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Religione e società

Oasis letta in carcere

Maria Laura Conte

L'uomo nuovo, l'uomo del nuovo millennio, è anche quello che può uscire da un carcere, da un luogo di detenzione e sofferenza, dove la sosta forzata e il tempo necessario a scontare la pena diventano l'occasione per tornare a guardare in profondità dentro se stessi, per raccontarsi e raccontare la propria storia e la propria fede. Per riconoscersi uomini, diversi per religione, provenienza e cultura, ma proprio per questo protagonisti speciali nel luogo della reclusione del processo di "meticciato di civiltà" che investe tutto il mondo, motivo di sofferenza e "travaglio", ma anche occasione di grande possibile rinnovamento.

 

Questi sono stati alcuni dei contenuti delle testimonianze e del dialogo avvenuto la mattina del 23 dicembre scorso nel carcere di Santa Maria Maggiore, tra un centinaio di detenuti e il card. Angelo Scola, che sempre da quando è Patriarca di Venezia, in occasione del Natale, visita i detenuti e celebra la messa nell'istituto di detenzione.

 

Alla messa, durante la quale si sono levate al cielo le preghiere in inglese, lettone, spagnolo e rumeno, è seguito un tempo di ascolto reciproco tra il Patriarca e i detenuti, alcuni dei quali hanno ripercorso il proprio personale tragitto e messo a fuoco il loro rapporto con Dio.

 

C'è chi ha ammesso che, quasi per assurdo, è stato il tempo del carcere a permettere di riscoprire la fede, il bisogno di Dio, del suo perdono e della sua speranza; e c'è chi ha osservato come, condividendo la cella con compagni di altre fedi, soprattutto musulmani, ha verificato come nella fede nell'unico Dio, pur chiamato con nomi diversi, ci si ritrova tutti solidali, tutti essere umani in cerca di quell'Amore che ci garantisce per sempre.

 

Un detenuto tunisino musulmano ha affermato, riandando alla sua storia senza alcun imbarazzo davanti a tutti, che la sola via che rende felici è la via della preghiera e, dopo aver cantato con il fratello una canzone devota islamica sulla vita di Maometto, ha regalato il Corano al Patriarca. Ponendoglielo in mano, il giovane ha espresso il desiderio di vicinanza e il suo bisogno di condividere ciò che ritiene il bene più prezioso.

 

Tutti i gesti dell'intensa mattinata, trascorsa in una fredda sala- teatro del carcere veneziano, alla quale si accede dopo aver superato una serie di barriere di sicurezza, in uno spazio isolato dal mondo fuori da grate e sbarre, erano come sostenuti e alimentati da un unico desiderio: quello di raccontarsi per ri-conoscersi. L'unico desiderio di ritrovarsi anche nella fede in Dio, che accomuna uomini dal Senegal, dalla Tunisia, dalla Cina, dalla Lettonia, dall'Ucraina, dal Messico

 

Uomini che oggi si incrociano e "mescolano" in un carcere, che leggono insieme anche Oasis come strumento per capirsi di più e che, sulla via della ripresa, aspettando di appoggiare lo sguardo oltre le sbarre, ora lo appoggiano dentro di sé.

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