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Classici

La Parola Prende Vita se a Insegnarla è un Vero Maestro

Ecco il docente sondare il gusto degli studenti, addestrarli alla ricerca delle bellezze formali e concettuali; eccolo saggiare la sensibilità moderna mettendo al confronto l’aridità mentale di quei misoneisti e la geniale acutezza d’altri tempi… Niente di più semplice e di più naturale che il discepolo segua le sue orme, soprattutto quando si veda in lui l’esempio dell’uomo capace di rassegnarsi alle avversità, accontentarsi del poco, astenersi da quanto non si addice agli eruditi

Fin dal suo arrivo e dalla sua sistemazione al Cairo il nostro ragazzo aveva sentito menzionare, oltre alle scienze religiose e agli ulema, pure la letteratura ed i letterati: ne parlavano gli studenti anziani, che accennavano allo sheikh ash-Shinqîtî – Dio l’abbia in gloria – tanto affettuosamente protetto, dicevano, dal professore Muhammad Abdu. Letteratura! Un vocabolo piuttosto peregrino, un’espressione che gli aveva fatto una curiosa impressione, accentuatasi ancor più quando ebbe modo di sentire le stravaganze di quel docente, uomo piuttosto eccentrico ed il cui modo di pensare divertiva alcuni ed urtava altri.

 

 

Gli anziani affermavano che lo sheikh ash-Shinqîtî non aveva emuli come filologo e conoscitore delle tradizioni, di cui sapeva a memoria testo e catena di trasmettitori. A proposito del suo umore, poi, dicevano quanto fosse aggressivo, violento e collerico ma anche incapace a porre freno al linguaggio osceno: aveva insomma la proverbiale veemenza dei maghrebini. Spesso accennavano al suo soggiorno a Medina, al suo viaggio a Costantinopoli ed in Spagna, recitando anche dei versi ispiratigli da quelle peregrinazioni. Parlavano pure della sua biblioteca, rifornitissima di manoscritti ed opere stampate in Egitto ed in Europa, ma quell’erudito – specificavano – non pago di tanto materiale, impiegava buona parte del suo tempo a consultare testi e copiare manoscritti alla Biblioteca Nazionale.

 

 

Infine ricordavano, non senza riderne, una storia celebre ed ormai di pubblico dominio, che aveva procurato allo sheikh tanta amarezza: essa era fiorita intorno alla sua affermazione che il nome proprio “Umar” fosse regolarmente declinabile e non indeclinabile. Quella faccenda di “Umar” il giovane la aveva sentita senza capirci, da principio, un bel niente, ma gli fu chiara non appena progredì nello studio della grammatica ed ebbe idee precise sulla casistica della declinazione. Epiche furono le dispute fra lo sheikh e un gruppo di docenti azharisti a proposito della famosa questione; anzi gli studenti raccontavano, facendo matte risate, che un certo giorno gli ulema, rettore in testa, si recarono in commissione dallo sheikh ash-Shinqîtî per chiedergli di esporre loro la sua teoria in merito alla flessione di quel nome proprio. L’interpellato rispose allora con puro accento maghrebino: «D’accordo, ma non mi pronuncerò se prima non farete circolo intorno a me, né più né meno come dei discepoli intorno al maestro». Dopo un momento di esitazione, uno dei più scaltri scattò e corse a mettersi a gambe incrociate davanti ad ash-Shinqîtî, che solo allora prese ad esporre la propria teoria dicendo: «Al-Khalîl citò questo verso: Tu che denigri Umar dici di lui cose che non sai».

 

 

Ma quel tale seduto di fronte allo sheikh come un qualsiasi allievo obiettò con fare sornione e voce fioca: «Ma se proprio ieri ho incontrato al-Khalîl che mi ha recitato lo stesso verso senza declinare “Umar”!». Ash-Shinqîtî non gli lasciò ultimare la recitazione e, interrompendolo dopo il primo emistichio, gli gridò con veemenza: «Tu menti, menti proprio! Sono secoli che al-Khalîl è morto; come si fa, dunque, ad incontrare dei defunti?».

 

 

E indusse gli sheikh a testimoniare la flagrante menzogna del loro collega e la sua ignoranza della grammatica e della prosodia. La seduta si sciolse fra le risate generali, senza comunque che venisse chiarito se “Umar” fosse indeclinabile, come sostengono i grammatici, o declinabile secondo la teoria di quello sheikh bislacco. Il nostro giovane andava ascoltando quei racconti senza perderne un solo dettaglio, divertendosi per quel che capiva e trovando straordinario quanto non riusciva ad afferrare.

