete pensato che avessi perduto il buon senso e ogni capacità di riflessione per rendere visita a questo orgoglioso tiranno. Ma conoscete la portata del mio giudizio e la rettitudine del mio pensiero. È con cognizione di causa che sono andato dal re, perché udivo in me le parole dei saggi che mi hanno preceduto: “L’ebbrezza dei re è pari a quella causata dal vino. I re non ne escono che con l’insegnamento dei dotti e le esortazioni dei saggi ed è bene che traggano profitto da questa lezione. Quanto ai saggi, devono correggere i re con la parola e spiegare loro la propria filosofia. Devono esporre chiaramente gli argomenti probanti e utili a farli desistere da condotte ingiuste e indegne”.

 

 

Trovo che tali parole indichino perfettamente l’atteggiamento che i saggi devono avere verso i re per risvegliarli dal loro sonno, agendo in ciò come il medico, il cui mestiere deve conservare la salute del corpo o restituirgliela. Il pensiero che il re potesse morire o che io potessi morire mi era diventato insopportabile, perché le persone rimaste su questa terra avrebbero potuto dire: “Bidpai viveva al tempo del tiranno Dabshelim e non ha fatto nulla per correggerne la condotta”. Oppure, direbbe qualcun altro: “la paura gli ha forse impedito di parlare. Sarebbe allora stato meglio evitare la prossimità col tiranno”. Ma io trovo che sia doloroso andarsene dalla propria patria, e ho voluto, al prezzo della mia stessa vita, dare ai saggi e ai giusti un esempio per l’avvenire, e ho allora impegnato la mia esistenza a ottenere ciò che desideravo o a morire. Ed è capitato ciò di cui siete stati testimoni. C’è un proverbio che dice: è al costo di tre cose, che l’uomo conquista una posizione di rango: fatica, denaro e qualità morali. Chi non supera i propri ¬timori non realizza i suoi desideri.

 

 

[Tratto da Ibn al-Muqaffa, Le Livre de Kalila et Dimna, traduzione a cura di André Miquel, Paris 1957, 286-296.]

 

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