close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito
abbonati
Religione e società

Il difficile mestiere del reporter in Turchia

Blitz della polizia contro due TV dell'opposizione. Un giornalista ci parla degli attacchi alla libertà di stampa: “La democrazia turca non ha mai prodotto una cultura democratica”

Giornalisti turchi protestano contro la censura Foto: Presstv.it

“Il governo dell’Akp ha innumerevoli tattiche per comprare il nostro silenzio, ma per fortuna tanti giornalisti di opposizione riescono ancora ad aggirare la censura attraverso Internet”. La Turchia è oggi al 149imo posto (su 180 Paesi) nel World press Freedom Index del 2015, dopo il Messico e prima della Repubblica Democratica del Congo. E proprio mercoledì due televisioni d'opposizione sono state occupate dalla polizia a Istanbul.

 

 

La libertà di stampa in Turchia ha due facce: quella dei media di opposizione, su cui incombe il pericolo di chiusure, censure, arresti e processi senza prove, e quella dei media a favore del governo, che godono di piena libertà di azione, di produzione di documenti e di pubblicazione di false storie, ci dice Kerim Balcı, capo redattore di Turkish Review, pubblicato dallo Zaman Media Group, uno dei gruppi mediatici maggiormente sotto la pressione del governo turco. Balcı ci scrive da Londra: “Un giornalista deve tenere gli occhi ben aperti, perché in ogni momento un suo articolo o una notizia possono infastidire il presidente”. Oltre al pericolo del singolo autore, l’intero gruppo mediatico può essere ostacolato, come avvenuto ad alcuni canali televisivi, e non essere più in grado di raggiungere il pubblico. Un giornale o una rivista possono essere interdetti dalla vendita, come successo alla rivista Nokta di recente, oppure multati con ingenti tassazioni aggiuntive, come avvenuto ai gruppi Doğan, Bugün e alla Samanyolu TV. “Continuo comunque a credere che sia meglio far parte dell’opposizione, perché nonostante uno sia in pericolo, il suo corpo, la sua anima e la sua coscienza rimangono liberi”. Il giornalista è vicino al movimento dell’ex alleato di Recep Tayyip Erdoğan, Fethullah Gülen.

 

 

“Tutti i modi per comprare l’opposizione”

 

 

“L’azione dell’Akp contro giornalisti e libertà di stampa è ben organizzata”, ha spiegato Balcı a Oasis: non si tratta soltanto di violenza, arresti e censura, ma è più sottile e strategica. “Il governo cerca di comprare, direttamente o indirettamente, i giornali”. Questo è avvenuto, ad esempio, al gruppo Turkuvaz, comprato da alcuni uomini d’affari vicini a Erdoğan, che in cambio ha concesso loro appalti. Un’altra strategia è l’infiltrazione di membri del governo all’interno delle commissioni dei media. HaberTürk e Ntv sono controllate da “consulenti” nominati da Erdoğan. Il gruppo editoriale Ipek, vicino al movimento religioso Hizmet, a soli quattro giorni dalle elezioni del 1 novembre, è stato vittima di un blitz della polizia che ne ha occupato la sede nel tentativo di sostituirne la dirigenza, considerata troppo schierata. Alle manifestazioni che sono subito seguite, la polizia ha risposto con gas lacrimogeni per disperdere la folla. “L’Akp fa anche pressioni sui direttori affinché licenzino giornalisti politicamente schierati contro il governo”. Nell’ultimo anno sono stati licenziati per questa ragione più di millecinquecento giornalisti. Inoltre, è previsto un minimo di undici mesi di prigione per i giornalisti accusati di diffamazione della persona del presidente e di promozione del terrorismo. “Una squadra di membri dell’Akp si occupa di attaccare gli oppositori tramite Twitter e i social network”, ci spiega Balcı, che ricorda inoltre come davanti alle sedi di molte testate - Hürriyet, Cumhürriyet e Zaman - siano state organizzate violente proteste. Il giornalista si lamenta del fatto che molti media di opposizione non siano spesso accreditati alle conferenze stampa presidenziali e i giornalisti non possano fare domande.

 

 

“Le pressioni sono esercitate anche sui lettori, perché non comprino, leggano, guardino o sottoscrivano abbonamenti a chi non sostiene il governo. Alcune piccole imprese sono multate se comprano determinati giornali e alcune grandi aziende che li sponsorizzano, o la cui pubblicità appare sulle loro pagine, sono minacciate da ispettori finanziari; le aziende statali non fanno più pubblicità attraverso questi canali”. Esiste una piattaforma digitale, Digiturk, finanziata dallo Stato. Ad alcuni editorialisti sono offerti compensi politici ed economici importanti se disposti a passare a un giornale pro-governo. Per Balcı “si tratta dell’operazione di silenziamento più sofisticata e strategicamente complessa che la storia abbia mai visto”.

 

 

Quale democrazia

 

 

“La democrazia turca non ha mai prodotto una cultura democratica”. Per il giornalista, quella turca è una democrazia soltanto il giorno delle elezioni, il concetto stesso è strumentalizzato. La componente principale della giustizia è un’informazione libera e aperta. “La trasparenza delle elezioni è messa in dubbio dalle minacce del governo contro alcuni canali televisivi che rischiano di non poter più trasmettere via satellite entro il prossimo 20 novembre”, dice Balcı, comunque orgoglioso della forza di volontà del popolo turco, che non ha mai perso la speranza nel futuro democratico del Paese. Purtroppo però, a suo avviso, i democratici turchi non ricevono abbastanza sostegno dai Paesi occidentali e non soltanto in termini economici. L’Europa è oggi preoccupata dal flusso migratorio che dalla Turchia arriva alle sue porte. Per convincere Ankara a tenere i rifugiati provenienti dal Medio Oriente, l’Unione europea è disposta a chiudere gli occhi sul resto. “È vergognoso”.

 

[Twitter: @miglio_franca]

 

 

*Ultima modifica mercoledì 28 ottobre 2015.

Iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale