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Medio Oriente e Africa

I media tunisini assaporano la libertà ma temono per il loro futuro

I giornalisti tunisini, dopo molti anni di controllo rigoroso, si sono riuniti presso il loro sindacato a Tunisi per riflettere sul significato dell’inaspettato periodo di libertà che stanno vivendo. Zahi Taba, un giornalista del quotidiano al-Hurriyya [La libertà] di proprietà del Partito Costituzionale Democratico che ha dominato la politica del paese per decenni, ha dichiarato che «i cittadini sono felici ma allo stesso tempo anche preoccupati. La preoccupazione maggiore è che la futura nuova repubblica possa adottare, nei confronti dei media, lo stesso atteggiamento soffocante del governo precedente».

 

 

Dalla sede del sindacato si sentono gli slogan dei manifestanti che, riuniti presso una villetta risalente al periodo coloniale, contestano la presenza del Partito Costituzionale Democratico nel governo di unità nazionale, formato dopo la fuga di Ben Ali dal paese. Quando l’ex presidente è fuggito per timore delle proteste che hanno visto migliaia di persone manifestare nelle strade della capitale, i giornalisti hanno realizzato che quel meccanismo di controllo che nel corso degli ultimi 23 anni ha dato vita alla cultura della paura, finalmente stava cominciato a sgretolarsi ed essi potevano esprimersi liberamente.

 

 

Anche la televisione che, nel corso delle settimane passate, ha ripreso ogni giorno le rivolte descrivendone tutta la violenza, ha subito una rivoluzione. La stazione televisiva di proprietà dello stato ha adottato un nome nuovo. La vecchia denominazione di Canale Sette, che ricordava il giorno in cui Ben Ali assunse il potere nel novembre del 1987, è stata soppiantata dalla nuova dicitura di Televisione Tunisina. La nuova emittente, segnando la fine del tempo della dittatura, ha iniziato a mandare in onda talk show ai quali partecipano esponenti dell’opposizione, esperti di diritto ed intellettuali a cui prima non era consentito apparire sugli schermi.

 

 

L’esercito è stato accolto come il salvatore della nazione che ha soppresso le milizie legate a Ben Ali e, in breve tempo, le manifestazioni, dapprima qualificate come «intifada», sono state definite una «rivoluzione popolare per la libertà e la dignità». I giornalisti tengono comunque a sottolineare che la rete di dirigenti istituita da Ben Ali con il compito di operare un’azione di controllo sui media restano al loro posto poiché non è possibile operare le dovute sostituzioni in tempi brevi.

 

 

Taba ha reso noto che il quotidiano al-Hurriyya, il giorno seguente la fuga di Ben Ali, inaspettatamente non è più andato in stampa. Ha aggiunto: «Abbiamo preparato il numero del Sabato, ma il giorno dopo non è stato stampato e non si è mai saputo chi è stato l’artefice di questa decisione. Nell’ultimo numero abbiamo appoggiato la rivoluzione e annunciato che la volontà del popolo si stava realizzando».

 

 

Nel giornale as-Sabâh [Il mattino], testata acquistata nel 2008 da Sakhr El Materi, marito della figlia di Ben Ali, sono stati resi noti i nomi dei giornalisti che facevano parte del sistema istituito da Ben Ali, con la speranza che venga avviata la riorganizzare della politica editoriale interna. Salih Atiya, giornalista di as-Sabâh, ha aggiunto: «Nei primi due giorni eravamo totalmente scioccati. Eravamo fieri ma temevamo il ritorno di Ben Ali. I giornalisti avevano paura ad esprimersi liberamente perché temevano ritorsioni nel caso in cui il presidente fosse ritornato». […]

 

 

L’ex presidente Ben Ali usava controllare i media attraverso una rete di fedeli sostenitori presieduta dal suo consigliere politico Abdul Wahab Abdullah, scomparso in seguito alla caduta del governo. Chi si rifiutava di seguire le linee di lavoro stabilite, per punizione veniva sospeso dal lavoro o destinato ad altri compiti sempre nell’ambito dei media di proprietà dello stato. Il sindacato forniva gratuitamente ai giornalisti i telefoni cellulari e questo era lo stratagemma per spiarli. Attiya ha dichiarato che «Abdulwahab ha trasformato i media tunisini in uno sterile deserto in cui venivano considerate esclusivamente le opinioni di Ben Ali».

 

 

Nonostante l’improvvisa libertà, si temono gli esiti della rivolta e l’azione di eventuali fomentatori provenienti da altri paesi arabi che mirano a far fallire l’esperimento democratico. Secondo Atiyya, «la Tunisia potrebbe diventare un modello per il giornalismo del mondo arabo. Ora è necessario scrivere in maniera logica. Non vi è più alcun bisogno di riportare in forma alterata gli avvenimenti, bisogna pensare a costruire il futuro». Attualmente la situazione continua ad essere poco chiara; […] i funzionari abituati a ricevere istruzioni relativamente alle notizie che potevano essere trasmesse per il momento mantengono il loro posto di lavoro ma ricevono pressioni costanti dai giornalisti che vogliono più libertà.

 

 

Walid Barham, redattore di una rivista di proprietà dello stato prima di essere licenziato per essersi rifiutato di pubblicare degli articoli che lodavano il regime, dice: «L’attuale libertà di stampa è il risultato della pressione popolare. I fautori della spinta liberale continuano a lavorare in questa direzione, ma al governo conviene allontanarli».

 

 

(traduzione di Chiara Pellegrino)

 

 

http://international.daralhayat.com/internationalarticle/226804

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