close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

Sostienici
Newsletter
Focus attualità

Un governo senza Netanyahu?

Yair Lapid insieme a Benny Gantz e Gabi Ashkenazi [Gil Cohen Magen / Shutterstock]

Una guida ai fatti della settimana in Medio Oriente e nel mondo musulmano attraverso la stampa internazionale e quella araba

Ultimo aggiornamento: 04/06/2021 15:39:42

La sera di mercoledì 2 giugno otto partiti israeliani hanno siglato un accordo per formare un governo di coalizione che dovrebbe estromettere Beniamin Netanyahu dalla carica di primo ministro dopo 12 anni.

 

Il nuovo esecutivo è stato battezzato “governo del cambiamento”, anche se l’entità di questo cambiamento è da valutare attentamente. Gli otto partiti che lo compongono, infatti, non hanno molto in comune oltre all’avversione nei confronti di Netanyahu. L’accordo raggiunto prevede che per i primi due anni il premier sia Naftali Bennett, ebreo osservante e “campione” degli insediamenti nella Cisgiordania, a cui dovrà subentrare l’architetto di questo governo di coalizione, Yair Lapid.

 

Il curriculum di Bennett fa pensare che potremmo trovarci alla fine dell’era Netanyahu, senza che per questo vengano meno le politiche di quest’ultimo. Tuttavia, come ha notato il Washington Post, la compresenza al governo di altri sette partiti ideologicamente molto diversi potrebbe porre un freno alle ipotesi più radicali dell’ex ministro della Difesa, come l’annessione della Cisgiordania.

 

Alla guida del partito Yamina, grazie ai soli 7 seggi conquistati nelle elezioni di marzo, Bennett è riuscito a ottenere una posizione chiave per qualsiasi futura coalizione di governo. Sarà infatti lui, e non Yair Lapid, che invece di seggi ne ha ottenuti 17, a iniziare da premier. Lapid dovrà aspettare due anni per entrare in carica, sempre che la coalizione regga così a lungo. Molti si chiedono come potrà resistere e Nitzan Horowitz, leader del partito di sinistra Meretz, suggerisce di concentrarsi su questioni tecnocratiche. Il problema è che – e lo hanno dimostrato ampiamente i fatti dell’ultimo anno – far finta che il conflitto con i palestinesi non esista può funzionare per un po’, ma ad un certo punto il tema si ripresenterà, e probabilmente questo avverrà nel momento peggiore possibile, come ha detto Reuven Hazan al Washington Post.

 

Nel valutare l’entità del cambiamento, il Financial Times offre una visione piuttosto disincantata: si tratta soltanto di un «governo di minoranza composto da partiti uniti solamente dal loro odio condiviso nei confronti di Netanyahu». Inoltre è del tutto possibile un ritorno di Netanyahu, a meno che la Knesset decida di squalificare dalla carica di premier ogni persona incriminata. Tuttavia nel lungo periodo, afferma David Gardner, Netanyahu potrebbe essere ricordato anche come colui che ha reso possibile la normalizzazione dei politici arabi all’interno dell’establishment israeliano: spinto anche dall’avversione verso il leader del Likud, il partito arabo e islamista Raam guidato da Mansour Abbas dovrebbe fornire i voti necessari per far passare il voto di fiducia al governo Bennet-Lapid.

 

Come ha ricordato Isabel Kershner, a causa dei recenti scontri «a Gaza e dello scoppio della violenza arabo-ebraica in Israele molti analisti avevano predetto che sarebbe stato più difficile per Raam giocare un ruolo decisivo», ma così non è stato.

 

La sfida ora è superare il voto di fiducia alla Knesset, dove la coalizione dovrebbe poter contare su 61 voti. Tuttavia, come ha ricordato alla CNBC Asif Shuja, nei giorni che mancano al voto Netanyahu farà pressioni su alcuni membri del Parlamento per impedire la fiducia. L’attuale primo ministro insisterà in particolare su Ayelet Shaked, ha affermato Aviv Bushinsky, commentatore politico ed ex membro dello staff di Netanyahu. Tocca infatti allo speaker della Knesset, membro del Likud, mettere in calendario il voto di fiducia e non a caso una delle prime mosse di Yair Lapid è stata chiederne la sostituzione.

