close_menu
close-popup
image-popup

Lingue disponibili:
close-popup
Paypal
Carta di credito

Privacy policy

abbonati
Focus attualità

L'attacco a un centro migranti in Libia

Nel cerchio, il centro di detenzione dei migranti di Tajoura [Maxar Technologies - Google Earth]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente e dal mondo musulmano

Ultimo aggiornamento: 05/07/2019 15:15:28

Nella notte fra martedì e mercoledì una bomba ha colpito un centro di detenzione per migranti in Libia che ospitava circa 600 persone. La struttura si trova vicino alla base militare di Dhaman, nella zona di Tajoura, controllata dalle forze di Fayez al-Serraj. Nell’attacco avrebbero perso la vita almeno 60 persone (ma il numero è in costante aggiornamento), mentre 130 sarebbero i feriti. Al Jazeera ha raccolto in un articolo la drammatica testimonianza dei migranti. Per Ghassan Salamè, Inviato Speciale dell’Onu in Libia, l’attacco si configura come un crimine di guerra. Fathi Bashagha, il Ministro degli Interni di Tripoli, si è inoltre dichiarato pronto a rilasciare tutti i migranti, poiché il governo «non è in grado di proteggerli».

 

Le responsabilità dell’attacco non sono ancora chiarissime, scrive la BBC. Tutto fa ovviamente pensare all’aviazione dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Khalifa Haftar, che però ricusa ogni imputazione e punta il dito contro le forze vicine al Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al-Serraj, che avrebbero colpito il centro per sbaglio, mentre provavano a difendersi da un attacco aereo.

 

Va però ricordato che le armi di cui dispone Haftar non sono tutte di Haftar. L’uomo forte della Cirenaica può infatti contare sul supporto di Arabia Saudita, Francia e soprattutto Egitto ed Emirati. Le indiscrezioni riportate dal New York Times sul ritrovamento nella scorsa settimana di missili americani nell’arsenale dell’LNA hanno fatto subito pensare al coinvolgimento di Abu Dhabi, che avrebbe trasferito gli armamenti ricevuti dagli Stati Uniti ad Haftar, aggirando il blocco sulla vendita di armi al Generale. Gli Emirati hanno smentito la fornitura di armi al leader dell’esercito nazionale libico , ma nuovi dubbi sul vero ruolo giocato da Abu Dhabi in Libia sono emersi in seguito all’attacco a Tajoura.

 

Già il 3 luglio Wolfram Lacher aveva messo in luce come l’attacco al centro dei migranti sembrasse opera di un aereo F-16: un mezzo presente nella flotta egiziana e in quella emiratina. Come riporta l’Agenzia Nova, Fathi Bashagha ha dichiarato che «l'aereo da guerra che ha effettuato il bombardamento è insolito e non è di proprietà della Libia. La Comunità internazionale dovrebbe indagare sulla questione». La stessa agenzia riporta anche che il presidente dell’Alto Consiglio di Stato della Libia Khalid al Mishri, vicino ai Fratelli musulmani, ha incolpato esplicitamente l’Egitto. Un’ulteriore, seppur indiretta, prova del possibile coinvolgimento di Egitto o Emirati arriva dalla decisione degli Stati Uniti, grandi alleati di al-Sisi e Muhammad Bin Zayed, di bloccare il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dal condannare formalmente l’accaduto.

 

L’attacco arriva a una settimana dalla perdita della città di Gharyan, avamposto strategico da dove l’LNA lanciava attacchi su Tripoli e dove sono state trovate le armi americane. Se prima di questa perdita, Haftar aveva dichiarato al Libyan Address Journal di auspicare una risoluzione politica, affermando e che gli sforzi militari erano diretti solo contro le milizie islamiste, la situazione è cambiata negli ultimi giorni. Come riporta infatti Daniele Raineri sul Foglio, già lunedì Haftar e il capo dell’aviazione Mohamed Manfour avevano detto che avrebbero aumentato i bombardamenti aerei perché hanno «esaurito i metodi tradizionali per liberare Tripoli».

