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Focus attualità

La società civile si mobilita in Algeria

Un murales di Bouteflika [Thierry Ehrmann - Flickr]

Una settimana di notizie e analisi dal Medio Oriente

Ultimo aggiornamento: 08/03/2019 12:15:34

Mentre in Algeria sembra soffiare una brezza, se non un vento, di cambiamento, la Nigeria ha scelto la via della continuità, come testimoniato dai risultati delle ultime elezioni. E così le condizioni dei cristiani nel Paese africano più popoloso rischiano di peggiorare ulteriormente. Se la società civile mostra segnali di dinamismo, altrettanto attivi sono alcuni Stati, come dimostra la pericolosa escalation fra India e Pakistan. Infine, il dibattito sulla presenza musulmana in Europa si arricchisce di un nuovo capitolo.

 

 

Un vento di cambiamento in Algeria

 

Le prossime elezioni algerine in programma il 18 aprile hanno suscitato un certo malcontento popolare, al punto che alcuni intellettuali egiziani hanno prospettato l’ipotesi di una nuova Primavera Araba. Il Presidente uscente Bouteflika, 81 anni e una salute precaria che lo ha portato in Svizzera per curarsi, ha infatti deciso di ricandidarsi per il suo quinto mandato. La scelta ha spinto gran parte della società civile a mobilitarsi. Gli studenti dell’Università di Scienza e Tecnologia Houari Boumediene sono scesi in strada, insieme ai colleghi della facoltà di Informatica di Bab Ezzouar, nella provincia di Algeri. Le proteste hanno interessato anche la capitale e altre città più periferiche, come Khenchela, dove alcune immagini del Presidente sono state strappate. Ulteriori manifestazioni, represse dalla forze dell’ordine, si sono registrate a Orano, Sidi Bel Abbes, Sétif, Touggourt, Tiaret e Bordj Ménaïel. Oltre ai giovani, anche gli intellettuali si sono schierati contro la ricandidatura, e quasi certa rielezione, di Bouteflika, invocando “libertà, dignità e benessere” per il popolo algerino. Laconico è stato però il commento del Primo Ministro Ahmed Ouyahia: «I cittadini hanno offerto delle rose alla polizia. È bello, ma ricordate che anche in Siria è cominciata con le rose».

 

Nonostante il clima di tensione, la stampa italiana ha dato poco spazio alla notizia delle manifestazioni, seppur in concomitanza con la visita del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Fa eccezione l’articolo di Rolla Scolari pubblicato da Il Foglio a tutta pagina. In Europa è la Francia, anche per i rapporti che legano storicamente Algeri a Parigi, ad aver ripreso in maniera più consistente quanto sta accadendo in Algeria, come dimostra questo reportage di Le Monde. Allo stesso modo, sono i media algerini più legati alla ex potenza coloniale, come El Watan, ad aver raccontato quanto sta succedendo di fronte al palazzo di El Mouradia, sede della Presidenza. Bisogna inoltre sottolineare come nel Paese la libertà di stampa non sia pienamente garantita, come dimostrano le manifestazioni che chiedevano la liberazione di 15 reporter arrestati. Altre agenzie nazionali, come Algeria Press Service, hanno invece offerto una limitata copertura mediatica alle manifestazioni di malessere sociale, preferendo dare spazio al messaggio di congratulazioni di Bouteflika a Brahim Ghali, presidente della Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi, nel 43° anniversario dell’indipendenza del cosiddetto Sahara Occidentale.

 

Interessante è anche la posizione assunta dal mondo religioso. Uno dei rivali di Bouteflika alle prossime elezioni è infatti Abdul Razzaq Muqri, leader del Movimento per una Società di Pace e allineato ai Fratelli Musulmani. In alcune recenti dichiarazioni riprese da Middle East Monitor, il candidato ha attaccato duramente Arabia Saudita, Emirati e Israele, senza risparmiare altri stati come Egitto e Giordania. Allo stesso tempo però gli imam hanno ricevuto una lettera del Ministro per gli Affari Religiosi che invitava a dissuadere la popolazione dal partecipare alle rivolte, citando alcuni versi del Corano e sfruttando i casi di Siria e Iraq come moniti.