 

Nel frattempo Netanyahu e i suoi sostenitori hanno attaccato duramente gli esponenti della coalizione e in particolare quelli di destra, Bennett in testa, accusati di essere dei traditori e di aver capitolato alla sinistra. Ma è anche dalla ferocia degli attacchi che si intuisce quanto sia elevato il rischio per Netanyahu di non essere più primo ministro. Gideon Saar, ex alleato di Netanyahu ed esponente di destra, ha specificato che gli esponenti politici della sinistra non sono nemici, e ha puntato il dito contro la macchina di incitamento all’odio che è stata avviata contro di lui, qualcosa che «non ha nulla a che vedere con l’ideologia, ma solo con la preoccupazione riguardo la perdita di potere».

 

Analizzando lo scenario politico israeliano Al-Monitor ha evidenziato che la sconfitta di Netanyahu non è giunta (sempre che sia veramente giunta) dalle urne, con gli elettori a premiare una politica più spostata verso il centro, ma dai suoi ex alleati di destra: Bennett, Saar e Liberman, leader di Yisrael Beitenu. Una lettura simile è quella di Anshel Pfeffer, secondo il quale è stato Netanyahu a rendere possibile la formazione della coalizione, e l’ha fatto in due occasioni: la prima quando con l’ennesimo attacco ha reso evidente che non c’era più spazio per una riconciliazione con Bennett; la seconda quando a marzo, per primo, ha provato  a includere il partito islamista di Abbas in una coalizione, “sdoganando” l’idea di un partito arabo all’interno della coalizione di governo insieme alle forze di destra.

 

Approfondimento dalla stampa araba, a cura di Chiara Pellegrino

Tutti (o quasi) contro Netanyahu

 

Anche questa settimana gli organi di stampa arabi hanno dedicato un’attenzione speciale alla questione israelo-palestinese e al nuovo governo di coalizione annunciato dai partiti di opposizione israeliani che potrebbe mettere fine a 12 anni di governo ininterrotto di Benjamin Netanyahu.  

 

Per Al-Quds al-‘Arabī, quotidiano fondato negli anni ’80 da alcuni palestinesi in esilio a Londra, l’era di Netanyahu è stata caratterizzata dal consolidamento del potere della destra estremista razzista e dal sostegno alle tendenze più feroci. Netanyahu inoltre sarebbe il responsabile del fallimento della soluzione dei due Stati, dell’indebolimento dell’Autorità Palestinese e della recente guerra contro Gaza. Porre fine alla sua era «è diventata un’esigenza esistenziale per i palestinesi», in particolare per chi risiede nella Cisgiordania, a Gaza e Gerusalemme, e per chi vive all’interno della cosiddetta “Linea Verde” – la linea di demarcazione fra Israele e alcuni Paesi arabi confinanti stabilita dall’armistizio del 1949, e che ha funto da confine fino alla Guerra dei Sei Giorni (1967). Per al-Quds al-‘Arabī, però, l’esecutivo anti-Netanyahu annunciato mercoledì è «il governo delle contraddizioni». La nuova formazione, infatti, condivide molte delle tendenze politiche di Netanyahu e l’unica speranza per i palestinesi, si legge, è che le forze meno estremiste riescano nel tempo a guadagnare posizioni di preminenza grazie anche al sostegno occidentale.

 

Lo stesso quotidiano ha parlato di un «accordo storico» in riferimento al sostegno offerto da un partito arabo, la Lega araba unita (noto con l’acronimo ebraico Raam) di Mansour ‘Abbas, alla coalizione cappeggiata dal leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid.

 

Arabī21 spiega che ‘Abbas avrebbe offerto il suo sostegno alla coalizione in cambio della modifica della legge Kaminitz del 2017 che mirava a velocizzare il processo di demolizione delle case palestinesi edificate senza il permesso di costruzione, e del riconoscimento entro 45 giorni dalla formazione del governo di tre villaggi palestinesi nel Negev. I termini del negoziato, sempre secondo Arabī21, prevederebbero infine che ‘Abbas assuma la presidenza della Commissione degli interni della Knesset e della Commissione per gli affari arabi, oltre all’incarico di vicepresidente della Knesset. Questa visione piuttosto ottimistica non trova però conferma su altri quotidiani e sembrerebbe finalizzata a mettere in buona luce il partito islamista, dandole un credito che probabilmente non ha.

