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Cristiani nel mondo musulmano

Sulle orme di Comboni, l’obbedienza come via per l’incontro

Dopo essere stato per diversi anni in Egitto al servizio dei profughi sudanesi, Mons. Claudio Lurati torna al Cairo come Vescovo dei Cattolici latini. Un crocevia di grande importanza sia dal punto di vista interreligioso che ecumenico

Ultimo aggiornamento: 03/11/2020 09:09:34

Consacrato Vescovo venerdì 30 ottobre al Cairo, alla presenza del Cardinal Sandri, Prefetto delle Chiese orientali, e di Mons. Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini. È Claudio Lurati, missionario comboniano che il Santo Padre ha scelto per guidare i cattolici latini in Egitto. Amico di Oasis fin dalla prima ora, lo raggiungiamo al Cairo, dove si prepara a compiere il suo ingresso in diocesi.

 

Intervista a cura di Martino Diez

 

Fine luglio-inizi di agosto: ti raggiunge la notizia della nomina a Vicario apostolico d’Alessandria d’Egitto. Che cosa hai provato?

Ho 58 anni e avevo espresso il desiderio di concludere il servizio come economo della mia congregazione per partire, come ogni comboniano che si rispetti, per il Sudan: si sa che questo Paese occupa un posto speciale nel nostro DNA... Quando mi è arrivata la notizia della nomina, la mia reazione è stata marcata da due atteggiamenti: uno di un certo timore, perché bisogna essere folli per non aver paura: la sfida è complessa e grande, implica un impegno linguistico e culturale per cui non mi sento decisamente all’altezza. Però la accetto. Dall’altra, oltre a essere onorato, percepisco tutte le opportunità di servizio al prossimo, di incontri e conoscenze che mi si aprono, perché la realtà del Cairo è molto internazionale e vive alla frontiera tra mondi religiosi diversi. Il potenziale è enorme. La mia paura, oltre a quella di non essere all’altezza, è di non riuscire a valorizzare tutte le opportunità che la realtà mi presenterà.

 

La Chiesa cattolica egiziana è una realtà abbastanza piccola, che tu peraltro conosci bene, avendola servita prima nella parrocchia di Sakakini al Cairo, a sostegno dei profughi sudanesi, e poi come provinciale dei comboniani. Però è anche una realtà strategica. Mi ha colpito leggendo Fratelli Tutti il riferimento esplicito al rapporto con lo Shaykh di al-Azhar. Anche se l’asse del mondo arabo si è spostato verso il Golfo, l’Egitto sembra essere un Paese centrale per il Papa.

Non spetta a me valutare l’importanza o la centralità dell’Egitto a livello politico e strategico, anche perché Oasis ha una serie di collaboratori che lo fanno già molto bene. È vero però che negli ultimi anni la massima autorità religiosa islamica in Egitto, lo Shaykh di al-Azhar, si è rivelato uno dei partner più attenti al dialogo con la Chiesa cattolica, tant’è che ha firmato il documento sulla Fratellanza Umana ad Abu Dhabi nel febbraio 2019 e viene citato nell’Enciclica, con alcuni giudizi quasi condivisi, come se quelle parti  fossero state scritte in un certo senso a quattro mani, non a due. Il che, a ben pensarci, è una cosa enorme.

 

C’è poi l’eredità storica della visita di San Francesco al Sultano. Una visita che in realtà non ha quasi lasciato tracce negli storici musulmani del tempo, ma che nella memoria dell’Occidente cristiano è rimasta come un grande gesto di avvicinamento, un incontro disarmato e libero. Dopo questa esperienza San Francesco scrive la Regola non Bollata e istruisce i frati che «vanno tra i saraceni» a  essere «soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio». In questo c’è una lezione anche per noi che viviamo come minoranza in un Paese islamico, costruito quindi per una religione diversa dalla nostra. Stare qui come minoranza obbedendo a quel mondo ci permetterà di conoscerlo, perché l’obbedienza è la via per la conoscenza.

 

Detto questo, la Chiesa cattolica è molto piccola: parliamo di 300mila persone su una popolazione di 100 milioni e per di più è articolata in sette riti, il più numeroso dei quali è quello copto-cattolico, seguito da noi latini, i greco-cattolici, gli armeni etc... È una realtà, quella della Chiesa cattolica non solo latina, che colpisce per la sua internazionalità. È fatta da gente proveniente da tutto il mondo, così la ricordo e così mi confermano che è tuttora. Questa internazionalità le dà un profilo unico, su cui bisognerà lavorare. Se la sfida per qualsiasi realtà cristiana è vivere l’unità nella molteplicità, per noi questo è particolarmente urgente. È anche il più potente strumento di testimonianza che abbiamo tra le nostre mani.

 

Un aspetto di questa diversità è anche l’estrema varietà linguistica. A questo proposito hai qualche auspicio in mente, ad esempio una maggiore arabizzazione?

