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Cristiani nel mondo musulmano

Medio Oriente: dalla violenza solo altra violenza

S. B. Mons. Twal

Conversazione con S. B. Mons. Twal

 

 

Fedele al metodo di passare attraverso le comunità cristiane del luogo, Oasis ha chiesto a S. B. Mons. Twal, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, un giudizio su quanto sta avvenendo in questi giorni a Gaza. Lo ha incontrato a Gerusalemme il 30 dicembre scorso, quando era già iniziata l'operazione "Piombo fuso".

 

 

Dalle parole di Mons. Twal, visibilmente provato per la situazione, emerge la preoccupazione per un passo indietro che potrebbe avere conseguenze disastrose per tutta la regione.

 

 

Oasis: Beatitudine, come valuta gli sviluppi degli ultimi giorni?

 

 

S. B. Twal

 

 

 

: Nel nostro messaggio di Natale avevamo dato voce alla speranza, che sembrava prossima a realizzarsi, di una pace in Terra Santa. Si moltiplicavano gli incontri riservati, i pellegrinaggi erano ripresi numerosi, la situazione economica si stava risollevando anche nei Territori. Ora siamo tornati indietro di parecchi anni.

 

 

 

 

La soluzione militare non è mai una buona soluzione e la violenza genera soltanto altra violenza. Esiste un'evidente sproporzione tra le parti. Sono troppe le vittime innocenti, che non hanno nulla a che spartire con Hamas: donne, bambini, famiglie che avrebbero diritto ad una vita normale, libera.

 

 

 

 

Gaza è sotto assedio, via terra, via mare e anche via cielo: la città è ormai una prigione a cielo aperto. Una condizione come questa non credo possa oggettivamente favorire la pace e la riconciliazione. In ogni caso certamente non alimenta la speranza che la violenza un giorno possa terminare. Anzi.

 

 

Israele non ha diritto di difendersi?

 

 

 

 

Certo, tutti e ciascuno hanno diritto di difendersi. Israele ha vinto tutte le guerre per difendersi, ma finora non ha vinto né pace né sicurezza. Contare esclusivamente sull'opzione militare, senza offrire reali alternative alle popolazioni - Gaza è sotto assedio non da ieri - non è la soluzione. Questo vale anche per i palestinesi, perché neppure la situazione più estrema cancella la responsabilità morale delle proprie azioni. Ma non

 

 

solo

 

 

 

per i palestinesi.

 

 

Quale via d'uscita allora?

 

 

 

 

Lascio la risposta ai politici e agli specialisti. Ci rendiamo conto che le trattative diplomatiche non hanno condotto a buoni risultati circa la violenza a Gaza, eppure possiamo rilevare che a livello internazionale è cresciuta la coscienza della necessità di risolvere questo problema. Ci sono tre o quattro iniziative molto buone, il mondo pare si muova di più per risolvere il nodo del Medio Oriente. Speriamo sempre, benché è ormai troppo tardi.

 

 

 

 

L'unica via d'uscita percorribile è quella politica. Tuttavia, se non ci sarà buona volontà in tutte le parti coinvolte, continueranno a ripetersi chiacchiere, promesse e incontri senza alcun risultato.

 

 

In che modo i fatti di Gaza interpellano i cristiani di Terra Santa e di tutto il mondo?

 

 

 

 

In primo piano c'è la responsabilità di ciascuno: la violenza esige la nostra conversione. Dobbiamo convertire il cuore, cambiare i discorsi, cambiare la nostra mentalità. La sfiducia dilagante non aiuta, è ulteriormente distruttiva.

 

 

Ritiene opportuna la visita del Santo Padre?

 

 

 

 

A Gerusalemme ringraziamo il Papa per la sua costante attenzione, per le sue parole di accompagnamento. Siamo convinti che una sua eventuale visita ci aiuterebbe molto, così come ci sono di grande sostegno i pellegrini che giungono in Terra Santa: essi possono aiutarci a ricordare alla comunità internazionale l'urgenza di decidersi per un'azione comune più coraggiosa, a fare pressione perché ci sia più giustizia e pace per tutti. Non bastano le parole di pietà, abbiamo bisogno di atti coraggiosi.

 

 

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