 

Su queste ultime vicende non si è invece pronunciata più di tanto la stampa egiziana. Il quotidiano governativo al-Ahrām, per esempio, è concentrato a celebrare il ruolo egiziano nella ricostruzione di Gaza più che sulle vicende politiche di Israele, e ha titolato “Sotto le direttive del presidente Sisi l’attrezzatura ingegneristica egiziana entra nella striscia di Gaza per la ricostruzione”.

 

Al-Jazeera ha dato la parola a Yasin Aktay, vice-presidente dell’AKP e consigliere di Recep Tayyip Erdoğan, che in un editoriale ha denunciato il silenzio di molti Paesi occidentali rispetto «agli efferati crimini di guerra commessi dall’occupazione sionista nella Palestina occupata» e celebrato l’impegno del presidente turco, l’unico «ad aver alzato la voce contro Israele». Citando un discorso tenuto recentemente da Erdoğan in merito all’ultimo soldato ottomano che avrebbe custodito ininterrottamente i luoghi santi islamici di Gerusalemme dal 1918 al 1982, anno della sua morte, Aktay ha spiegato che la Turchia potrebbe tornare a svolgere il ruolo di difensore della città santa qualora questo fosse necessario. L’autore infine respinge l’accusa di antisemitismo verso chi critica l’occupazione, spiegando come tale accusa sia «diventata una delle armi più importanti di Israele per mettere a tacere i critici e giustificare i suoi crimini».

 

Al-Arabī al-Jadīd ha denunciato la connivenza emiratina con Israele commentando la scena (riprodotta all’interno dell’articolo) dell’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti in Israele che riceve la benedizione dal rabbino del partito Shas, il partito che rappresenta gli ebrei ultra-ortodossi immigrati dai Paesi arabi dopo l’indipendenza d’Israele. «Il sionismo arabo, nella sua versione emiratina, è passato dallo spazio politico e ideologico allo spazio religioso», ha scritto nel suo editoriale Yāsir Abū Hilāla, ex direttore di al-Jazeera, spiegando come neppure i «sionisti arabi musulmani, anche quelli che hanno prestato servizio nell’esercito israeliano, abbiano mai accettato benedizioni dal rabbino». L’ex direttore di al-Jazeera muove delle pesanti accuse agli Emirati in quella che sembrerebbe una vendetta personale. Nell’autunno 2020 infatti il canale satellitare al-‘Arabiyya, finanziato dall’Arabia Saudita, lo aveva accusato di aver auspicato la creazione di una lista nera dei giornalisti e analisti favorevoli alla decisione degli Emirati e del Bahrain di normalizzare i rapporti con Israele.

 

Rimanendo ancora nel Golfo, il quotidiano nazionale saudita al-Riyādh ha pubblicato un’intervista all’ambasciatore palestinese in Arabia Saudita Bāsim ‘Abdullah al-Āghā, per il quale «il Regno rimarrà la roccaforte della Palestina, degli arabi, dei musulmani e dell’umanità», dal momento che la causa palestinese è sempre stata posta al centro della politica saudita fin dall’epoca di re ‘Abdulaziz al-Saud, fondatore del terzo Regno saudita. L’ambasciatore ha lodato re Salman e il principe ereditario Muhammad bin Salman (MBS) per il loro impegno a favore della causa e ha definito più volte Netanyahu un «criminale omicida», e «i sionisti» dei «neo-nazisti».

 

 Erdoğan a briglia sciolta

 