 

Lo stop subito dall’avanzata su Tripoli, le costanti provocazioni nei confronti di Paesi vicini ad al-Serraj, come l’abbattimento di un drone turco, l’impiego sistematico della forza anche contro i civili – che ha portato Amnesty International a chiedere di aprire un’indagine per crimini contro l’umanità – e l’attacco al centro di Tajoura, cui ha fatto seguito un bombardamento sull’aeroporto di Mitiga, mettono in difficoltà anche gli alleati di Haftar. Giorgio Cafiero su LobeLog evidenzia la necessità dell’intervento di attori esterni che possano favorire un accordo politico, evitando lo stallo e l’eventuale escalation della violenza.

 

Ancora proteste in Algeria

 

Nonostante le dimissioni di Abdelaziz Bouteflika a inizio aprile, non cessano le proteste in Algeria. Nella giornata di martedì oltre 5000 persone, soprattutto giovani, hanno sfilato per le strade di Algeri e si sono radunate in piazza al-Barid, chiedendo a gran voce la liberazione di Lakhdar Bourqaa, veterano della guerra per l’indipendenza e attualmente in carcere per averdefinito le truppe guidate da Ahmed Gaid Salah “una milizia”.

 

A poche ore di distanza dal corteo si è dimesso il Presidente della camera bassa del Parlamento algerino, Mouad Bouchareb, una delle “tre B” contro cui si sono scagliati i manifestanti. Le altre “B” sono quelle del Presidente ad interim Abdelkader Bensalah e del Premier Noureddine Bedoui, che secondo indiscrezioni potrebbe essere presto rimpiazzato dall’ex Ministro delle Comunicazioni Abdelaziz Rehabi. Il Presidente Bensalah, il cui mandato provvisorio scade il 9 luglio, ha inoltre chiesto l’avvio di un dialogo nazionale che includa tutti gli attori della società civile, escludendo però i militari e l’apparato statale.

 

Giovedì 5 luglio è però stata una giornata di tensione. La ricorrenza dell’anniversario dell’indipendenza ha infatti portato molti giovani in strada per manifestare il rifiuto del sistema, il cosiddetto pouvoir. Vanno anche sottolineate le richieste di sospendere gli arresti per chi mostra la bandiera Amazigh (quella dei popoli berberi del Nord Africa) e di riaprire alcune aree di Algeri interdette al pubblico.

 

Altrettanto importante è stata la giornata di venerdì 6 luglio, quando si sono riunite le opposizioni, sempre sotto il coordinamento di Abdelaziz Rehabi. L’iniziativa, a cui hanno preso parte anche l’ex Presidente Lamine Zeroual, l’ex Premier Mouloud Hamrouche e l’ex Ministro degli Esteri Ahmad Taleb Ibrahimi, ha l’ambizioso scopo di risolvere l’attuale crisi politica.

 

Gli attentati in Tunisia

 

Nella giornata di giovedì della settimana scorsa, due attentati hanno colpito Tunisi. Come ricostruisce il Guardian, il primo attacco ha avuto luogo in rue Charles de Gaulle contro una volante della polizia, uccidendo un agente e ferendo altre quattro persone. Il secondo attacco suicida è avvenuto nel quartiere di al-Qarjani, nei pressi di un commissariato, ferendo quattro civili. Entrambi gli attentati sono stati rivendicati dallo Stato Islamico, facendo temere un ritorno alla stagione stragista vissuta nel 2015.

 

Le forze di sicurezza si sono subito messe in azione, perquisendo e trovando grandi quantità di esplosivo nella moschea al-Ghufran, in passato nelle mani di Ansar al-Sharia in Tunisia, nella zona di Hay al-Intilaka. Sempre nel villaggio è stato neutralizzato Ayman al-Samiri, la presunta mente dietro gli attacchi. L’area, come ricostruito dal Washington Institute, aveva già occupato le prime pagine dei giornali nel 2015, in quanto paese d’origine degli attentatori del Bardo e di Sousse.

