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Medio Oriente e Africa

La crisi nel Tigrè non è finita: l’Etiopia verso la guerra civile?

Mezzo corazzato distrutto in una città a nord di Macallè [Yan Boechat / VOA]

La situazione umanitaria è drammatica, l’elenco di violenze raccapricciante. Ed è elevato il rischio che il Paese del Corno d’Africa sprofondi in un conflitto che coinvolgerebbe oltre 100 milioni di persone e circa 80 etnie diverse

Ultimo aggiornamento: 28/07/2021 15:00:06

Nel Tigrè, la più settentrionale delle regioni dell’Etiopia, la carestia ha colpito almeno 350.000 persone e altri due milioni sono in una condizione alimentare appena migliore (o meglio: meno peggiore). L’emergenza è tale che l’ONU ha definito quella nel Tigrè la più grave crisi umanitaria del pianeta.

 

Una situazione critica eppure poco seguita in Italia (stranamente, visto il ruolo di alcune nostre aziende in Etiopia), che ha la sua causa più recente nella guerra scoppiata a novembre del 2020 tra le forze del governo centrale etiope, guidato dal premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed, e quelle del governo locale del Tigrè, guidate dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF).

 

Lo scoppio della guerra

 

Il conflitto è deflagrato nel novembre 2020 dopo una lunga faida tra i dirigenti del Fonte Popolare di Liberazione del Tigrè e il governo di Abiy Ahmed. La versione del governo centrale è che il TPLF si sia reso protagonista di una serie di provocazioni, culminate nell’attacco a una base federale etiope. Un ruolo importante l’ha svolto la scelta della leadership tigrina di svolgere le elezioni nonostante il lockdown nazionale che ne aveva imposto lo slittamento a data da destinarsi. Le elezioni nazionali si sono poi tenute nel giugno 2021 e, come ampiamente previsto, hanno registrato una schiacciante vittoria del partito di Abiy Ahmed, senza che però in alcune regioni – incluso il Tigrè – si siano potuti organizzare i seggi. La decisione delle autorità tigrine di tenere le elezioni contro la volontà di Addis Abeba è stata interpretata dal premier etiope come una sfida secessionista. Per questo motivo il parlamento etiope ha sciolto il governo regionale del Tigrè e nominato un’amministrazione ad interim. In seguito a queste decisioni Abiy Ahmed ha avviato la campagna militare, ufficialmente per riportare l’ordine.

 

I motivi del conflitto. O del genocidio?

 

Se lo svolgimento delle elezioni regionali può essere considerato il casus belli, il cuore dello scontro è però un altro. La volontà del governo centrale è infatti quella di epurare definitivamente l’élite tigrina che per decenni ha dominato sull’Etiopia attraverso la posizione egemone del TPLF all’interno del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF, una coalizione di quattro partiti su base etnica che ha controllato la politica del Paese dal 1991 al 2019) e che resta un ostacolo alla completa normalizzazione dei rapporti con l’Eritrea. L’offensiva etiope è durata otto mesi ed è terminata a giugno con l’annuncio di un cessate-il-fuoco unilaterale da parte di Addis Abeba. Una dichiarazione che è giunta subito dopo che le Forze di Difesa del Tigrè avevano riconquistato Macallè, capoluogo che si trovava sotto il controllo governativo da novembre. La leadership tigrina ha respinto la tregua e annunciato l’intenzione di proseguire i combattimenti contro le milizie etniche amhara e le forze eritree che hanno combattuto al fianco di quelle federali.

 

Uno dei problemi emersi nel corso del conflitto è stato l’isolamento a cui è stato sottoposto il Tigrè, o almeno alcune zone della regione; un isolamento che ha impedito sia alla maggior parte dei giornalisti che agli aiuti umanitari di raggiungere le zone interessate dai combattimenti[1]. È dunque difficile verificare le notizie che giungono dalla regione, ma è noto che le violenze sono state particolarmente gravi e hanno preso di mira anche la popolazione civile e i cooperanti stranieri (tre persone presenti in loco per conto di Medici Senza Frontiere sono state uccise). Tanto gravi che il patriarca copto ortodosso Abune Mathias, originario del Tigré, ha accusato il governo etiope di genocidio. Mathias ha denunciato il ricorso sistematico a stupri, massacri, distruzione di chiese, saccheggi, intenzionale riduzione alla fame della popolazione. Al di là dell’etichetta “genocidio”, che giuridicamente può risultare di difficile attribuzione, la descrizione della realtà fornita da Mathias è congrua con quanto affermato dai pochi giornalisti che sono riusciti ad avere accesso all’area, dai cooperanti rimasti e dai report delle Nazioni Unite. Per comprendere la gravità della situazione è esemplificativo il caso del piccolo distretto di Mai Kinetal, reso noto in Occidente grazie al lavoro dell’Associated Press: il distretto è rimasto isolato dal resto della regione fino a quando l’autorità locale è riuscita a far recapitare a Macallè (attraverso un lungo e pericoloso viaggio a piedi) una lettera manoscritta di richiesta di aiuti. La lettera denuncia la situazione di una delle tante zone del Tigrè rimasta isolata (sia per ragioni topografiche che per l’operato delle forze armate eritree ed etiopi), dove le persone «cadono come le foglie» a causa dell’assenza di cibo e medicine. Secondo la lettera solo in questo distretto sono morte 440 persone, 125 delle quali di inedia, mentre 558 persone sono state vittime di violenza sessuale.