Fedele alla sua convinzione poco ortodossa secondo cui l’aumento dei prezzi potrebbe essere impedito da bassi tassi di interesse, e nonostante l’inflazione in Turchia sia già al triplo del tasso target stabilito dal governo (5%), il presidente turco Recep Tayyp Erdoğan ha nuovamente insistito sull’“imperativo” di abbassare i tassi entro l’estate, provocando un nuovo crollo della lira turca che, come sottolinea Bloomberg, fa segnare la peggiore performance da inizio anno tra le valute dei paesi emergenti. Il governatore della banca centrale Sahap Kavcioglu (terzo nominato in meno di due anni) ha provato a rassicurare gli investitori esteri, preoccupati da un frettoloso taglio dei tassi, ma senza successo. Haaretz spiega le scelte di Erdogan: il suo modello economico e di raccolta dei consensi si basa sulla capacità del sistema di garantire liquidità a basso costo alle cosiddette Tigri dell’Anatolia, imprenditori conservatori del centro e del sud del Paese, attivi specialmente nel settore delle costruzioni. Il problema è che questo avviene al costo della svalutazione della moneta, ciò che rende la crescita economica turca soltanto un’illusione. Tuttavia, c’è qualcosa di più: di certo Erdoğan non è l’unico politico ad apprezzare una politica accomodante sui tassi d’interesse, ma il presidente turco sembra scegliere questa opzione sulla base di motivazioni di carattere religioso, guidate dal fatto che nella finanza islamica l’applicazione dei tassi di interesse non è permessa. Si tratta di un problema, come ha sottolineato David Rosemberg, non solamente turco: infatti, finché l’economia turca sarà in difficoltà Erdogan cercherà espedienti per distrarre l’opinione pubblica.

 

Detto, fatto: eccone un paio pronti all’uso.

 

Lunedì l’agenzia di Stato turca Anadolu ha comunicato che i servizi segreti hanno rapito in Kenya Selahaddin Gülen, nipote di Fethullah Gülen, leader del movimento Hizmet accusato di aver orchestrato il fallito colpo di Stato in Turchia del 2016. Dopo cinque anni le purghe non sono finite, e come spiega il New York Times Erdoğan aumenta costantemente la pressione sui Paesi stranieri per estradare membri del movimento di Gülen. Finora, scrive il quotidiano statunitense, sono circa 80 i supporters di Hizmet ad essere stati estradati, principalmente da Paesi come Kosovo, Bulgaria e Malesia. Quest’ultimo caso di Selahaddin Gülen è indicativo di quanto in là sia disposto a spingersi Erdogan pur di perseguire i suoi nemici e offrire un capro espiatorio al suo elettorato.

 

Un altro esempio delle azioni di Erdoğan motivate sia dalle sue convinzioni ideologiche che dalla necessità di spostare l’attenzione lontana dalla crisi economica è l’inaugurazione della nuova moschea di piazza Taksim, avvenuta venerdì scorso. Una mossa dal valore altamente simbolico sia perché la piazza è l’emblema della Turchia laica e moderna sia perché la data dell’inaugurazione coincideva con lo scoppio delle proteste di Gezi Park del 2013. Erdogan unisce l’utile al dilettevole: da un lato queste iniziative sono funzionali agli interessi politici contingenti, ma dall’altro hanno motivazioni profonde. Infatti, come avvenuto anche nel caso della conversione in moschea di Santa Sofia (di cui ci eravamo occupati  qui), Erdoğan già nel 1994 aveva manifestato l’intenzione di costruire una moschea in Piazza Taksim.

 

Assad e gli amici arabi

 

Negli ultimi anni Bashar Assad è stata persona non grata nel mondo arabo, come testimonia la sospensione a partire dal 2011 della partecipazione della Siria alla Lega Araba. Recentemente però si è osservato un riavvicinamento tra i paesi arabi e il dittatore siriano, di cui Anchal Vohra su Foreign Policy descrive modalità e motivazioni.

 

Un momento di svolta sono state le elezioni di fine maggio. Se da un lato è evidente che l’esito delle elezioni non è mai stato in discussione, dall’altro poter esibire un voto svoltosi in sicurezza è servito ad Assad per dimostrare al mondo che le istituzioni siriane funzionano e che la situazione è tale da permettere il ritorno dei rifugiati all’estero. Naturalmente, ha scritto Vohra, si tratta di una farsa, ma la cosa significativa è che alle nazioni arabe, soprattutto a quelle del Golfo, fa comodo credervi ed è anche per questo che alcuni Paesi hanno iniziato a premere per ottenere un allentamento delle sanzioni contro Damasco.

