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Religione e società

Per le strade di Beirut nei giorni delle decisioni mancate

Andrea Pin

Le elezioni presidenziali in Libano assomigliano ad un interminabile travaglio che non sembra condurre mai al parto. Dopo mesi di trattative per sostituirlo, il presidente della Repubblica ha terminato il proprio mandato senza che il Parlamento sia stato in grado di eleggere un successore. La durissima contrapposizione tra sunniti, drusi e parte dei cristiani da un lato, altri cristiani e sciiti dall'altro, ha reso impossibile un accordo, che conduca ad eleggere, com'è consuetudine, un cristiano maronita a capo della Repubblica. La Costituzione richiede la maggioranza dei due terzi dei componenti della Camera, consentendo, in via eccezionale, che il Capo dello Stato venga eletto con la sola maggioranza assoluta. Quest'ultima soluzione, teoricamente praticabile, è stata finora respinta dalla stessa maggioranza parlamentare ed è temuta da gran parte dei libanesi, che paventano la rottura del Paese in due tronconi e lo scoppio di una nuova guerra civile.

 

La difficile situazione economica del Paese ha fatto, da un lato, perdere consensi alla maggioranza che controlla il governo; il ruolo centrale di Hezbollah nella guerra della scorsa estate ha invece screditato, anche presso alcuni cristiani, una figura carismatica come il generale Aoun, alleato del Partito di Dio. Il risultato è la polarizzazione delle posizioni, che nel tempo si allontanano sempre di più, riducendo le possibilità di dialogo e aumentando il timore della gente. Nei giorni delle sedute decisive del Parlamento per l'elezione del Presidente, il centro della capitale aveva un aspetto spettrale. Pochissimi passanti, negozi chiusi, traffico inesistente per una città congestionata come Beirut.

 

In realtà l'attività politica è bloccata: le trasmissioni televisive sulle elezioni languono ripetendo slogan e trasmettendo documentari, mentre i notiziari concentrano l'attenzione sul vertice di Annapolis sul Medio Oriente, da cui si attendono indicazioni se non veri e propri accordi. Il leit-motiv più ricorrente, del resto, riguarda la responsabilità politica degli altri paesi, America, Israele, Siria e Iran, su tutti, considerati i veri demiurghi del Libano. Gli stessi aspri attacchi tra maggioranza e minoranza sbiadiscono di fronte alla convinzione, davvero diffusa nel Paese, che gli avversari politici siano solo dei fantocci nelle mani di potenze straniere. Una convinzione che genera sentimenti deleteri per il Paese: disperazione, risentimento e un diffuso senso di irresponsabilità nei confronti del presente e del futuro.

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