 

Una conseguenza delle violenze e degli stupri

 

Secondo la versione ufficiale del governo etiope, la tregua annunciata a giugno era programmata da tempo e motivata da ragioni umanitarie, ovvero permettere agli abitanti tigrini di procedere con semina e raccolto, pena l’ulteriore deterioramento di una situazione alimentare di estrema gravità.

Come però emerge dalle più recenti notizie, sembrerebbe che il cessate-il-fuoco sia stata una scelta obbligata da parte di Addis Abeba, dovuta alla serie di vittorie sul campo da parte delle forze del Tigrè, favorite dal convinto supporto popolare. È però opportuno sottolineare che le forze locali sono state sostenute dalla popolazione (che ha ampiamente festeggiato il loro ingresso nelle principali città) solo in una seconda fase del conflitto. La popolazione tigrina si è infatti affacciata alla guerra divisa e sfiduciata nei confronti di una classe politica locale reputata vecchia, autoritaria e corrotta. È stata la lunga scia di orrori che ha scandito l’andamento della guerra – massacri, pulizia etnica, uso estensivo della violenza sessuale – a unire i tigrini contro il governo di Abiy Ahmed, attirando giovani reclute.

 

Il conflitto è tutto fuorché risolto e rischia di dare un duro colpo alla tenuta dello Stato etiope, le cui forze armate sono indebolite non solo dalle sconfitte subite nel Tigrè, ma anche dal fatto che sarebbero oltre 6.000 i militari tenuti prigionieri dai ribelli. Ulteriore preoccupazione deriva dalla (annunciata) prosecuzione degli scontri armati. Se infatti le forze governative si sono ritirate dal Tigrè, due elementi vanno sottolineati: il primo riguarda l’emergere all’interno della classe dirigente del TPLF di una frangia che spinge apertamente per un’offensiva verso l’Eritrea, il secondo riguarda invece il confine con il Sudan, occupato dalle milizie amhara e unico potenziale sbocco esterno del Tigrè (non considerando l’Eritrea un’opzione).

 

Il rischio di una guerra civile

 

Se immediatamente dopo la dichiarazione di cessate-il-fuoco le autorità tigrine avevano affermato che avrebbero continuato i combattimenti contro le forze eritree e amhara, le notizie degli ultimi giorni raccontano che i tigrini hanno mantenuto la parola. Le forze del TPLF hanno infatti attaccato la regione di Afar: un’area altamente strategica perché è quella che ospita la principale arteria (stradale e ferroviaria) che connette l’Etiopia – che non ha sbocchi sul mare – con il porto di Djibouti e da cui passa il 95% del traffico merci etiope. Inoltre, l’avanzata verso sud delle Forze di Difesa del Tigrè ha spinto il governatore della regione Amhara a diramare una chiamata alle armi affinché i giovani si preparino a bloccare l’avanzata tigrina. Una mossa probabilmente obbligata, ma che letta insieme all’azione del governo centrale, che ha iniziato a chiedere rinforzi dagli Stati federali finora non toccati dal conflitto, mostra qual è lo scenario verso cui rischia di scivolare l’Etiopia: la guerra civile, che in un contesto segnato da una marcata pluralità etnica, può assumere connotati di violenza incontrollata.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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[1] Le difficoltà incontrate da questa troupe della CNN che è infine riuscita a raggiungere Axum documentano sia l’azione delle forze eritree nel bloccare gli aiuti umanitari che la limitazione della circolazione dei giornalisti https://edition.cnn.com/2021/05/12/africa/tigray-axum-aid-blockade-cmd-intl/index.html.