Suor Lourdes Miguélez, testimone diretta del Decennio Nero algerino, racconta la visita di Papa Leone XIV al Centro di accoglienza delle suore missionarie agostiniane di Algeri

Ultimo aggiornamento: 23/04/2026 15:41:24

Nella tappa algerina del suo viaggio apostolico in Africa, Leone XIV ha visitato le suore missionarie agostiniane presso il loro Centro di accoglienza e amicizia a Bab El Oued, quartiere popolare di Algeri. Un incontro segnato dal ricordo di suor Ester e suor Caridad, uccise nel 1994 durante il “Decennio Nero” e beatificate nel 2018 a Orano insieme agli altri 17 martiri d’Algeria. Suor Maria Lourdes Miguélez Matilla, in Algeria da oltre cinquant’anni e consorella delle due religiose uccise, ha raccontato a Oasis l’incontro con Papa Leone.

 

Intervista a cura di Chiara Pellegrino

 

Suor Lourdes, potrebbe raccontarci qualche momento saliente della visita di Leone XIV al vostro centro di accoglienza a Bab El Oued?

A colpirci è stato il suo desiderio di venire in questo quartiere popolare. Molte persone hanno paura di venire qui, eppure è un quartiere molto accogliente. Conosciamo molte persone del quartiere, amiamo profondamente questo luogo, dove abbiamo vissuto tante cose. Abbiamo sofferto, ma abbiamo anche vissuto dei momenti molto belli, fatti di piccoli gesti quotidiani, amicizie e relazioni. Quando qualcuno ha bisogno di sale, glielo sporgiamo, condividiamo il couscous e il pane fatto in casa. Nel corso del tempo abbiamo stretto delle grandi e belle amicizie. Siamo qui da almeno cinquant’anni. Viviamo insieme nella differenza. Cerchiamo di creare delle relazioni che costruiscano pace, amore e amicizia fra tutti, a prescindere dalle differenze religiose o culturali. Siamo qui per lavorare insieme. Il nostro obiettivo non è convertire, ma cercare di accoglierci a vicenda.

Quando il Papa è arrivato, gli abbiamo mostrato alcune fotografie scattate nel 2009 durante la sua visita alle nostre comunità. Ricordava tutto. Durante quell’incontro avevamo pregato insieme nella cappella e cantato il Padre Nostro in arabo. Si ricordava persino ciò che mi aveva detto il professor Laraba, del reparto di pediatria dell’ospedale in cui lavoravo, al momento del mio pensionamento: quanto fosse importante che una cristiana rimanesse tra il personale ospedaliero, per continuare a testimoniare il vivere insieme. Nel 2009 eravamo andati anche nel punto in cui suor Caridad e suor Esther avevano dato la propria vita a Dio per il popolo e per la Chiesa d’Algeria. Eravamo poi stati al seminario minore e infine a Nostra Signora d’Africa, dove avevamo celebrato la Messa all’altare di Sant’Agostino.

Questa volta, per me, non è stata solo la visita del Papa. Sebbene fosse il Papa, per me è stato soprattutto un incontro di amicizia e la continuazione dei nostri legami agostiniani. Abbiamo avuto anche la gioia di accogliere Padre Joe Farrell, Padre Generale dell’Ordine di Sant’Agostino (O.S.A.), e il suo assistente. Nella cappella abbiamo vissuto un momento molto forte: il Papa agostiniano, il Padre Generale degli Agostiniani e noi, le suore agostiniane di Bab El Oued e Dar El Beida, tutti uniti nella spiritualità agostiniana. Questo ha rafforzato i legami di amicizia e ci ha ricordato il motto agostiniano: «Rimanere per il popolo, con il popolo».

 

Ha menzionato suor Caridad e suor Esther, le due suore agostiniane assassinate il 23 ottobre 1994 mentre andavano a Messa. Quale eredità hanno lasciato le sue consorelle e che cosa significa oggi continuare l’opera iniziata negli anni ’90?

Suor Caridad e suor Esther sono sempre nei nostri cuori. Ho vissuto molti anni con loro nella nostra casa a Bab El Oued. Sento ancora la loro presenza, così come quella degli altri martiri d’Algeria. Conoscevo tutti i monaci di Tibhirine tranne Bruno, che era appena arrivato dal Marocco. Per me significa custodire nella memoria ogni persona e ogni gesto, ricordare come erano e anche il discernimento che abbiamo fatto insieme durante quel periodo così difficile. Al tempo, tutta la Chiesa ha vissuto un momento di preghiera e di incontro molto intenso, chiedendosi: «Su quale strada ci sta guidando Dio oggi?» Tutte abbiamo deciso di restare. È il nostro popolo, non possiamo abbandonarlo in questi tempi di sofferenza. Dobbiamo rimanere per incoraggiarli e restare fedeli al nostro impegno per la pace e la riconciliazione. Con l’Arcivescovo di Algeri, mons. Tessier, e il Vescovo di Orano, mons. Claverie, formavamo una famiglia vera, unita nella preghiera per la pace che tutti desideravano. Caridad ed Esther sono ricordi viventi, ma non nel senso di figure straordinarie: eravamo donne semplici, che volevano restare con il popolo. Quando si vive con le persone, il discernimento, i momenti di gioia e di sofferenza, le domande su come vivere e agire restano nel cuore e nella memoria. Si tratta di vivere nel presente senza fuggire il passato, accettandolo con amore e dono di sé. Oggi la domanda è diversa, ma altrettanto impegnativa: come costruire un ponte di pace, come creare legami di amicizia? È grazie a questi legami che possiamo continuare a vivere in mezzo al popolo. Siamo qui, tutti insieme, per vivere in pace e in armonia. La cosa più importante nella nostra testimonianza è conoscerci gli uni gli altri. Quando ci si conosce, il legame si rafforza e la paura dell’altro scompare. La sfida è costruire insieme un mondo migliore, più umano e più giusto. Questa era la testimonianza di ieri e di oggi: continuare a lottare per vivere in pace con noi stessi e con la nostra piccola comunità, e trasmettere questa pace nella vita quotidiana.

