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Religione e società

La religione nelle scuole marocchine

La presenza del dogma religioso conferma la discussa centralità dell’Islam nell’istruzione del Marocco

Bambine marocchine vanno a scuola, Marrakesh. © Julia Maudin

Vedendo la nuova versione dei manuali destinati all’insegnamento dell’Educazione islamica (tarbiya islāmiyya), gli osservatori rimangono stupiti. La tanto attesa riforma di questa materia molto controversa, dove il sacro occupa un posto privilegiato, alla fine non ha avuto luogo: la presenza del dogma religioso conferma, ancora una volta, la centralità, sempre più problematica, dell’Islam nell’istruzione marocchina.

 

 

In un capitolo del manuale di educazione islamica del primo anno di liceo si legge che «chi dice cose contrarie al credo e ai precetti dell’Islam è escluso dalla comunità dei musulmani». Un altro manuale della stessa materia attacca apertamente la filosofia considerandola una «produzione del pensiero umano contrario all’Islam». Tuttavia i problemi dell’istruzione marocchina non si limitano all’insegnamento religioso.

 

 

Un’evoluzione frastagliata

 

 

Ereditato dalla presenza francese (1912-1956), il sistema d’istruzione marocchino era dominato dalla lingua francese e da personale quasi esclusivamente francese. L’essenziale delle materie scientifiche (matematica, scienze naturali e fisiche) era insegnato nella lingua di Molière e seguiva da vicino i programmi della metropoli.

 

 

Una grande frattura rovescerà questo sistema poco dopo il lancio della Marcia verde nel 1975 per il “recupero” del Sahara occidentale. Volendo soddisfare una vecchia rivendicazione dei partiti nazionalisti dell’Istiqlal e dell’Unione nazionale delle forze popolari (Unfp), nel 1975 il re Hassan II (1929-1999) decide di intraprendere una progressiva arabizzazione dell’insegnamento pubblico. La realizzazione di questo progetto rispondeva a considerazioni politiche e ideologiche: politiche perché il re nel 1975 aveva bisogno di un largo consenso attorno alla monarchia, resa fragile da due colpi di Stato falliti (1971 e 1972). Quanto alle considerazioni ideologiche, erano legate alla febbre del panarabismo che, subito dopo le indipendenze, dominava il mondo arabo-musulmano.

 

 

Insegnanti arabofoni “importati”

 

 

Alla fine degli anni ’80 il processo di arabizzazione è concluso: nel 1990 il ministero dell’Istruzione nazionale annuncia che il francese è la prima lingua straniera in tutte le scuole pubbliche del regno. Centinaia di maestri e professori di liceo furono “importati” dal Vicino e Medio-Oriente per far fronte alla carenza di insegnanti arabofoni.

 

 

Questa scelta si sarebbe rivelata ben presto fallimentare. Secondo la maggior parte degli osservatori, il processo di arabizzazione è stato preparato male e il fallimento in cui è sfociato non sarebbe dovuto alla lingua araba in sé quanto al modo in cui esso è stato condotto. Il progetto, che obbediva a considerazioni puramente ideologiche, non è stato neppure portato a termine: se è vero che nelle scuole primarie e secondarie e nei licei è stata imposta l’arabizzazione, nelle facoltà di scienze e medicina «si continuano a tenere i corsi in francese, ciò che crea serie difficoltà ai diplomati iscritti a questi indirizzi, che hanno seguito il percorso di studi precedente in arabo»1.

 

Questa situazione ha spinto migliaia di famiglie marocchine a optare per l’insegnamento non pubblico: la «missione francese» per i più benestanti e il privato per la classe media e i funzionari.

 

 

Incoraggiato dallo Stato, l’insegnamento privato ha conosciuto una proliferazione smisurata. In pochi anni il numero delle istituzioni private è aumentato vertiginosamente. Una trasformazione che ha accentuato ulteriormente le disuguaglianze sociali ed è andata a scapito della qualità dell’insegnamento.

 

 

In un documento incontrovertibile, pubblicato a marzo 2015, il Comitato dei diritti economici, sociali e culturali dell’ONU si preoccupa apertamente «delle discriminazioni nell’istruzione generate dalla privatizzazione ad oltranza dell’insegnamento in Marocco».

 

 

Un disastro di trent’anni

 

 

Ci sono voluti più di trent’anni dall’inserimento dell’arabo perché il re Mohammed VI facesse il passo riconoscendo finalmente il fallimento del progetto: «Bisogna dar prova di serietà e realismo e domandare in tutta franchezza ai marocchini perché sono così tanti a iscrivere i loro figli negli istituti delle missioni straniere e nelle scuole private nonostante i costi esorbitanti. La risposta è chiara: cercano un insegnamento aperto e di qualità, fondato sullo spirito critico e l’apprendimento delle lingue, un insegnamento che consenta ai loro figli l’accesso al mercato del lavoro e l’inserimento nella vita attiva […]. Anche se ho studiato in una scuola marocchina2 che seguiva programmi e corsi dell’insegnamento pubblico non ho problemi con le lingue straniere […]. La riforma dell’insegnamento deve abbandonare l’egoismo e il calcolo politico, che ipotecano il futuro delle generazioni col pretesto di proteggere l’identità» (Discorso del Trono, 30 luglio 2015).

 

A novembre 2015, nonostante l’ostilità del governo che dal gennaio 2012 era diretto dall’islamista Abdelilah Benkirane, il monarca ordina al suo ministro dell’Istruzione nazionale, Rachid Belmokhtar, di preparargli un programma volto a “ri-francesizzare” l’insegnamento delle materie scientifiche.

 

 

«Questo passo indietro avrebbe dovuto farsi molto tempo fa», dice l’intellettuale e militante politico Ahmad Assid. «Abbiamo perso trent’anni a causa di piccoli calcoli ideologici. Prima di arabizzare, lo Stato marocchino avrebbe dovuto intraprendere la riforma della lingua araba il cui lessico e la cui struttura sono rimasti invariati dal periodo pre-islamico».

 

 

Queste nuove misure sono sufficienti a far uscire l’insegnamento marocchino dal vicolo cieco in cui si trova oggi? Gli specialisti insistono: il problema non è legato alla lingua ma alla volontà politica, lungi dalle considerazioni ideologiche o religiose.

 

 

 

Note

 

1 Ruth Grosrichard, L’école au Maroc : réintroduire le français ne suffira pas à sortir de la spirale de l’échec, « Le Monde », 25 marzo 2016.

 

2 La «scuola marocchina» di cui parla Mohammed VI è il Collegio reale dove si insegnano le lingue straniere, soprattutto il francese e l’inglese, e in cui i corsi sono tenuti dai migliori insegnanti marocchini e stranieri.

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