 

 

Lo sheikh in questione leggeva con alcuni studenti quei componimenti poetici noti col nome di mu‘allaqât; anche il fratello del ragazzo e gli amici ne seguivano il corso, tenuto il giovedì o il venerdì di ogni settimana. E siccome anche per quella lezione, come per ogni altra, facevano una preparazione preliminare, fu possibile al nostro amico sentire per la prima volta il noto verso: Fermatevi entrambi e piangiamo al ricordo di un’amata e di una dimora, sul declivio della duna fra ad-Dakhûl e Hawmal.

 

 

Ma presto gli studenti dei corsi superiori abbandonarono le lezioni dello sheikh, lezioni che, fra l’altro, non riuscivano facilmente a digerire; il fratello del ragazzo, invece, cercò di mandare a mente tutte le mu‘allaqât, riuscendo però ad imparare solo il poema di Imru’ l-Qays e quello di Tarafa. E siccome ne ripeteva i versi ad alta voce, anche il nostro amico li apprese; e quei due carmi, di cui non capiva un bel niente, gli rimasero nella memoria anche quando abbandonò l’impresa e tornò ai suoi studi azharisti.

 

 

[...] Fu in questa maniera disordinata e farraginosa che il nostro ragazzo prese contatto con la letteratura, infarcendosi la testa di una accozzaglia di frammenti di prosa senza approfondire né portare a termine nulla, ma studiacchiando quel che gli capitava sotto mano e tornando saltuariamente ai suoi studi azharisti e alla sua fànqala. Un certo giorno – si era ancora agli inizi dell’anno scolastico – quei giovani si impegnarono con un entusiasmo degno della miglior causa in un nuovo corso che si teneva al mattino avanzato: si trattava delle lezioni di letteratura impartite dallo sheikh al-Màrsafî, che leggeva la Hamâsa. E furono talmente infatuati di quell’insegnamento che si precipitarono a comperarne il testo prima di rincasare: avevano deciso di frequentare con diligenza le nuove lezioni nonché di mandare a mente quel canzoniere. [...] Ma occorre dire che essi, nonostante provassero per quel docente una vera ammirazione, continuarono a seguire con immutata assiduità gli insegnamenti tradizionali dell’Azhar, anzi, come già avevano fatto con le altre materie, non tardarono ad abbandonare anche le lezioni di letteratura perché le trovavano poco serie. Del resto si trattava di un corso complementare e non fondamentale, sorto per iniziativa del professore Muhammad Abdu e incluso, con la geografia e la matematica, nel “gruppo delle scienze moderne”. Essi riscontravano inoltre che lo sheikh al-Màrsafî indulgeva spesso senza alcuna temperanza a renderli bersaglio delle proprie frecciate: in realtà il professore non si era fatta un’opinione molto lusinghiera di loro in quanto li trovava poco maturi per una disciplina che richiedeva soprattutto “gusto” e per la quale la famosa fànqala era fuori causa. Dal canto loro gli studenti, rendendogli la pariglia, lo giudicavano inetto alla vera scienza ed incapace di eccellervi. Che cosa faceva – sembravano chiedersi – se non citare versi e condirli con quattro chiacchiere intercalate da freddure capaci solo di suscitare la loro ilarità? Ciò nonostante essi ci tenevano a frequentare le lezioni di quel docente perché godeva dei favori e della protezione dell’imâm [...].

 

 

Quei giovani fecero insomma di tutto per essere assidui al suo corso, ma, incapaci di resistervi, lo abbandonarono a favore di quei bicchieri di tè che mandavano giù con voluttà verso la fine del mattino: fu così che il ragazzo, dopo avere imparato una discreta parte della Hamâsa, non sentì più parlare di letteratura. Ma non appena seppe che lo sheikh avrebbe dedicato due giorni della settimana alla lettura del Mufassal di az-Zamakhsharî, si affrettò a frequentare il nuovo corso, e bastarono poche lezioni per entusiasmarsi a quel docente: lo seguì anche per le lezioni di letteratura e non se ne distaccò mai più.

 

 

Il ragazzo aveva una memoria di ferro: sentire una parola e ritenerla, un concetto e mai più dimenticarlo, una spiegazione e stamparsela in mente era tutt’uno. E spessissimo, quando citava qualche verso contenente un’espressione già commentata o un riferimento a questioni accennate dallo sheikh in una lezione precedente, egli era capace di ripetere al professore quanto quest’ultimo aveva detto e postillato, le sue considerazioni critiche sul raccoglitore della Hamâsa e sui glossatori, le varianti apportate al testo di Abû Tammâm o le integrazioni fatte ai frammenti poetici citati dall’antologista.

