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Islam

L'Iran a Mosul e Aleppo

Un giornale arabo riflette sul ruolo delle milizie sciite sostenute da Teheran nelle battaglie contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq

Da Al-Quds al-‘Arabi, quotidiano indipendente panarabo, 25 ottobre 2015

 

 

Traduzione di Chiara Pellegrino

 

 

Da due mesi, alcuni giornalisti arabi vicino all’Iran ripetono che la caduta di Mosul per mano delle milizie della “Mobilitazione popolare” [Hashd al-Sha‘abi, coalizione di milizie sciite formatasi nel 2014 in Iraq, NdT] sostenute dalle forze aeree americane (nell’ambito della coalizione internazionale per combattere lo Stato Islamico), e la caduta di Aleppo per mano dell’esercito del regime siriano e delle milizie libanesi e irachene sue fedeli, sostenute a loro volta dalle forze aeree russe, giocherebbero a favore dell’Iran.

 

 

Questa tesi trova conferma nel controllo che l’Iran sta esercitando sulla situazione irachena e nelle recenti mosse di Teheran, che ha favorito la riconciliazione tra le forze sciite cominciando dall’incontro tra Moqtada al-Sadr, leader molto popolare, e la guida delle milizie della “Mobilitazione popolare”, fino a incoraggiare un altro incontro, quello tra al-Sadr e il suo rivale Nuri al-Maliki – vice-Presidente, ex primo ministro, tuttora fonte d’influenza del partito Da‘wa (a cui ha aderito l’attuale primo ministro Haydar al-‘Abadi). In effetti, al-Maliki durante la conferenza “islamica” sponsorizzata dall’Iran e tenutasi a Baghdad domenica scorsa, ha citato, collegandole, le battaglie di Mosul e Aleppo (a cui ha aggiunto la guerra in Yemen), mentre il comandante della brigata Badr della Guardia della Rivoluzione iraniana, il generale Qassem Suleimani, si è precipitato sul fronte delle operazioni a Mosul (in precedenza era stato ad Aleppo).

 

 

L’Iran è presente sulla scena siriana attraverso Hezbollah, le milizie irachene “Nujabā’”, le “‘Asā’ib al-haqq”, la brigata al-‘Abbās, oltre alla brigata afgana dei Fatimidi.

 

 

Nonostante queste organizzazioni siano suddite dirette dell’Iran e si trasformino spesso in qualcosa di simile a uno stato attraverso la rete finanziaria e militare di cui dispongono (e le loro prigioni), non occupano una posizione politica (partiti politici e Parlamento) corrispondente alla loro influenza militare, come nel caso dell’Iraq. Se le milizie dovessero riuscire a controllare la parte orientale di Aleppo, non sarà certamente solo l’Iran a trarre profitto dal bottino politico e militare, come invece suppongono i suoi seguaci e i suoi sostenitori.

 

 

Le “vittorie dell’Iran” in Iraq e in Siria, in Yemen e in Libano, sono superate da pesanti e problematiche differenze non solo tra la situazione irachena e siriana, ma anche all’interno delle due arene. Gli spazi aerei in Iraq sono controllati dall’America, mentre il controllo di terra è in mano alle forze locali curde dei peshmerga e la Turchia è presente a Bashiqa con le forze armate irachene. Quanto alla Siria, il controllo aereo è in mano alla Russia, e ci sono anche forze curde legate al partito dell’Unione democratica (che non sono retrocesse di fronte al grande intervento militare turco).

 

 

Oltre le differenze, il collante che unisce le forze armate locali, regionali e internazionali a Mosul è l’ostilità per lo Stato Islamico. Nella parte orientale di Aleppo però lo Stato Islamico non c’è, perciò il pretesto è diventato la presenza (insignificante) di Jabhat Fatah al-Shām (ex Jabhat al-Nusra, che ha cambiato nome e si è staccata da al-Qaida). Ma questo pretesto non può giustificare il ricorso, ad Aleppo, di metodi di distruzione che la Russia aveva utilizzato nella città cecena di Grozny. […]

 

 

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