 

 

Le elezioni in Nigeria

 

Se in Algeria è forte la domanda di cambiamento, la Nigeria ha preferito la via della continuità nelle recenti elezioni, che hanno confermato il presidente uscente Muhammadu Buhari del partito Congresso di Tutti i Progressisti. La vittoria è stata ottenuta contro il Partito Democratico Popolare dell’ex vice-presidente Atiku Abubakar, che ha raccolto solo 11.3 milioni di voti (soprattutto a sud) contro gli oltre 15 di Buhari. Ed è proprio la distribuzione dei voti incrociata coi tassi di affluenza ad aver spinto Abubakar a gridare ai brogli: mentre a sud si è registrata un’affluenza alle urne fra il 18 e il 36%, a nord, roccaforte di Buhari, la percentuale oscillava fra 32 e 58. Anche il candidato del Partito dei Verdi Nigeriano, Chief Sam Eke, ha parlato di voto truccato e di regime militare. Va inoltre ricordato come le elezioni si siano svolte in un clima di agitazione, dopo il rinvio di una settimana. La Commissione indipendente elettorale nigeriana ha spiegato che il rinvio è stato causato «dalla mancanza di schede elettorali sufficienti per gli 84 milioni di elettori iscritti» e ha l’obiettivo di «evitare scontri e violenze tra le diverse fazioni». Nonostante l’appello congiunto del Generale Abdulsalami Abubakar e di Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, a lasciarsi alle spalle i risentimenti,  alcune ONG hanno riferito di scontri nella giornata di sabato con un bilancio di 35 morti.

 

Le differenze di affluenza possono però essere legate ad un altro fattore, ovvero la religione. Mentre i due leader sono musulmani del nord, la popolazione cristiana si concentra maggiormente nel sud. L’imposizione della shariʿa in nove governatorati del nord e la presenza di gruppi armati hanno messo in grave pericolo la sopravvivenza dei cristiani, che rappresentano circa il 49% dell’intera popolazione nigeriana. Secondo l’Arcivescovo anglicano della diocesi di Jos Benjamin Kwashi, «il governo è incapace di garantire sicurezza per i poveri», evidenziando due grandi minacce per i cristiani di tutte le confessioni: il gruppo jihadista Boko Haram e i pastori musulmani Fulani (a loro volta soggetti a persecuzioni in Mali). Appelli per una maggiore sicurezza sono arrivati anche da Christian Solidarity Worldwide e dalla Associazione dei Cristiani di Nigeria, attraverso le dichiarazioni del presidente e sacerdote Samson Olasupo Ayokunle, riprese da Christian Headlines.

 

 

India e Pakistan sul piede di guerra

 

India e Pakistan, due potenze nucleari, sono coinvolte in un’escalation che potrebbe culminare in uno scontro armato. Delhi ha accusato il gruppo islamista Jaish-e Mohammad, che lotta per la secessione del Kashmir dall’India, di essere responsabile per l’attacco a Pulwama che ha ucciso 40 militari indiani. L’India ha così lanciato pesanti raid aerei su un campo di addestramento a Bakalot. La regione, divisa fra i due Paesi e la Cina in seguito al piano di partizione stipulato nel 1947, è già stata teatro di scontri sporadici nel 1999, 2002 e 2016, ma mai come oggi l’escalation rischia di portare a uno scontro aperto tra i due Paesi. Il Pakistan ha reagito a quella che ha definito una violazione della propria sovranità abbattendo due jet indiani e prendendo prigioniero un pilota. L’India ha risposto mobilitando gli armamenti lungo la LoC (la Linea di Controllo che separa le due potenze). Per ragioni di sicurezza è stato così chiuso lo spazio aereo al confine fra i due Stati (rallentando, tra le altre cose, i soccorsi all’alpinista italiano disperso sul Nanga Parbat). Ma un segnale di distensione arriva dal primo ministro pakistano Imran Khan che ha annunciato la liberazione del pilota indiano catturato. Va infine notata la posizione assunta da Padre Francis Nadeem, Custode dei Cappuccini in Pakistan e Segretario esecutivo della Commissione episcopale per l'Ecumenismo e il dialogo interreligioso. Il sacerdote in visita a Gandha Singh, villaggio del Punjab, ha lanciato un messaggio di «pace, fratellanza, amicizia, riconciliazione e reciproca accoglienza alle nazioni di India e Pakistan».

