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Cristiani nel mondo musulmano

Un martire del Pakistan che parla a tutto il mondo

«Molte volte gli estremisti hanno cercato di uccidermi e di imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Ma mio padre mi ha sempre incoraggiato. Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri». Parlava così il ministro federale per gli Affari delle minoranze, Shahbaz Bhatti, qualche giorno prima di essere assassinato il 2 marzo 2011, in pieno giorno, vicino a casa, a Islamabad, da un gruppo di militanti armati. Il ministro a quel tempo era già oggetto di minacce da parte di gruppi di estremisti, in particolare per la sua azione contro la legge sulla blasfemia dopo l’uccisione del governatore del Punjab del gennaio 2011. Se non fu insensibilità voluta, fu comunque una negligenza criminale l’incapacità del governo di proteggere il suo ministro. L’intera società civile, uomini di tutte le religioni e la comunità cristiana in tutto il mondo hanno condannato questo crimine efferato e si sono uniti nel dolore per la perdita di questo uomo.

 

 

Chi era Shahbaz?

 

 

Era un vero leader, per tutta la sua vita dimostrò eccezionali capacità di guidare i suoi, di difendere le cause dei più deboli, non solo dei cristiani. Suo fratello maggiore, Paul Bhatti, racconta che fin da studente si impegnò attivamente nei movimenti di interesse sociale e politico. Dava tutto di sé, il suo tempo e il suo denaro: più di una volta spese i suoi risparmi per stampare volantini e manifesti, per diffonderli nei villaggi circostanti in modo da mobilitare le persone in favore della sua causa. Ma soprattutto in ogni gesto sapeva superare le barriere tra le diverse appartenenze comunitarie e politiche, si fece benvolere da persone di fede diversa, che restavano colpite dal suo sincero interesse per la difesa della dignità umana e per la promozione del suo Paese. La sua morte non è stata una perdita solo per la sua famiglia, per la comunità cristiana e le minoranze religiose, ma per tutta la nazione pakistana, privata di un leader colto, lungimirante e di grande sensibilità e talento. Non si può lasciar passare questo anniversario senza rendere omaggio a questa persona straordinaria, la cui vita e la cui morte rivestono un grande significato per tutto il Pakistan, ma non solo. La sua vita richiama vivamente alla mente il capitolo 14 di Giobbe: «L’uomo, nato da donna, ha vita breve e piena d’inquietudine; come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma» (Giobbe 14,1-2). Shahbaz Bhatti era una pietra preziosa del Pakistan: visse sulla sua pelle le sfide e le discriminazioni affrontate dalle minoranze religiose in Pakistan, ma seppe svolgere un’azione propositiva, perché lavorò concretamente e senza tregua per avviare una trasformazione positiva e autenticamente democratica della sua società. Ha iniziato a lavorare per creare un ambiente in cui persone di diverse fedi e religioni possano incontrarsi nell’accettazione reciproca e tolleranza, rispettando le credenze e le convinzioni altrui.

 

 

Tra le sue numerose iniziative, vale ricordare che nel 2002 egli fondò la prima organizzazione ombrello delle minoranze religiose, laa All Pakistan Minorities Alliance (APMA). Dalla piattaforma della APMA Bhatti ha abilmente sollevato una voce in favore dei diritti costituzionali delle minoranze religiose al fine di renderli un fatto comune nella vita nazionale. L’APMA, sotto Shahbaz Bhatti, ha lavorato per promuovere l’unità nazionale, l’armonia interreligiosa, la giustizia sociale e l’uguaglianza umana. Fu il primo cristiano a diventare ministro federale nel governo e lo divenne grazie al fatto di essersi guadagnato la stima sul campo, senza polemiche né discussioni. Aveva radici profonde che lo tenevano legato al suo popolo, che ha rappresentato efficacemente nelle sfere del potere e nei forum pubblici e privati. Era dotato di grande coraggio e intuizione, tanto che comprese molto presto il rischio che correva quotidianamente esponendosi in prima persona. Eppure non si è mai fermato. Quattro mesi prima del suo assassinio rilasciò una dichiarazione da rendersi pubblica in caso di morte violenta, nella quale spiegava che era stato minacciato chiaramente, ma il governo non gli aveva fornito le misure di sicurezza adeguate. Le sue parole risuonano ancora da quel messaggio registrato: «Sto vivendo per la mia comunità e per chi soffre, e morirò per difendere i loro diritti. Preferisco morire per i miei principi e per la giustizia della mia comunità piuttosto che scendere a compromessi». Ha scelto la coppa della morte piuttosto che rinnegare il suo popolo. Ed è morto da martire.

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