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Rassegna stampa

Rassegna stampa del 4 novembre 2016

Notizie e commenti dall'Italia e dall'estero

Dalla stampa italiana

 

 

Il leader del partito filo-curdo Hdp, Selahattin Demirtas, è stato arrestato questa mattina insieme con alcuni parlamentari curdi. Secondo quanto riporta Marta Ottaviani su La Stampa questa notte le autorità turche hanno bloccato l'accesso ai principali social media (La Stampa).

 

 

In mattinata a Diyarbakir, principale città curda, sono scoppiati i primi disordini: è di almeno 20 feriti il bilancio, tuttora provvisorio, di un’esplosione nei pressi di una caserma di polizia nel centro della città (AsiaNews).

 

 

Le mosse turche in Iraq, scrive Nicola Lofoco su Huffington Post, rischiano di scatenare un confronto tra Ankara e Teheran.

 

 

Luca Attanasio su Vatican Insider (La Stampa) intervista mons. Antoniazzi, Arcivescovo di Tunisi: "Il numero di giovani tunisini che hanno aderito al terrorismo e si sono trasferiti in Siria o in Iraq è impressionante. Se dovessero ritornare in Tunisia passeremmo momenti molto tristi".

 

 

Avvenire pubblica alcune foto che mostrano ciò che resta della cosiddetta "giungla di Calais", che ospitava circa 7mila migranti, provenienti da Afghanistan, Sudan ed Eritrea.

 

 

Dalla stampa francofona

 

 

Nella notte tra giovedì e venerdì, un'autobomba è esplosa a Diyarbakir, nella "capitale" della regione a maggioranza curda, nel sud-est della Turchia. L'esplosione potrebbe essere stata causata, secondo le autorità, dal partito del lavoratori del Kurdistan, il PKK, scrive Le Monde, ma l'azione non è stata ufficialmente rivendicata. Il fatto, però, ha dato il via a una serie di arresti dei leader del partito filo-curdo HDP, che fanno parlare la stampa nazionale e internazionale.

 

 

Mentre perde terreno in Iraq, lo Stato Islamico si rafforza in Africa. Il leader di un gruppo jihadista del Mali, Al-Sahraoui, precedentemente legato ad Al-Qaeda, ha giurato fedeltà al Califfo ed è stato confermato dai leader dell'Isis. Secondo Le Point Afrique, questa mossa avrebbe un doppio obiettivo: garantire la sopravvivenza del gruppo maliano nel Sahel e dargli visibilità a livello internazionale.

 

 

Feurat Alani, Orient XXI, approfondisce le ragioni storiche e politiche per le quali la Turchia di Erdogan è così determinata a prendere parte all'offensiva di Mosul per averne un ritorno una volta terminato il conflitto.

 

 

Les Echos fa infine un passo indietro e si domanda come si è arrivati al punto in cui versa la Siria oggi e in particolare la città di Aleppo, simbolo dei cinque anni di guerra. Qual è l'origine di un conflitto che non vede ancora una fine?

 

 

Dalla stampa anglofona

 

 

Secondo alcuni analisti intervistati da Mona Alami su Al-Monitor Hezbollah sta alzando il livello del confronto con gli stati del Golfo. Non a caso il 25 ottobre l'Arabia Saudita ha ribadito la sua intenzione di combattere Hezbollah e il 31 ottobre gli Emirati Arabi hanno condannato sette persone per avere collegamenti con il gruppo militare libanese.

 

 

Tim Arango sul New York Times prevede che le armi non saranno messe a tacere in Iraq anche quando Isis sarà cacciato da Mosul: le diverse fazioni che partecipano all'attacco alla città non hanno una visione comune di come dovrebbe essere l'Iraq di domani. "Le ragioni che hanno portato a Isis esistono ancora", ha affermato Mohammed Muhsin, sheikh di Hawija, una cittadina controllata da Isis vicino a Kirkuk.

 

 

Newsweek spiega perché un Isis indebolito dall'offensiva di Mosul non farà meno paura all'Europa di quanto non la faccia ora. Il problema del flusso migratorio che "bussa alle porte europee", con il quale potrebbero arrivare terroristi all'interno dell'Unione, molto probabilmente rimarrà.

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