C’è prima di tutto da prendere atto della realtà. È giusto avere a cuore la valorizzazione della lingua araba, perché tante persone sono native di qui e perché per tanti è importante: per dire, quasi la metà dei cattolici latini sono sudanesi e per loro la lingua araba è un elemento significativo dell’identità. D’altra parte però non si può chiedere realisticamente di apprendere l’arabo a chi è qui solo di passaggio. Invece è vero che anche chi è qui solo per un giorno dovrebbe imparare ad apprezzare tutta la grandezza dell’eredità cristiana dell’Egitto. A volte quando ne accenno in qualche conversazione con amici, mi rendo conto che questa dimensione è meno percepita rispetto all’eredità faraonica. Eppure abbiamo la storia biblica, il Sinai e Mosè, la Sacra Famiglia…. E poi il Cristianesimo delle origini, la scuola teologica di Alessandria e il monachesimo. Se vogliamo, la Chiesa egiziana è stata anche un importante esempio di inculturazione perché la lingua copta, discendente dell’antica lingua dei faraoni, è stata fin da subito utilizzata nella liturgia. Questo non è probabilmente estraneo al fatto straordinario che in Egitto si sia mantenuta una consistente presenza cristiana fino a oggi, laddove nel resto del Nordafrica il Cristianesimo è scomparso.

 

Hai lavorato con i sudanesi verso la fine degli anni Novanta. Da allora le cose sono cambiate, anche se non sempre in meglio. Che cosa ti aspetti di trovare?

Mi dicono che la comunità sia cresciuta rispetto ai miei tempi, quando peraltro era già piuttosto consistente. È aumentata perché prima la pace raggiunta nel 2005 e poi l’indipendenza nel 2011, pur essendo eventi in sé desiderabilissimi, purtroppo hanno tolto l’illusione di riportare indietro l’orologio della storia. Chi è stato sradicato probabilmente non riuscirà a reinserirsi. Anche la storia biblica ce lo ricorda. Gli esuli di ritorno da Babilonia furono accolti con gioia, ma non sempre trovarono una loro collocazione. Tanti sudanesi che erano al Cairo dopo la pace e l’indipendenza sono tornati in patria, ma tanti, forse di più, sono poi ritornati al Cairo. La comunità si sta configurando non più come una realtà di profughi, ma permanente. In qualche modo questo è anche auspicabile. Una fuga da una situazione difficile, per cui bisognerebbe descrivere che cosa è successo in Sudan in questi anni, potrebbe aprire a una condizione di pace e stabilità, che facilita i commerci, le relazioni e gli scambi tra questi che ormai sono tre Paesi: Egitto, Sudan e Sud-Sudan.

 

E quindi di fatto, un po’ come negli Emirati, la Chiesa cattolica locale prende un volto più legato al sud del mondo. Negli Emirati i fedeli sono soprattutto asiatici, filippini e indiani, in Egitto invece sono africani.

Assolutamente. Un sacerdote comboniano mi raccontava l’altro giorno che stanno cercando di avviare un’attività pastorale per gli studenti africani al Cairo perché a quanto pare sono più numerosi di quanto si pensi.

 

Già che hai nominato Comboni. Tu sarai Vescovo dell’unico posto al mondo in cui sorge una chiesa costruita da Daniele Comboni, di cui sei stato responsabile in precedenza, Cordi Iesu, nella zona centrale del Cairo. Che impressione ti fa questo?

A essere preciso non ero proprio il responsabile, ma sì, la chiesa è l’unica la cui costruzione risalga a Comboni. I lavori iniziarono proprio in occasione dell’ultimo passaggio di Comboni verso il Sudan, dieci mesi prima della sua morte. In generale l’opera comboniana è cominciata al Cairo, con la prima comunità costituita da Comboni e dai suoi primi collaboratori nel Cairo vecchio. E poi da lì sono venute tante cose. A pensarci fa venire i brividi. Ma è anche un grande stimolo, perché Comboni aveva il coraggio di affrontare le novità e le sfide, assumersi il rischio. Dall’altra, quando si è di fronte a un modello così alto, si ha sempre un certo timore reverenziale. Comunque, quello che ha fatto Comboni santo è il fatto che fosse caparbio, che ci ha creduto anche quando tutti volevano abbandonare la barca. Tutto questo è fonte indubbiamente d’ispirazione.

 

Quando sei arrivato al Cairo, dovevi starci solo poco tempo, e invece…

Ci sono restato 12-13 anni. L’accordo era che ce ne stessi due. Venivo dal Sud Sudan e mi era stato detto: “Vai lì, impara un po’ di arabo e poi torna indietro”. Invece le cose sono andate diversamente...