 

 

L’Islam in Europa: l’hijab in Francia

 

Il tema della presenza musulmana in Europa è stato analizzato in un interessante policy brief del Brookings Institute redatto da Shadi Hamid. Il testo, intitolato «The role of Islam in European populism», si interroga sul rapporto fra migrazioni, in particolare di musulmani, islamofobia e successo delle destre europee. Hamid sostiene che le destre del Vecchio Continente, provenienti da tradizioni diverse e divise su molte questioni, trovino un punto di contatto nel sentimento anti-islamico. L’autore nota infatti come l’attenzione dei partiti populisti di destra non sia più rivolta alle differenze sociali o alle sperequazioni economiche, ma alle differenze culturali. Una politica identitaria è dunque il tratto che accomuna partiti con storie e inclinazioni diverse. Nell’articolo si sottolineano anche altri due aspetti importanti: la correlazione fra sentimento anti-islamico e presenza di musulmani sul territorio e, in secondo luogo, un certo risentimento verso gli immigrati in quanto musulmani, e non in quanto esuli.

 

Il rifiuto di tutto ciò che è associabile all’Islam in quanto minaccia culturale all’identità non è una tendenza nuova. Il caso più recente arriva in questi giorni dalla Francia, dove da troppo tempo, nota ironicamente Dania Naam sul sito francese Slate, non scoppiava una polemica che avesse a che fare con le donne, l’Islam e la libertà, svelando un atteggiamento a tratti laicista e paranoico della società francese. Seguendo l’esempio di Nike, Decathlon aveva infatti deciso di lanciare sul mercato francese un hijab per lo sport, dopo averlo già messo in vendita in Marocco. La scelta ha sollevato numerose polemiche, suscitando reazioni di sdegno sia fra i clienti del noto marchio sia a livello istituzionale, come si evidenziato da questo tweet di Aurore Bergé, portavoce del partito di Macron En Marche. Come riporta il quotidiano francese Le Figaro, anche il ministro della Salute Agnès Buzyn ha reagito spiegando che benché la laicità francese consenta di indossare il velo, preferirebbe che il marchio con sede a Villeneuve-d'Ascq non favorisse la discriminazione delle donne. Altre voci La Lega del diritto internazionale delle donne e il Comité laïcité république hanno addirittura accusato Decathlon di difendere l’apartheid delle donne nello spazio pubblico.

 

Altre voci hanno invece difeso la scelta di Decathlon. Fra queste ricordiamo Fiona Lazaar, avvocato vicina al Presidente, e Shaista Gohir, direttore esecutivo del British charity Muslim Women's Network, che ha parlato di «odio anti-islamico». Alla luce del feroce dibattito, la catena di negozi sportivi ha comunque deciso di sospendere la vendita dell’accessorio.

 

 

IN BREVE

 

-          Scontri a Mogadiscio: alcuni membri di al-Shabab si sono asserragliati in un edificio nella capitale somala, dopo un attacco con un autobomba che ha causato almeno venti morti. Le forze di sicurezza circondano lo stabile. 

 

-          La Primavera sudanese: si sono registrate proteste contro il governo del presidente Bashir che è dovuto ricorrere alla forza per sedare i manifestanti, come riporta il sito Albawaba.

 

-          Rimescolamento per l’Arabia Saudita: la Principessa Reema Bin Bandar Al Saud, astro nascente della politica saudita e vissuta per anni a Washington, ha assunto il ruolo di ambasciatrice negli Stati Uniti. Prende il posto di Khalid Bin Salman, fratello di MBS e ora nuovo vice-ministro della difesa.

 

-          Le dimissioni rifiutate: nella giornata di martedì il Ministro degli Affari Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha dato le dimissioni, poi rifiutate da Rouhani.

 

-          La morte di Ben Hassine: è stata confermata la notizia dell’uccisione al confine fra Mali e Mauritania di Ben Hassine, membro di Al Qaeda, veterano in Afghanistan e fondatore di Ansar al-Sharia Tunisia.

 

-          Afghanistan: il 2018 ha fatto segnare il più alto numero di morti dal 2009 a oggi. Si contano 3.804 vittime, fra cui 927 bambini.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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