 

 

Perciò al-Màrsafî ebbe una predilezione per il nostro amico: nel corso dell’esposizione spesso si rivolgeva a lui e, a lezione ultimata, lo chiamava perché lo accompagnasse fin sulla porta della moschea o facesse due passi in sua compagnia. Un giorno si spinsero più lontano del solito e con altri discepoli si fermarono in un caffè: era la prima volta che quell’adolescente faceva la conoscenza di un locale pubblico. E la conversazione si prolungò dal mezzogiorno alla preghiera del pomeriggio; il ragazzo tornò a casa felice e contento, ma soprattutto pieno di fiducia e di vitalità.

 

 

Lo sheikh dopo la lezione di letteratura non si intratteneva con i suoi discepoli che sull’Azhar, sui professori e sul pessimo programma d’insegnamento; e quando affrontava simili argomenti era spietato; ma nonostante le critiche mordaci e violente su maestri e colleghi, riusciva ugualmente ad attirarsi l’affetto degli studenti e soprattutto ad avere un ascendente considerevole sull’animo del ragazzo, il quale cominciò gradualmente a preferire quelle a tutte le altre lezioni. Fra gli studenti prediletti dello sheikh due erano quelli a cui il nostro ragazzo dedicava il proprio affetto: al mattino si incontravano per recarsi insieme alla lezione, e subito dopo alla Biblioteca Nazionale a consultare testi di letteratura antica. Sul tardo pomeriggio tornavano nuovamente all’Azhar dove, sistemati nell’andito fra la Segreteria ed il portico ’Abbâs, s’intrattenevano in lunghe conversazioni sul loro professore e su quel che avevano letto in biblioteca, non tralasciando di motteggiare gli altri sheikh né di dare la baia a docenti e studenti che entravano ed uscivano. Dopo la preghiera del vespro assistevano al corso di esegesi coranica tenuto dal professore Bakhît in sostituzione del defunto imâm; ma i tre compari non prestavano a queste conferenze la stessa attenzione degli altri colleghi e porgevano orecchio allo sheikh solo per riderne e registrarne gli strafalcioni, numerosi soprattutto quando si trovava alle prese con questioni lessicali e filologiche. E, dopo la lezione, quante spietate sentenze emettevano su quegli errori, e come si premuravano l’indomani a sciorinarli davanti allo sheikh al-Màrsafî, fornendogli così nuova materia per i suoi attacchi contro i colleghi! All’Azhar quei tre giovani si sentivano lo spirito oppresso e le lezioni dello sheikh contribuivano ad intensificare ancora più il senso di angustia del loro spirito, anelante ad una libertà da cui quel corso non riusciva proprio a rimuovere il giogo.

 

 

Nulla è più efficace della letteratura a stimolare gli animi – quelli degli adolescenti soprattutto – al culto, spesso anche esagerato, della libertà; ma solo la letteratura insegnata come sapeva insegnarla lo sheikh al-Màrsafî quando commentava agli studenti la Hamâsa o il Kâmil: una spregiudicata critica del poeta innanzi tutto, quindi del rapsodo, del commentatore ed infine dei lessicografi in generale. Quindi ecco il docente sondare il gusto degli studenti, addestrarli alla ricerca, nel testo poetico o prosastico, delle bellezze formali e concettuali, delle singolarità del metro e della rima, della posizione delle varie parti del discorso; eccolo saggiare, pur nel retrogrado ambiente in cui faceva lezione, la sensibilità moderna mettendo a confronto il rozzo gusto azharista e la finezza di quello antico, l’aridità mentale di quei misoneisti e la geniale acutezza d’altri tempi. Che stimolo, tutto ciò, a spezzare i ceppi, a ribellarsi contro gli sheikh, la loro scienza e il loro modo di sentire, contro il loro sistema di vita ed i fatti di cui si faceva un gran parlare, talvolta entro i limiti della verità tal’altra invece con una predilezione per la calunnia!

 

 

Per queste ragioni, del numeroso uditorio di un tempo non rimase intorno allo sheikh che una smilza schiera di discepoli in cui si distinsero i tre inseparabili. Essi formarono una specie di lega che, per quanto piccola, fece parlare di sé studenti e professori azharisti. E si sparse la voce che quei giovani criticavano aspramente l’Azhar, si mostravano ribelli alle sue vetuste tradizioni e facevano caustici epigrammi contro tutti: insegnanti e studenti. Il terzetto si attirò perciò l’odio degli azharisti, da cui fu al tempo stesso temuto.

 

 

Lo sheikh non era soltanto un professore ma anche un vero letterato, nel senso che in pubblico e durante le lezioni all’Azhar manteneva tutta la gravità degli ulema, ma appena si ritrovava nella cerchia degli amici assumeva l’atteggiamento disinvolto dell’autentico uomo di lettere: parlava con assoluta libertà di tutto e di tutti, e degli antichi riferiva ai suoi intimi poesie, prose e biografie, quasi a documentare quella emancipazione di pensiero che aveva permesso loro – non meno di quanto permettesse allo stesso al-Màrsafî – di esprimersi su uomini e cose senza apriorismi ma anche senza riserve.