 

In quei dodici anni al Cairo forse avrai pensato almeno una volta: “Ah, se fossi Vescovo, farei così”. Adesso lo sei. Quali sono le priorità che avverti?

Beh, il ragionamento del “se fossi Vescovo” non è che me lo sia fatto molte volte, a dire il vero. Però quello che ho un po’ sofferto era il fatto di essere slegato da parte del corpo che è la Chiesa, essendo totalmente concentrato sul lavoro con i profughi e rifugiati, molto intenso e appassionante. Quello che mi sta a cuore perciò è, come accennavo prima, di riuscire a creare una reale unità nella molteplicità.  Lo sentivo allora e lo sento anche adesso.

 

In Egitto naturalmente c’è la forte presenza della Chiesa copto-ortodossa. Anche in questo caso Papa Francesco ha un ottimo rapporto con Papa Tawadros, ne parla spesso come di un uomo di Dio. Come vedi questo rapporto anche rispetto a questioni molto semplici ma rilevanti, come per esempio quelle del calendario? A un certo punto Papa Tawadros aveva proposto di concordare una data unica e fissa per la Pasqua.

Penso che ci sia molto da fare nel riconoscimento reciproco. Oramai nessuno si sogna di dire che l’altro è meno cristiano di noi. Questa questione è definitivamente archiviata o almeno me lo auguro. Però il riconoscimento reciproco, soprattutto rispetto alla realtà sacramentale, è importante. La Chiesa copta ha una grande ricchezza da trasmettere, a cui non siamo sempre particolarmente attenti, anche per il semplice ostacolo linguistico, visto che si esprime per la gran parte in arabo. Continua comunque e c’è sempre stata una grandissima collaborazione a livello sociale, sanitario, scolastico. Sul calendario, in Egitto celebriamo la Pasqua secondo il calendario ortodosso, tranne poche eccezioni. Certamente sarebbe bello arrivare a una data comune per tutte le comunità cristiane del mondo.

 

Diverse realtà nella Chiesa fanno un lavoro di studio dell’Islam, tra di esse l’Istituto Domenicano del Cairo che tra l’altro si trova nella tua diocesi. Che ricaduta possono avere queste iniziative a livello della vita della comunità cristiana? A volte si dice che sono due piani che non si incontrano.

Sì, qui in Egitto abbiamo alcuni esempi molto significativi d’impegno culturale. Tu hai nominato i Domenicani, citerei anche, sempre al Cairo, i Francescani del Mosky, i Gesuiti, Dar Comboni. Forse però non sono sufficientemente conosciuti all’interno della Chiesa locale. C’è una grande attenzione al rapporto con i musulmani e gli ortodossi, ma probabilmente la maggior parte dei nostri cattolici sì e no sa che queste realtà esistono. Questo è per me un limite, perché vanno conosciute e apprezzate.

 

Senza entrare in dimensioni che non ci competono, l’Egitto è un Paese che sta attraversando tensioni economiche e politiche. La comunità cristiana ne risente allo stesso modo del resto del Paese, di più, di meno?

Faccio molta fatica a valutare questo aspetto perché sono qui da pochi giorni. Quello che si vede intorno a prima vista è un grandissimo fermento, un impegno nel creare le infrastrutture. Sta per cambiare anche il baricentro della vita sociale egiziana perché si sta costruendo una nuova capitale, che sorgerà a 30-40 km dal Cairo. Non diamo giudizi politici, ma dobbiamo prestare attenzione alla realtà per adeguarci. Aggiungo che in questo periodo i cristiani, dopo il pericolo che hanno corso al tempo dei Fratelli Musulmani, stanno tirando un sospiro di sollievo. Teniamo presente che nel 2013, dopo la caduta dei Fratelli Musulmani, sono stati attaccate circa 250 realtà cristiane, chiese, scuole etc. E per i tre, quattro anni successivi ci sono stati tanti, dolorosissimi attentati terroristici, contro i cristiani ma non solo. Ora sembra esserci un maggiore controllo da questo punto di vista.

 

Il tuo motto episcopale è Quaerite primum Regnum Dei, “Cercate prima di tutto il Regno di Dio”. Perché questa scelta?

È il frutto di un’esperienza ed è anche un augurio. Nella mia vita religiosa e sacerdotale ho sempre fatto quello che mi è stato chiesto e quelle poche volte che avevo in mente qualcosa, è andata diversamente. Però il fatto di avere il Regno di Dio come primo orizzonte ha reso me più libero e ha anche reso più gratuito e abbondante quello che è venuto dopo. A cominciare dalla mia prima esperienza in Egitto, che non era stata cercata ma accolta in spirito di obbedienza, mi ha donato di tutto e di più. Mi auguro che questo atteggiamento possa continuare ad animarmi, sia come responsabilità personale, sia per ricordare al Padre Eterno che certi impegni, alla fin fine, se li è presi lui!

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis
 
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