 

Il Paese ha vissuto momenti drammatici, perché nelle stesse ore il 92enne Presidente Beji Caid Essebsi è stato ricoverato per un grave malore e sono iniziate a circolare notizie sul suo decesso, poi smentite. L’Economist ha ricostruito la presidenza di Essebsi, dal trionfo con Nidaa Tounes alle elezioni del 2014 alle difficoltà incontrate negli anni successivi, con una crescita del PIL inferiore al 3% e una disoccupazione al 15%.

 

Il partito di Essebsi è stato inizialmente in grado di sconfiggere alle urne il partito islamista Ennahda, guidato da Rachid Ghannouchi, intervistato questa settimana da Jeune Afrique. Rispetto alla situazione in cui si trova la Tunisia, Ghannouchi ribadisce la necessità di riforme che favoriscano l’iniziativa privata, la lotta alla corruzione e al terrorismo, la diminuzione del costo della vita e un cambiamento della cultura politica. L’obiettivo ultimo di Ennahda è la costruzione di una società giusta, fondata sulla famiglia e pienamente islamica, anche se nell’intervista si legge un riposizionamento ideologico del partito. Il leader islamista parla anche di Muhammad Morsi, esprimendo cordoglio per la sua scomparsa, ma smentendo qualsiasi legame organico fra Ennahda e i Fratelli musulmani.

 

L’integrazione e la formazione dei musulmani in Europa 

 

Il sito La Croix offre questa settimana due interessanti approfondimenti sull’Islam in Europa, a cura di Anne-Bénédicte Hoffner. Nel primo caso, la giornalista intervista Markus Kerber, Segretario di Stato del Ministero dell’Interno tedesco, sulla cooperazione fra la Germania e i suoi cinque milioni di cittadini musulmani, in maggioranza turchi, ma dal 2015 anche arabi. Ogni anno Berlino spende circa un miliardo di € per l’integrazione. Anche grazie all’annuale Conferenza tedesca sull’Islam, il governo è stato in grado di ottenere buoni risultati: l’istituzione di ore di religione islamica, l’apertura di sei facoltà di teologia islamica e la promozione del dialogo intra-musulmano. Un elemento centrale su cui lo Stato lavora è la professionalizzazione delle moschee, affinché vengano gestite da persone cresciute ed educate in Germania.

 

In questa direzione vanno anche gli sforzi dell’Istituto europeo per lo studio dell’Islam, fondato pochi mesi fa da Michaël Privot e già accolto positivamente da Francia, Germania, Olanda e Belgio. Nell’intervista che Privot concede a La Croix viene evidenziata la necessità di sviluppare la formazione di imam e guide religiose nei Paesi europei. Il neonato Istituto si prefigge dunque l’ambizioso compito di preparare i leader religiosi del futuro. A guidare la formazione saranno figure che conoscono la tradizione islamica e che vivono la realtà europea, godendo di una certa legittimità fra le comunità musulmane.
 

La questione uigura ignorata da Turchia e Cina

 

Il Presidente Erdogan, a margine del G20 in Giappone, si è recato in Cina. Come riporta il sito filo-governativo cinese in lingua inglese Global Times, il Presidente turco ha sottolineato come dal 2010 le relazioni con la Cina abbiano assunto le caratteristiche di una vera e propria cooperazione strategica.

 

Erdogan ha ricordato tutti i settori in cui la partnership fra i due Paesi ha dato ottimi frutti. In primo luogo, l’attenzione è posta alla Belt and Road Initiative, un progetto in cui la Turchia ha creduto fin dal 2013, impegnandosi nella realizzazione del corridoio centrale. Fra le altre aree di interesse, Erdogan cita il turismo, con l’obiettivo di accogliere un milione di turisti cinesi all’anno, il commercio, con la reciproca volontà di raddoppiare i 50 miliardi di $ di volume di affari, l’educazione, con l’ambizione di creare nuove università, e infine la difesa.