 

 

Niente di più semplice e di più naturale che il discepolo segua le orme del maestro, soprattutto quando non manchi affetto ed ammirazione, quando si veda in lui l’esempio dell’uomo capace di rassegnarsi alle avversità, accontentarsi del poco, astenersi da quanto non si addice agli eruditi: da quei vizi, per intenderci, in cui erano impantanati molti sheikh dell’Azhar, vizi che si chiamavano diffamazione, calunnia, inganno, piaggeria verso i superiori ed i potenti.

 

 

Dello sheikh al-Màrsafî i discepoli potevano controllare con i propri occhi l’integra condotta, toccarla quasi con mano tanto spesso ci stavano insieme quando andavano a trovarlo in quella vecchia casa semidiroccata del lurido stradino ar-Rakrakî ubicato in Bâb el-Bahr: il professore abitava in un tugurio sito in fondo a quella viuzza. Superato il portone, ci si trovava in un andito stretto ed umido da cui si sprigionavano fetori immondi; quel passaggio non conteneva altra suppellettile che una lunga e stretta panca di legno addossata ad una parete tutta sgretolata.

 

 

Lo sheikh scendeva dalla sua camera per andare incontro ai discepoli, si sedeva accanto a loro su quel sudicio scanno con aria soddisfatta e serena, li ascoltava sorridendo e conversava con fare dolce, franco e privo di sussiego. Se al loro arrivo era occupato, li chiamava su nella stanza cui si accedeva per una scala sconnessa e attraverso un pianerottolo scoperto, invaso dal sole. Giunti all’alloggio, trovavano il professore seduto a terra, curvo sul suo lavoro e circondato da decine di libri, che consultava per completare un frammento, rintracciare un verso da commentare, verificare un’espressione o controllare una tradizione. Alla sua destra l’immancabile servizio da caffè. Quando essi entravano, lo sheikh li accoglieva festoso, senza alzarsi; li invitava quindi a sedersi dove fosse possibile ed incaricava qualcuno di preparare il caffè ed offrirlo. E dopo qualche chiacchiera li induceva a collaborare nella ricerca in cui si trovava impegnato.

 

 

Il ragazzo ed uno dei suoi amici non hanno più dimenticato che un certo giorno, recatisi a trovarlo dopo la preghiera del vespro, salendo s’imbatterono in uno sheikh seduto su un tappeto modestissimo, steso lì su quel ballatoio: aveva accanto una vecchia decrepita e talmente piegata su se stessa che la testa le toccava quasi terra; quel tale che la imboccava era il loro maestro. Li accolse affabilmente e disse loro di attenderlo nella sua stanza qualche minuto. Dopo poco, infatti, eccolo comparire e dire con una risatina di soddisfazione: «Stavo dando da mangiare a mia madre».

 

 

Al-Màrsafî quando usciva da casa era l’immagine vivente della dignità, della mitezza, della serenità di spirito e di mente, della purezza di coscienza: a chi si intrattenesse con lui dava anche l’impressione di vivere nel benessere e nell’agiatezza, di non mancare di nulla e di condurre una vita tranquilla e confortevole. Però i suoi discepoli e gli intimi sapevano benissimo che era uomo fra i più poveri ed i meno dotati di mezzi di sussistenza; sapevano che per settimane e settimane non si nutriva che della nota razione di pane insaporito con un po’ di sale. Ma ciò non gli impediva, tuttavia, di dare ad uno dei figli un’istruzione eccellente, di assisterne un altro che seguiva i corsi all’Azhar, né di fare passare tutti i capricci alla figliuola. E queste spese le affrontava con il modesto stipendio di tre sterline egiziane e mezza: una e mezza perché aveva ottenuto il diploma col massimo dei voti e due per quel corso di letteratura di cui l’aveva incaricato il professore imâm. Quello sheikh si vergognava persino di andare ad incassare il proprio stipendio il primo del mese, lui così sdegnoso di confondersi con gli ulema che facevano ressa alla cassa per i propri emolumenti: perciò consegnava il suo sigillo ad uno dei discepoli perché al mattino riscuotesse in suo nome e gli versasse la somma nel pomeriggio. Ecco la vita che conduceva al-Màrsafî, misera sì ma dignitosa, quella vita cui assistevano, ma anche partecipavano, i suoi discepoli, essi che vedevano e sentivano sul conto degli altri sheikh fatti da esasperarli, indispettirli e suscitare finanche nel loro animo disprezzo e sdegno.

 

 

[brano tratto da: Taha Hussein, I Giorni, traduzione di Umberto Rizzitano, Istituto per l’Oriente, Roma 1965, cap. XIX, pp. 241-252 passim].

 

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