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Religione e società

Kosovo: un bilancio ad ampio raggio del primo anno di indipendenza

Il giorno del primo anniversario dell'indipendenza del Kosovo dalla Serbia, il 17 febbraio scorso, è scoppiata una grande festa in tutto il Paese: le piazze brulicavano di giovani, adulti, bambini e anziani, insieme per festeggiare un avvenimento storico lungo strade colorate da bandiere di tutto il mondo, soprattutto albanesi e kosovare, ma anche americane, dell’UE e della NATO.

 

Le istituzioni statali, sia centrali che locali, hanno promosso diverse manifestazioni per l’occasione, coinvolgendo gli ambasciatori dei Paesi presenti in Kosovo, ma anche i rappresentanti dei altri Paesi e di organizzazioni internazionali come ICO, EULEX e OSCE.

 

I cittadini kosovari hanno partecipato alla festa, lasciando per un giorno da parte i gravi problemi che li affliggono e che riguardano importanti settori come la sanità, la disoccupazione, il disagio sociale, l’emergenza educativa, ecc.

 

Tutte le etnie si sono lasciate coinvolgere dai festeggiamenti, tranne i serbi: i rom, gli ashkali, gli egiziani, i turchi, i bosniaci, tutti hanno sventolato con gioia la bandiera kosovara nelle piazze e alle finestre delle loro case.

 

Solo nella parte settentrionale del Kosovo, a nord del fiume Iber, a Mitrovica, i serbi hanno organizzato una protesta, capeggiata da un numero considerevole di deputati del parlamento di Belgrado: una quarantina di parlamentari serbi si sono radunati a Mitrovica il 17 febbraio scorso, hanno riunito i rappresentanti delle municipalità di maggioranza serba del Kosovo per approvare una risoluzione contro l'indipendenza del Kosovo. Tale protesta era stata annunciata in precedenza dal Ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, che aveva anche ventilato la possibilità di disordini e conflitti.

 

Ma il popolo kosovaro non ha reagito alla provocazione ed ha celebrato la sua festa con ordine e senza manifestazioni di violenza.

 

 

Ma l’anniversario ha segnato la conclusione di un anno difficile per il Kosovo: la difficile situazione economica e sociale ha provocato un grande numero di proteste da parte di diverse categorie, dai sindacati che hanno chiesto l’aumento dei salari, ad alcune organizzazioni non governative.

 

I partiti d'opposizione, di posizione abbastanza radicale, hanno protestato contro l’attuale forma d'indipendenza ed hanno chiesto che le istituzioni kosovare si estendano in tutte le parti del Kosovo esclusa la parte Nord di Mitrovica e una parte del Sud del Paese.

 

 

Particolarmente aggressiva è stata nell’anno passato l’offensiva diplomatica della Serbia, che punta a tenere saldo il fronte dei Paesi che non riconoscono il Kosovo indipendente e continua a lavorare perché a livello internazionale l’indipendenza kosovara sia riconosciuta come un atto che ha violato il diritto internazionale. L’azione di Belgrado si appoggia al boicottaggio interno dei serbi che vivono in Kosovo, che rinunciano ad entrare in dialogo con le istituzioni kosovare e non accettano le offerte di collaborazione e impieghi che arrivano dalle stesse istituzioni.

 

Le istituzioni internazionali quali ICO, EULEX e OSCE, monitorano continuamente il Governo del Kosovo, colpito da accuse di corruzione e di scarso rispetto delle procedure democratiche al suo interno. Questi elementi sono chiaramente usati dalle forze dell’opposizione, che insistono a chiedere elezioni anticipate.

 

 

Una spinta positiva è giunta dall’indipendenza al sistema universitario, chiamato ad adeguarsi agli standard europei, per cui sia le università pubbliche che private hanno avviato il processo di accreditamento che ha costretto alcune a chiudere fino a data da destinarsi.

 

Questa fase di incertezza e di rigore si sta ripercuotendo sugli studenti: alcuni si trovano senza un titolo di studio adeguato, altri con il corso di studi interrotto a metà, altri senza prospettive di lavoro e senza la speranza di un futuro nel loro Paese.

 

 

Il lavoro interno di riorganizzazione delle strutture procede dunque, tra mille difficoltà, parallelamente al lavoro diplomatico internazionale: il Kosovo punta ad essere riconosciuto come stato membro delle Nazioni Unite.

 

 

La situazione economica generale versa in una grave crisi. La privatizzazione di varie imprese, percepita come via risolutiva per ogni problema, non sta dando gli esiti sperati: molte fabbriche sono ferme per mancanza di finanziamenti, gli investitori hanno speso i loro mezzi finanziari per l’acquisto della proprietà e non sono riusciti a creare nuovi posti di lavoro. La disoccupazione è cresciuta e con essa anche i problemi sociali.

 

 

Sono tante le questioni aperte per il nuovo Stato indipendente: le esportazioni sono impossibili verso i Paesi che non riconoscono il Kosovo, il fondo pensione ha subito una perdita enorme dei investimenti, l’energia scarseggia, le infrastrutture mancano.

 

 

Il Governo si sta impegnando su tutti questi fronti con vari piani di sviluppo: la ristrutturazione del KEK (Corporazione di Energia Elettrica), per cui si sta pianificando la costruzione di una nuova termocentrale e una nuova rete di distribuzione; la costruzione delle strade principali; la trasformazione del sistema educativo e di quello sanitario.

 

Tali progetti sono stati presentati alla conferenza dei donatori la scorsa estate e molti Paesi sviluppati si sono impegnati ad aiutare il Kosovo impegnano una somma di 1 miliardo e 400 milioni di euro. Per cui si conitnua a sperare.

 

Per quanto riguarda la convivenza qui di varie comunità religiose, questo primo anno di indipendenza non ha segnato passi avanti, anzi. Se prima c’era una certa vicinanza tra la comunità cattolica e quella musulmana, negli ultimi mesi si è verificato un raffreddamento nelle relazioni. Forse anche dovuto alla presenza sempre più invasiva di rappresentanti dell’islam wahabita, presenti anche negli organi decisionali della comunità islamica.

 

 

Il Kosovo nella sua Costituzione è stato dichiarato un Paese laico, decisione che non è stata accettata pienamente dalla comunità musulmana kosovara - in quanto la stragrande maggioranza della popolazione si dichiara musulmana-, mentre la comunità cattolica ha riscontrato in questa scelta una garanzia per la sua esistenza e libertà.

 

 

La comunità ortodossa ha ignorato completamente tutto questo sviluppo perché, essendo contraria all’indipendenza kosovara, di fatto si chiama fuori da qualsiasi dibattito sul tema.

 

 

I cattolici hanno tratto il maggior vantaggio dalla nuova stagione di indipendenza: non è stata facile infatti la loro vita né sotto il regime comunista, né sotto il governo di Milosevic.

 

 

In generale si può dire che questo è stato un anno silenzioso per le comunità religiose: stanno affacciate alla finestra, partecipano agli incontri istituzionali ai quali sono invitate, ma non intendono intromettersi nelle delicate decisioni politiche.

 

 

 

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