 

Ed è proprio in questo ultimo settore che la Turchia sta cercando di diversificare gli investimenti. Seppur membro della NATO, il Paese pare deciso ad acquistare il sistema missilistico russo S-400. L’apertura a una cooperazione con la Cina, insieme all’incontro non risolutore fra Erdogan e Trump al G20 e all’ambizione condivisa da Ankara e Pechino di creare un ordine mondiale multipolare, ha fatto preoccupare non poco l’amministrazione americana. Come riporta Al-Monitor, gli Stati Uniti temono infatti che la Cina, sfruttando la propria posizione di forza, aiuti ora la Turchia per ottenere un ritorno del proprio investimento in futuro.

 

Particolarmente interessante è però che nell’incontro fra Erdogan e Xi Jinping non si sia parlato della questione uigura, la popolazione musulmana di etnia turca perseguitata dal governo di Pechino. La rete televisiva nazionale cinese ha al contrario riportato una dichiarazione di Erdogan secondo cui «è un fatto che le persone dello Xinjiang [la regione in cui si trova la maggior parte degli Uiguri, NdR] vivono felici», aggiungendo poi che «non permetterò a nessuno di minare le relazioni positive fra Turchia e Cina».

 

Dolkun Isa, presidente del Congresso Mondiale degli Uiguri, ha invece denunciato l’occasione persa per far conoscere al mondo la situazione degli Uiguri. L’ex presidente del Congresso, Rebiya Kadeer, ha invece partecipato al summit giapponese, irritando non poco la delegazione cinese.

 

Si stima che in Cina vivano 10 milioni di Uiguri, di cui almeno un milione tenuti prigionieri in campi di rieducazione, per usare l’espressione del governo di Pechino. Sulla situazione del gruppo musulmano il sito Vice e la casa di produzione HBO hanno rilasciato all’inizio della settimana un documentario. Oltre ai numerosi sistemi di controllo (telecamere, agenti, check point…), a colpire è la reticenza dei locali, che possono concedere interviste solo su autorizzazione del governo. Come riportato in un’inchiesta del Guardian, le forze di sicurezza installano delle app di monitoraggio durante i controlli alla frontiera di Irkeshtam, lungo il confine con il Kirghizistan. L’app, Fēng cǎi, serve a scoprire se i telefoni contengono materiale giudicato pericoloso, come pubblicazioni di gruppi terroristici o più semplicemente testi del Dalai Lama o passi del Corano.

 

Dei campi di rieducazione si sa poco, ma i reporter di Vice hanno rintracciato un gruppo di rifugiati uiguri a Istanbul, riusciti a uscire dai centri di detenzione. Gli intervistati hanno raccontato dei prelievi forzosi di notte, dei numerosi controlli (dalla registrazione della voce allo scan facciale fino al prelievo del dna), delle interruzioni di gravidanza a cui erano sottoposte le donne incinta, delle torture e dell’indottrinamento. I bambini piccoli, separati dai loro genitori, venivano inoltre trasferiti in appositi asili, costruiti soprattutto nell’area di Hotan, a centinaia di chilometri da casa.

 

IN BREVE

 

Arabia Saudita: Foreign Policy presenta la preoccupazione di molti religiosi circa gli atteggiamenti tenuti dall’Arabia Saudita, e il loro invito a boicottare il pellegrinaggio alla Mecca.

 

Egitto: è stata liberata la figlia del predicatore Yusuf al-Qaradawi, punto di riferimento per la Fratellanza musulmana.

 

Burkina Faso: The Conversation cerca di individuare i fattori alla base dei recenti attacchi contro la comunità cristiana del Paese. Particolare attenzione è posta sulla debolezza del dialogo interreligioso e sull’attrazione del salafismo.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

Iscriviti gratuitamente alla newsletter per non perderti i nostri approfondimenti

Per approfondimenti e analisi abbonati alla nostra rivista semestrale