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Medio Oriente e Africa

Rivolte arabe. Il caso Siria

Scambio di battute con il prof. Eros Baldissera, docente di lingua e letteratura araba all'Università Ca’ Foscari di Venezia

Professore, Lei ha rapporti molto stretti con la Siria. Ci trascorre diversi mesi ogni anno, ha molti conoscenti e amici. Dopo la caduta di Ben Ali e di Mubarak, e con Gheddafi in bilico, pensa che sarà la volta di Damasco?

 

 

La domanda è da 5 milioni di euro. Certamente è successo qualcosa. Facebook – motore di aggregazioni di protesta in altri paesi – in Siria era oscurato dalle autorità. In realtà bastava chiedere in un qualsiasi internet caffè per avere la possibilità di usarlo, tanto è vero che molti miei studenti da lì mi scrivevano via Facebook. Il fatto nuovo è che qualche settimana fa Facebook è stato sbloccato. Un mio conoscente ipotizzava che lo sblocco fosse finalizzato a un controllo migliore. È corsa anche voce di un gruppo di 15.000 persone che si sarebbero date appuntamento per una manifestazione.

 

 

Sono segnali davvero significativi?

 

 

A mio avviso, ritengo che – almeno per ora – in Siria non ci saranno cambiamenti significativi. Povertà pesante non ce n’è molta e in genere chi ha un titolo di studio trova anche un lavoro. Ben sapendo che spesso però sono sottopagati. Naturalmente i servizi sono molto forti e potrebbero ostacolare eventuali movimenti. È anche vero che non ci si aspettava che il sequestro in Tunisia di un carretto irregolare di verdura e il conseguente suicidio del carrettiere laureato Buzidi (26 anni) potesse innescare quanto è sotto i nostri occhi, facendo cadere la prima tessera di un incredibile domino arrivato fino al Golfo. E se lo Yemen poteva essere prevedibile perché le sue sommosse sono ricorrenti, non così il Bahrayn. E tanto meno il Sultanato d’Omàn dove per ora non è possibile capire chi siano i gruppi che a Sohar hanno cominciato a reclamare riforme lasciandoci, per ora, due morti dopo aver incendiato il palazzo del governo e la centrale di polizia.

 

 

Dell’Omàn non si sa quasi nulla...

 

 

Il Paese è ricco, a struttura tribale, ma c’è una diffusa insoddisfazione tra i giovani. I dimostranti in Omàn chiedono posti di lavoro, oltre che riforme politiche. Evidentemente anche lì è arrivata la crisi. E anche lì i motivi sono circa gli stessi. Dobbiamo restare a guardare, non meravigliandoci di nulla.

 

 

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