 

Nella terra di Sant’Agostino, qual è oggi il valore aggiunto del carisma agostiniano e in che modo questo plasma il vostro modo di vivere, servire e dialogare con le persone?

Sant’Agostino è vissuto nel IV secolo, ma il carisma agostiniano rimane di grande attualità. Era un uomo che desiderava vivere in comunione con i suoi amici, per questo fondò delle comunità, per cercare insieme la verità e imparare a seguirla. Non voleva diventare vescovo, ma accettò, dicendo: «Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano». Ed è proprio questo che cerchiamo di vivere oggi: essere sempre alla ricerca della verità rimanendo fedeli al popolo che ci accoglie e che soffre, e vivere il cammino dell’interiorità, perché Dio dimora in ognuno di noi, in ogni essere umano, musulmano o cristiano. Questa ricerca è personale, ma si condivide anche nella vita quotidiana con le persone, i colleghi, gli amici, con tutti coloro che condividono la nostra quotidianità. Non serve andare lontano per cercare Dio, Lui è già presente in noi. Essere abitati da Dio significa renderlo vivo nella nostra vita. Come agostiniani dobbiamo essere attenti ai luoghi in cui viviamo e vicini a coloro che hanno più bisogno. Dobbiamo portare speranza, rafforzare la fede e crescere insieme nella ricerca della verità, ciascuno nella propria religione e nel proprio credo. Questo è anche ciò che ci ha detto il Papa: «Conosco la vostra testimonianza e quella dei martiri». Ma cos’è il martirio? È essere testimoni dell’amore di Dio che riceviamo ogni giorno e condividere i doni che riceviamo da Lui.

 

Come è stato accolto il Papa in Algeria, sia dai cristiani che dai musulmani, e che cosa ha rivelato questo incontro sul modo in cui la società algerina percepisce la presenza della Chiesa?

Vivo in Algeria da 53 anni ed è la prima volta che vedo tutto il popolo mobilitarsi con tanta dedizione e fare il possibile per accogliere un ospite in questo modo. Mi ha commosso vedere la gente gridare «Viva il Papa!», «Grazie di essere venuto!», ed esprimere persino il desiderio che rimanesse a vivere qui con noi. La gente ci ha portato dei dolci dicendo: «Sono per il Papa», e chiedendosi che cosa potessero offrirgli. Hanno fatto uno sforzo straordinario. Le scuole sono rimaste chiuse per tre giorni e i negozi della zona hanno chiuso i battenti. Sono stati fatti moltissimi lavori, soprattutto nei due quartieri dove il Papa ha soggiornato, a Notre-Dame d’Afrique e qui a Bab El Oued. Tutto è stato organizzato per garantire un’accoglienza perfetta.

 

Quali frutti potrà portare la visita del Papa alla Chiesa in Algeria?

Spero innanzitutto che questa visita rafforzi la testimonianza di queste relazioni fraterne. Il Papa è entrato nella Grande Moschea e si è tolto le scarpe, come fanno tutti i musulmani, in segno di rispetto. E ha detto: siamo insieme in un luogo di preghiera, possiamo vivere insieme, possiamo lodare Dio nei luoghi di culto degli uni e degli altri. Noi speriamo che questo spirito di rispetto reciproco possa durare nel tempo.

Il Papa inoltre ha parlato molto di Sant’Agostino. Oggi i giovani lo conoscono molto poco. Spero che questo susciti la loro curiosità, che si chiedano chi è e perché se ne parla tanto. Spero sia un’opportunità per le nuove generazioni di scoprire la grandezza e la storia del loro Paese, le grandi figure nate qui e che hanno lasciato il segno nella storia dell’Algeria. Sant’Agostino è un dottore della Chiesa, un grande teologo, filosofo, un grande pastore, un vescovo uscito da questa terra.

Credo inoltre che questa visita abbia contribuito a far conoscere meglio ciò che facciamo al centro di accoglienza per le donne e i bambini. Abbiamo sempre operato con discrezione, ma con la visita del Papa molte persone sono venute a conoscenza della nostra presenza. Il nostro centro esiste dal 2005 e, nonostante l’assassinio di suor Caridad e suor Esther, il nostro comportamento non è cambiato. Viviamo come abbiamo sempre fatto, nella semplicità, ripetendoci: siamo qui, al servizio del prossimo. Cerchiamo di costruire poco a poco, aggiungendo una goccia in questo mondo, per renderlo più umano, più rispettoso.

La cosa più importante è l’incontro e la comprensione reciproca. Grazie a questa visita, molti hanno compreso meglio chi siamo: non siamo qui per convertire, ma per vivere con gli altri, per condividere e servire, testimoniare la nostra fede e rallegrarci quando qualcuno viene chiamato da Cristo. La conversione appartiene a Dio. Da parte mia, sono chiamata ogni giorno a convertirmi, a essere più vera e più semplice. Ringrazio questo popolo, profondamente accogliente, che valorizza le persone. Per me vivere qui è stato un dono immenso: mi ha permesso di crescere nella fede, di diventare più tollerante in ogni mio pensiero e più attenta agli altri. Vivere nella diversità è una ricchezza straordinaria.