 

Negli anni sono mutate le condizioni geopolitiche nel mondo arabo: oggi Assad è visto dalle monarchie del Golfo (Emirati in particolare) come un potenziale alleato funzionale a limitare l’influenza della Turchia nella regione. Damasco fa inoltre comodo per condividere informazioni di intelligence e rendere sempre più difficile la vita agli esponenti islamisti sparsi per il mondo arabo. I sauditi vedono invece il potenziale riavvicinamento ad Assad come una possibilità per sfilare un alleato chiave all’Iran. D’altro canto, dal punto di vista di Assad stringere legami con le monarchie del Golfo e con gli altri Paesi arabi è del tutto coerente: considerata la frustrazione di Damasco per la presenza sempre più ingombrante di Mosca e Teheran, allargare la rete di partnership è la via più logica per avere più spazio di manovra nelle relazioni con ciascuno di essi.

 

I paesi del Golfo sono interessati a potenziali investimenti per finanziare la ricostruzione della Siria, ma la fine dell’ostracismo nei confronti di Assad non significherà in automatico la possibilità di far fluire fondi per la ricostruzione: è difficile, ha affermato Giorgio Cafiero, che Biden tolga le sanzioni del Caesar Act per permettere investimenti in Siria. 

 

Assad intanto gioca su più piani: come riporta al-Monitor, nel bel mezzo dei bombardamenti tra Gaza e Israele il presidente siriano ha avuto un incontro con i leader delle fazioni palestinesi, inclusa la Jihad Islamica. Non era presente però Hamas, i cui rapporti con Damasco sono stati deteriorati dallo scoppio della rivoluzione nel 2011. Ora però lo status quo inizia a essere messo in discussione, con Assad e il gruppo islamista che – seppur tra segnali contrastanti – valutano una possibile riconciliazione. Iran ed Hezbollah potrebbero spingere per il riavvicinamento, scrive al-Monitor, ma per Hamas sarà difficile convincere la propria base.

 

Ma mentre sullo scacchiere internazionale ciascuno muove le proprie pedine, sul terreno la situazione resta grave. Nel campo di al-Hol, nella zona nordorientale del Paese, si trovano circa 50.000 persone, 27.000 delle quali sono bambini. Come racconta l’Associated Press, che ha avuto accesso al campo, la maggior parte non ha ancora raggiunto i dieci anni e sta spendendo la propria infanzia in condizioni miserabili, senza scuole, spazi per giocare e apprendere e senza che a livello internazionale qualcuno si ponga il problema della loro esistenza. A ben vedere qualcuno che se ne occupa c’è: i membri dello Stato Islamico, che con la loro propaganda rischiano di creare una intera generazione di militanti. Molti di questi bambini sono figli di foreign fighters, ma i governi di provenienza li vedono più come una minaccia che come qualcuno che ha bisogno di assistenza. E per questo restano bloccati lì.

 

In breve

 

La World Bank ha pubblicato il Lebanon Economic Monitor. Secondo questo documento quella che sta attraversando il Libano è una delle prime tre crisi economiche per gravità dalla metà del diciannovesimo secolo e gran parte della responsabilità è da attribuirsi al malfunzionamento del sistema politico.

 

Dopo un periodo in cui i Paesi del Golfo hanno investito notevolmente nel Corno d’Africa, la crisi legata al Covid, i mutamenti geopolitici e la nuova amministrazione Biden stanno spingendo le monarchie a ricalibrare la loro postura (International Institute for Strategic Studies).

 

Il ministero degli Affari Islamici saudita ha stabilito che le moschee devono abbassare il volume dei loro altoparlanti. La misura ha scatenato le proteste sui social media, ma il ministro Abdullatif al-Sheikh ha detto che chi vuole pregare non ha bisogno di attendere la chiamata dell’Imam (BBC).

 

I negoziati sul nucleare iraniano in corso a Vienna sono per ora bloccati ma un accordo è ancora possibile (Politico).

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Oasiscenter
Abbiamo bisogno di te

Dal 2004 lavoriamo per favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani e studiamo il modo in cui essi vivono e interpretano le grandi sfide del mondo contemporaneo.

Chiediamo il contributo di chi, come te, ha a cuore la nostra missione, condivide i nostri valori e cerca approfondimenti seri ma accessibili sul mondo islamico e sui suoi rapporti con l’Occidente.

Il tuo aiuto è prezioso per garantire la continuità, la qualità e l’indipendenza del nostro lavoro. Grazie!

sostienici